Jonas vuole far gol

mondiali2010L’autunno mite soleggiato e limpido di un sabato pomeriggio, ad esempio, è un buon momento per vivere. Anche in Emilia e anzi forse sopratutto in Emilia, considerato il tappeto di foglie cadenti di cui si ricoprono le piste ciclabili della periferia cittadina e l’appennino che si staglia enorme e riposante come una luna piena, come fosse appena fuori  o sopra la città.

Che poi alcuni quartieri di periferia sono di un bello che ti chiedi perchè non ci sia stato quel minimo di garbo necessario per costruirli anche nelle tue terre, dove è bastata una colossale colata di cemento per creare dormitori popolari e covi di sacre delinquenze riunite in aperta campagna a due passi dalle discariche abusive dove troneggiano i frigoriferi e le batterie per auto.

Questi quartieri sono ugualmente popolari e lontani dal centro, spesso assegnati a prezzo sociale, ma la gente che ci vive se li cura e se li vive, e tu che ci passi come un viandante te ne accorgi dell’attenzione, del rispetto, di quel legame tra la gente che una volta si soleva chiamare comunità.

In questo meraviglioso quartiere, fatto di spazi verdi a dispersione, di palazzi anni ’60 curati, di centri sociali anziani e centri sportivi e laboratori di danza e biblioteche di quartiere, il tutto comunale e pubblico, il tutto di tutti, insomma, io mi ci sono recato vestito di nero come un corvo, perchè arbitro sono e in uno dei tanti campetti in erba di quella zona di arbitrare mi toccava.

Nello spogliatoio, prima di iniziare la partita, a noi arbitri pervengono le liste dei giocatori e dei dirigenti che scenderanno in campo o si siederanno in panchina. Per me è sempre molto curioso leggere i nomi dei ragazzi, perchè è molto indicativo dei gusti diciamo un po’ pop dei loro genitori emiliani, il fatto che molti nati nell’86 si chiamino Maverick (vedi Top Gun) oppure Jonathan (vedi lo spopolare del libro Jonathan Livingston grazie all’omonimo programma di Ambrogio Fogar) senza parlare di storpiature anglosassoni come Maicol, Maikol, Gionatan, e compagnia bella. Inoltre la lista dei giocatori è interessante perchè su 18 giocatori ce ne sono sempre almeno 5-6 che sono figli di stranieri, magari nati in Italia, magari no, ma che hanno nomi e provenienza indiscutibilmente non italiane. Che ne so, trovare sotto il cognome Bossi, terzino padano, il cognome Onaymeyang, centrale difensivo nigeriano, oppure Arsim, ala albanese, è un paradosso effimero che spinge al sorriso.

Ad ogni modo nella squadra di casa, complice l’enorme afflusso in zona di immigrati, è un fluire di cognomi impronunciabili, di provenienze esotiche e di fisiognomiche tendenti al cosmopolitismo. Un ragazzo in particolare richiama la mia attenzione: Jonas, angolano, il cui documento è un allegato di permesso di soggiorno del padre, rifugiato politico. Quando vado a vedere chi è mi ritrovo un soldo di cacio nero nero di dodici anni, con la maglia tutta arrotolata nei pantaloncini, tutta la casacca è enorme e spropositata per quel nanetto tutto ansioso di andare in campo, maglia numero 10 a saltellare mentre faccio l’appello.

In campo, mentre arbitro lo osservo. Osservo anzitutto che negli spalti, tra i genitori, ci sono molti immigrati, ed in particolare una coppia attira la mia attenzione: un uomo vestito in doppio petto, tutto elegante, giacca nera e camicia bianca con cravatta, fermo immobile come un palo di ebano che pare un becchino a cui manca solo la pala e il metro da sarto. La moglie, al suo fianco, è uno sprigionarsi di colori sgargianti col suo vestito ampio e vaporoso, e invece si agita come un’ossessa, gridando a Jonas mezzo in italiano, mezzo in portoghese, mezzo in sa dio cosa. I genitori di Jonas, dunque.

Jonas corre come un matto, insegue il pallone come un cane da caccia. Si prodiga, si dimena, scivola cade si sporca, si rialza. Ma, a dirla tutta, è un brocco patentato. Davvero, non sa giocare. E manco ci sono speranze che impari. Sapete, quando vedete qualcuno che è palesemente incapace a fare una cosa specifica, e pensate “questo non ci sa proprio fare, perchè insiste?”, beh, ecco, Jonas e il pallone sono proprio due cose lontane lontane tra loro. Quando prende il pallone, le poche volte che lo prende, lo svirgola, e quando non lo svirgola lo calcia a caso in avanti come un bimbo di tre anni. Non rispetta le posizioni, toglie la palla ai compagni e la regala agli avversari. Negli occhi spiritati leggo la sua voglia di far gol e di esultare davanti alla mamma esagitata e al padre catatonico. Ma il tempo passa, e l’occasione proprio non arriva, manco un tiro in porta, anzi, manco un tiro. La sua squadra nel frattempo perde quattro a zero, ma è un dettaglio. Jonas continua a correre, a cercare quel maledetto pallone che gioca invece a stargli alla larga.

Ad un certo punto il pallone gli arriva in testa. Lui lo colpisce senza manco volerlo e poi continua ad inseguirlo lungo la fascia. Ha spazio per puntare verso l’area. Con molta fatica e con la lentezza del bradipo, ci arriva dentro. Di fronte ha un difensore che è cinque volte lui. Deve saltarlo, oppure l’azione sfumerà. Ci prova, si allunga il pallone e tenta di scartare l’avversario sulla destra, il quale con le sue lunghe leve, allunga la gamba e tocca il pallone in calcio d’angolo. Jonas cade per terra come un salame. E reclama il rigore.

Ora, a questo punto, la favola bella, il suo lieto fine, vorrebbe che un piccolo angolano, nato in un paese dove la guerra civile c’è praticamente sempre, catapultato sui campi verdi di una opulenta città di una opulenta regione a  godersi una infanzia degna di questo nome, rincorrendo il pallone durante un soleggiato pomeriggio d’autunno, coi genitori, l’allenatore e i compagni che lo incoraggiano, questo piccolo angolano dicevo, forse si meriterebbe la concessione di un rigore, tanto la partita è ormai persa e non fa male a nessuno inventarsi un rigore per dare soddisfazione ai sostenitori dei lieto fine. Magari sarebbe lo stesso Jonas a batterlo e a segnare. Me lo immagino ricoperto dagli abbracci dei compagni, mentre persino il padre si scompone e grida il suo nome, e  magari tuttlo stadio grida JO-NAS, JO-NAS con un ritmo esaltato e irresistibile.

E allora fischio. Estraggo il cartellino giallo, ed ammonisco Jonas per simulazione. Il suo viso deluso è una coltellata anche per me, i fischi del pubblico per la prima volta mi mortificano. Ma il rigore non c’era, e lui si è buttato. Il mestiere dell’arbitro è ingrato e infame. Ma io arbitro sono, e alla favola a lieto fine devo preferire la stolida realtà del rispetto delle regole del gioco.

Un giorno Jonas ripensandoci, mi ringrazierà. O, incontrandomi per strada ormai cresciuto, mi riempirà di calci.

 

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12 Responses to Jonas vuole far gol

  1. Sunofyork ha detto:

    sono sicura che almeno quando si tratterà di calciare la tua testa, non la svirgolerà nè tirerà calci a casaccio.

    sun

  2. porzione ha detto:

    Bah, tu mortifichi le ambizioni della futura punta del Bari.

  3. uic ha detto:

    sei un mostro.

  4. fed ha detto:

    azz… non avrei voluto essere nei tuoi panni per prendere quella decisione

  5. paperogaedintorni ha detto:

    sun: ho i miei dubbi, per me non mi centra la testa manco per sbaglio.
    porzione: sarà meglio di protti, vedrai
    uic: cambia registro, sei monotona
    fed: io invece nei panni del merda mi trovo sempre molto bene

  6. punzy ha detto:

    sei un essere disumano e privo di ogni comprensione sociale

    mi piaci

  7. Sunofyork ha detto:

    io comunque un pensierino al padre devo ammettere di avercelo fatto. soprattutto per l’icastica espressione “palo d’ebano”

    sun

  8. uic ha detto:

    mavaffanculova.
    (detto con affetto)

  9. Marco ha detto:

    Perdonami se ti cito contro te stesso…

    Mi piace pensare che Jonas, in futuro, sará uno degli scagnozzi di Momó, e consumerá la sua vendetta… =)

  10. giuseppe ha detto:

    ciao carissimo paperoga, chi ti scrive è un tuo “ammiratore” (non immaginarti però che mi dimeni come una ragazzina infoiata quando vede marco carta),tuo conrregionale (pugliese, ma per una settantina di kilometri meno terrone di te.
    Leggendo i tuoi commenti rivivo i miei anni universitari vissuti nelle nebbie della val padana (pochi km di distanza da paperopoli come tu la chiami), solo che a differenza tua odiavo come la peste quei luoghi, quell’atmosfera, quella pace e anche quella gente (volendo estremizzare e banalizzare)tant’è che sono subito fuggito appena due giorni dopo la laurea.
    In merito a quanto letto, fossi in te mi preoccuperei non tanto del piccolo, quanto del padre e degli amici del padre, con i loro “pali d’ebano”…

  11. paperogaedintorni ha detto:

    cara ragazzina infoiata, è marco carta che ti scrive. Non amo l’Emilia in sè, come non amo il Salento in sè. Ci sono pro e contro e alla fine bisogna scegliere dove pende la bilancia, anche in base alla propria personale esperienza. E diciamo che, salvo imprevisti, l’esperienza meridionale, nel suo versante da adulto, mi ha già dato abbastanza motivi per scapparmene…

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