Gli scippatori dell’Appennino

squadra_antiscippo

In una domenica d’autunno soleggiata e mite, la famiglia dei Paperi è riunita in Emilia, hermano catalano a parte, per festeggiare allegramente tutti li santi. Mio fratello Copeland, oltre ad essere il batterista della famiglia, ne è anche il micologo, ovvero l’esperto e l’appassionato di funghi, e il tour operator, ovvero quello che propone nuovi luoghi da visitare come controaltare alla atavica pigrizia e mancanza di fantasia di me medesimo stesso.

Ecco dunque che alle undici di mattina (siamo pur sempre terroni)  l’allegra famigliuola se ne parte per l’Appennino, alla ricerca di aria pulita e di succulenti porcini. L’orizzonte che si palesa dopo qualche decina di minuti ai nostri occhi è abbastanza singolare per chi non conoscesse la zona. Insegne su insegne ai bordi della strada provinciale raffigurano ogni possibile variazione sul tema dei maiali. Un maiale gigante tenuto al guinzaglio da un bambino, un maiale sorridente tipo i tre porcellini che fa l’occhiolino, persino un maiale cannibale con fazzoletto al collo e forchetta pronto a mangiare della carne di maiale. E’ zona di prosciuttifici, va da sè, e il genio pubblicitario artigiano non va oltre questa immagine del porco che è sempre ben contento di farsi insaccare. Mette fame, però, quindi funziona.

Arrivati al posto dei funghi attentamente selezionato da mio fratello, avviene la divisione tra i volenterosi e gli sfaticati. Mio padre, Copeland e la fidanzata di Copeland si addentrano tra i prati e la boscaglia a caccia di funghi, con tanto di stivali e paniere. Io e mia madre, mollemente, ci facciamo una passeggiata lungo un piccolo crinale. Io non sarei in grado di vedere funghi spuntare da un prato nemmeno se fossero fosforescenti, mia madre non ha le scarpe adatte, dice lei, ma in realtà non ce la vedo proprio a ficcarsi nella boscaglia umida tra le tane delle vipere.

E quindi passeggiamo amenamente, con mia madre incuriosita dalla realtà bucolica del basso appennino, che si guarda attorno come una bambina. E infatti punta verso un cespuglio di bacche.

“Oh, guarda queste quanto sono rosse e polpose”, e glob, ne ingoia una.

“Ma sei impazzita? La prima bacca che trovi te la mangi? Ma non le hai lette le favole dei Grimm?”

Lei assapora, poi scrolla le spalle: “Mah, un po’ amara, niente di che, che mai mi può fare”.

Potrei elencarli una decina di sintomi di avvelenamento o dissenteria, ma è fiato sprecato.

Più avanti, si imbatte in un mucchio di pigne cadute. Delle normalissime, banalissime, schifosissime pigne.

“Oh, che belle, guarda come sono perfette, queste le posso fare colorare ai bambini (fa la maestra d’asilo, ndr), raccogliamone un po’”.

“Ma non ci sono le pinete anche in Salento?”

“Stai zitto e raccogli”.

Nel giro di cinque minuti ho le tasche del giaccone sformate dalle pigne, qualcuna ne tengo pure in mano, lei nel frattempo si è riempita la borsa.

Si continua a camminare, lei ad un certo punto si fissa che vuole trovare pure lei i funghi per portarli a suo figlio l’esperto. Ne trova qualcuno, ed è convinta di aver trovato i funghi più ricercati del mondo, prelibatezze da milioni di euro al chilo.

“A me non sembrano niente di che, magari non sono manco buoni”, dico io.

“Stai zitto tu, che ne capisci meno di me. Vedrai che sono buoni.”

Ad un certo punto, il silenzio immoto della mattinata appenninica è spezzato da lontano da un rumore di motori in avvicinamento. In effetti, nella curva lontana del sentiero vedo arrivare dei motociclisti con le loro moto adatte allo sterrato. Tre moto, dai colori luccicanti e spiritosi, e tre ometti magri con casco anch’esso spiritoso che zompettano tra i dossi. Mi giro per dire a mia madre di spostarsi sul bordo della strada, che la vedo girata di spalle che si tiene la borsa stretta stretta. Le moto passano, l’ultimo mi saluta come ci si saluta nei sentieri di montagna.

“Ma che fai”, chiedo a mia madre.

“Che ne sai tu, magari erano degli scippatori!”

“Scippatori?”

“Si “scippatori”, hai presente, quelli che ti strappano le borse di mano..” E mi canzona pure.

“Ammesso che la tua preoccupazione abbia un minimo di logica, e che meriti pure che io apra la bocca per parlare anzichè per farmi una risata, tu credi che degli scippatori possano venire qui, ad un’ora dalla città, in un sentiero dimenticato da dio e dai lupi, alla ricerca di borse da strappare di mano alle due persone e mezza che passano da qui nel giro di un mese?”

Lei ci pensa un po’. Poi ammette.

“Ok, magari non erano qui per scippare. Magari erano qui per divertirsi sulla moto. Però magari uno di loro fa lo scippatore nella vita. Pensa se si trova una donna con la borsa davanti, non resisterebbe alla tentazione”.

Come tesi è ancora più assurda degli scippatori in missione di conquista.

“Madre, hai vissuto troppo a lungo nel Meridione d’Italia, devi disintossicarti”, mi limito a dire.

Ad un certo punto del sentiero, ci troviamo davanti ad un bivio. Lei mi fa:

“Il sentiero qui si bifolca”.

“Si bifoRca, vorrai dire…diosanto, ho una madre maestra d’asilo analfabeta…”

“Ma scherzavo, quanto sei scemo, possibile che non cogli l’umorismo, la battuta?”

“Oddio, quasi quasi preferivo che fossi veramente analfabeta.” Ma poi penso che i giochi di parole sono anche  la mia specialità, universalmente vilipesa e scherzata, e sento un moto di comprensione per chi mi ha trasmesso quel senso demenziale e molto anni ’80 dell’umorismo.

Tornati alla base, e giusto il tempo perchè mio fratello getti tutti i funghi trovati da mia madre senza manco guardarli due volte, mia madre si rivolge a me, pensierosa.

“Sai, forse hai ragione. Non erano scippatori.”

“Ah, te ne sei convinta allora.”

“Si, erano dei semplici automobilisti”.

“Automobilisti?”

“Si, automobilisti con la moto”.

“Non possiamo semplicemente chiamarli motociclisti?”

“No, erano automobilisti con la moto.”

Mi arrendo, sfibrato da un dialogo che solo Magritte avrebbe potuto rappresentare al meglio in uno dei suoi quadri. Ci mettiamo in macchina, e davanti a noi sfrecciano di nuovo i motociclisti.

Mia madre chiude le sicure della portiera.

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7 Responses to Gli scippatori dell’Appennino

  1. punzy ha detto:

    Bisogna capirla, dai
    La mia, che a napoli si muove e guida con una disinvoltura unica, qui a roma si rifiuta anche di scendere nell’androne del palazzo da sola, nemmeno fosse in terra straniera piena di barbari

  2. men_CHI ha detto:

    Uauauuauauauaauuauauaauua!!! mia madre a Foggia ha pianto.

  3. uic ha detto:

    tua madre ha una logica stringente.
    e se fossi in te non mi metterei a questionare sulle parole, eh.

  4. fed ha detto:

    tua madre ha ragione, e quando ti capiterà di essere scippato delle tue pigne mentre passeggi tra i boschi dovrai tornare nel salento in ginocchio a chiederle scusa!

  5. prefe ha detto:

    Come un dialogo fra pippo e paperoga.

    Ma , aspetta un secondo…

  6. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: mia madre è più a suo agio in città che non in campagna, diciamo
    men_CHI: hai costretto tua madre a raggiungerti a foggia? egoist.
    uic: chiamiamola logica stringente anzichè senilità..
    fed: se mi scippano le pigne faccio un macello..
    prefe: tra me e mia madre non so chi sia più pippo…

  7. fed ha detto:

    e ci mancherebbe pure!

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