Bob Dylan e la teoria della ricettività

Festeggio il 100esimo post di questo blog con un pezzo lunghissimo e assolutamente imbevuto di LSD, tra l’altro tarocco. Era solo per avvertirvi che siete ancora in tempo per astenervene.

Fino a ieri ritenevo che Bob Dylan non sarebbe mai venuto nel grassoccio paesello salentino dove sono cresciuto. Che diamine, era una probabilità così assurda che manco un pirla. Poi però il sogno di stanotte mi ha illuminato. Era un sogno così nitido da poter essere ritenuto addirittura premonitore. Probabilmente è così che andrà, e me lo dice anche il bollito misto che ho mangiato ieri sera e che ha accompagnato la mia digestione notturna.

Dunque succede che, come spesso accade, il sogno inizia ad un certo punto della storia, e tu non sai com’è che si è arrivati già lì. Il punto è che un fans italiano di Bob Dylan, di quelli duri e puri che lo seguono anche in tour al cesso, ha scritto l’ennesimo libro sul menestrello di Duluth. Vuole presentarlo in giro per l’Italia e fatto sta che il programma prevede che venga presentato in una sera di fine agosto proprio nel comune salentino in cui ho passato la giovinezza. E, colpo di scena, sarà presente Bob Dylan in persona. Ora dunque immaginatevi l’emozione mia e di qualche altro salentino.

Viene coinvolto il sindaco, gli si dice che è un evento importante, che è quasi madornale che si verifichi in un postaccio come questo, e quindi bisogna pubblicizzarlo per bene. Il sindaco, un baffuto ometto bello in carne di stampo boteriano, si vede che non è proprio un appassionato di rock anni ’60 e che preferisce ascoltare ancora gli Homo Sapiens, però è uno furbo che sa sfruttare le occasioni. Quindi dice che organizza tutto lui.

La sera si apre con una cena in un ristorante del luogo, una sorta di anticipo della presentazione che avverrà dopo in pubblico. Alla cena ci sono l’autore del libro, Bob Dylan, il sindaco con la fascia, il segretario comunale e tutta la giunta, qualche fan imbucato, ed io. Una quindicina di persone in tutto. Una cena un po’ triste, nessuno parla, Bob Dylan è senza la sua band, e mangia con buona lena il suo piatto di pezzetti di cavallo al sugo piccante, dice che gli ricordano il cibo messicano, parla con la bocca piena e tutta sporca di sugo, si bacia la punta delle dita unite e poi apre la mano in un gesto come dire “uonderful!“. Poi trinca un bicchiere intero di salice salentino, decantandone la struttura e il retrosapore zuccherino. Il sindaco guarda di sottecchi sto ubriacone messo anche male fisicamente, e fa una smorfia dubbiosa verso la giunta.

A fine cena ci si trasferisce tutti vicino alla ferrovia, in uno spiazzo di cemento alla periferia del paese inframmezzato da buche quadrangolari di terriccio che accolgono alberi segaligni e senza foglie tenuti su da mazze di scopa come sostegni. Per terra è tutto un mulinare di carte sporche e merde di cane, e domina sullo slargo una roulotte di ristoratori da strada, che con luci stroboscopiche segnalano la presenza di panini con la servola, con la salsiccia, hamburger e patatine fritte. Il ristoratore, su richiesta del sindaco, ha predisposto le sedie di plastica bianca nello spiazzo, con un tavolo al centro, proprio davanti alla roulotte, con sopra una tovaglietta di carta tenuta ferma da due birre canadesi ai lati. Il posto è male illuminato da lampioni troppo alti e di una fioca luce bianca, per fortuna ci pensa la roulotte coi suoi colori accesi e spumeggianti a fare da occhio di bue.

All’incontro, però, c’è ben poca gente. Insomma, le sedie si riempiono a stento, c’è qualche coppia di ragazzi, marito e moglie con bambino in carrozzina, quattro vecchi, cinque o sei fans tra cui io, la giunta e il segretario comunale. Oltre al sindaco, sempre più imbarazzato, seduto accanto a Bob Dylan al tavolo assieme all’autore del libro.

Inizia l’incontro. E devo ammettere pure io, che sono un appassionato, che c’è da stracciarsi le palle dalla noia. Si parla di metatesto, di influenze  freudiane, di citazionismo biblico. Lo stesso Dylan pare poco interessato, e infatti si beve la sua canadese direttamente a canna trangugiando un po’ di olive ascolane messe a disposizione dal chiosco. Il sindaco tradisce l’insofferenza e sbuffa, si guarda attorno, c’è pochissima gente, un flop totale, una figura di merda colossale. Si agita, incastrato nella sedia, guarda severamente il segretario comunale e poi la giunta, come se la colpa fosse di tutti tranne che la sua.

Poi l’autore del libro imbraccia una chitarra, e riesce a far cantare Dylan sulle note di “4Th Time Around”, almeno per un paio di strofe. L’atmosfera non si scalda. Il sindaco anzi, si gira verso uno di noi e fa: “Ma sta canzune non è delli Bitols?”, e uno dei più secchioni gli spiega che no, non è Norvegian Wood, anzi, è Lennon che ha copiato questa canzone. Il sindaco risponde con una smorfia annoiata a metà tra “addirittura” e “e sti gran cazzi”.

Nulla, qualcuno si alza dalla sedia e se ne va, alcuni si distraggono guardando la televisione appesa alla roulotte che programma una partita di Coppa Italia. Il più grande happening culturale della storia di questo paesone si sta trasformando in una tragedia. Poi la parola passa a Bob Dylan.

Lui si alza, composto, appoggia un braccio sul tavolo, dà l’ultima sorsata alla birra e comincia a parlare. Ora, io non so se avete mai sentito parlare Bob Dylan, o avete letto una sua intervista. Beh, lui dice cose cazzute. Non parla mai a vanvera, ma con poche frasi colpisce e affonda. E in quel momento, quando trascurando questioni musicali ed esegetiche, comincia ad esporre la sua teoria della ricettività, la gente comincia a prestare ascolto, come incantata. Anche il sindaco, con le mani sulla testa, si volta sorpreso già fin dalle prime parole del discorso. Io non riesco a credere a quello che sento. E’ un fluire di pensieri e parole di appena 4 minuti, ma Bob parla guardando in faccia la gente, scandendo le parole che servono. Dopo due minuti, il sindaco richiama a gesti il segretario, gli dice due cose all’orecchio, e il segretario parte a razzo verso qualche dove. Alla fine del discorso applaudono tutti, persino il ristoratore nella roulotte. Il sindaco coglie la palla al balzo e si lancia in una perorazione da comizio:

“Cittadini, compaesani, noi qua dobbiamo essere onorati di avere un genio della cultura mondiale come il signor Bobbi Dilan.” Poi, si interrompe e guarda torvo verso il ristoratore: “Antò, e nu la stuti sta cazzu de televisione?”. Antonio spegne la televisione in tutta fretta.

“Dicevo che dobbiamo tutti quanti essere onorati. Queste parole di Bobbi Dilan sono una rivelazione per noi, questa teoria della ricettività è qualcosa di enorme. Ma avete sentito che ha detto? Queste parole le capiscono tutti, li signuri e li villani. Pensate a cosa potremmo risolvere nel nostro Comune, se la applicassimo. Pensate alle giovani generazioni, a sti vagnoni che si perdono per la strada, a questa gioventù meridionale senza speranza, pensate a cosa potremmo fare se applicassimo la teoria della ricettività di Bobbi Dilan!!” E giù applausi, la piazza tende a riempirsi, le vecchie si affacciano dai balconi, i giovani si fermano con le moto.

“Quindi cittadini, perdonate stu motu proprio, e mi perdonerà la giunta se non ho parlato prima con lei medesima, ma io conferisco a Bobbi Dilan la cittadinanza onoraria del comune di ******, e per tale motivo consegno a lui l’attestato e le chiavi della città!!” Giù applausi a catinelle. Il segretario comunale, paonazzo, torna in tempo con in mano un foglio di carta stampato in word, che il sindaco si affretta a firmare, e un mazzo di chiavi racchiuse in un portachiavi di plastica con la scritta a penna “Comune”. Il sindaco gli appioppa foglio stropicciato e chiavi, e Dylan ringrazia educatamente. E’ un delirio, la gente non parla d’altro che della teoria della ricettività, i vecchi già litigano, le madri la spiegano ai figli. Ma il sindaco non ha finito.

“Scusate cittadini b’aggiu dire n’autra cosa. Sempre di mia spontanea volontà, io propongo al signor Bobbi Dilan di diventare assessore del nostro comune!!!” Gli assessori, in prima fila, sbiancano in volto. Si guardano e cercano di capire chi verrà trombato per far posto a Dylan. Uno telefona già ad un sicario amico suo, perchè si apposti su un tetto e faccia fuori quel vecchio fricchettone che lo sta per inchiappettare. Ma il sindaco ha in serbo una sorpresa.

“Ovviamente non proponiamo al Signor Bobbi Dilan un assessorato qualunque, ma un nuovo assessorato.” Gli assessori si riprendono, uno affonda sulla sedia tenendosi il petto, l’altro telefona per disdire l’omicidio. “In considerazione delle alte teorie pissicologiche e pedagoggiche che la teoria della ricettività porta con sè e che qua tutti abbiamo sentito, io propongo che Bobbi Dilan diventi Assessore alla Psicologia del Comune di *****!!”

Un delirio, i fuochi d’artificio fatti preparare dal sindaco per la serata esplodono nel cielo tardo agostano, viene portato un gigantesco spumone da dividere nei piatti di carta, e Bob Dylan accetta il posto, in cambio del solo vitto e alloggio.

Sono passati tre anni da quel giorno. Bob Dylan è ancora assessore alla Psicologia del comune dove sono cresciuto.Ha chiuso con dischi e tournèe. Il suo nome campeggia nei libri di psicologia dell’età evolutiva, e qualcuno parla di insegnare la teoria della ricettività nelle università.

Si è voluto sistemare in periferia, in una baracca di lamiere, non lontano dalle stalle dei pecorai e da alcune autofficine. Fuori si è fatto costruire una veranda, tipicamente americana, dove nei pomeriggi miti si siede fuori con la birra in mano e quattro taralli al finocchio, e si guarda attorno, e le vecchie fanno a gara per portargli la giuncata appena fatta. Quando è in casa, si sentono da fuori provenire le note di un pianoforte. Qualcuno che ne sa di musica classica dice che Dylan suona solo Chopin. Nel pomeriggio, i ragazzi da soli o a gruppi, o assieme ai loro genitori, si recano nella baracca di lamiere e ci stanno due ore assieme all’Assessore, che cerca di applicare al caso concreto la teoria della ricettività. Escono tutti rinfrancati. Il sindaco dice che grandi progressi sono stati compiuti, che le nuove generazioni ce la faranno. Ha pure proposto di istituire nei giardini comunali la  “Piazza Bobbi Dilan”.

Il menestrello di Duluth, dal canto suo, ostenta tranquillità. Quand’è stagione si unisce alla scopatura delle olive nei campi, ogni tanto ospita qualche amico americano sotto la veranda, e gli fa assaggiare le melanzane sotto aceto fatte da una vecchia vicina di casa e le polpette di pane al sugo. Poi mesce il vino nei bicchieri direttamente da un boccione di 5 litri, lasciando enormi chiazze rosse sul pavimento di lamiera.

PS. Per i pochi che fossero arrivati alla fine di questo delirio, e si stanno chiedendo cosa cazzo sia la teoria della ricettività e sopratutto cosa dica, vi dirò solo questo: avete mai presente quando sognate di fare o di dire una cosa davvero geniale? Che ne so, scrivere una canzone della madonna che risuona nei vostri sogni? O Una poesia? O l’idea per un romanzo geniale? E poi però, da svegli, non vi ricordate nulla, le note della canzone, il soggetto del romanzo, il testo della poesia. Ecco, è quello che è successo a me nel sogno. Ho ascoltato la teoria della ricettività di Bob Dylan, sono stato illuminato, ho solcato orizzonti di saggezza, ma non sono stato in grado di riportare tutto questo dal mondo dei sogni. Mi spiace.
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7 Responses to Bob Dylan e la teoria della ricettività

  1. punzy ha detto:

    succede, specie quando si mangia pesante
    ti svegli con la sensazione di aver raggiunto un altro livello di consapevolezza; questa sensazionederiva dalle endorfine liberate dal cervello quando si digerisce

  2. ghebuz ha detto:

    Oh, mi sono perso anch’io ad un pezzo del post…ma vabbè, è tardi e sono rincoglionito di mio U_U

  3. paperogaedintorni ha detto:

    lo sapevo che non avreste capito la teoria della ricettività

  4. Sunofyork ha detto:

    Caro paperoga-timothy leary, non è che al prossimo pasto pesante puoi fare uno spin off del post per spiegare chi è Tommaso Scarlino (un mito) e cos’è il panino con la servola a questa gente nordica?

  5. paperogaedintorni ha detto:

    sun: anche no, ho ancora il bollito sopra lo stomaco, parlare di servole mi farebbe rasentare la follia acida di un libro come “tarantula” (sempre di dylan)

  6. Sunofyork ha detto:

    Innanzitutto ti ringrazio a nome di tutti per averci spiegato che Tarantula è un libro di Bob Dylan.
    Poi, vista la tua passione per le mappazze indigeste e il tuo costante rinnegare le origini, ti consiglierei qualche specialità rustica reggiana come l’Erbazzone con tanto di lardo e ciccioli, e subito dopo un triplo bypass coronarico per dessert.
    enjoy your meal!

    sun

  7. paperogaedintorni ha detto:

    linkato da maggiesfarm….che vergogna. perdonatemi, amici dylaniani

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