Pane nero e chansonniers

AznavourCharles

Un sabato in Emilia. Non serve la sveglia, anche se è sabato sono in piedi alle nove massimo, non si sgarra. Anzi, alle nove già sto bevendo il thè e inzuppando i gran pavesi con una mano, mentre con l’altra smanetto sul computer nuovo e smadonno cercando di capire come cazzo funziona il tasto destro del mouse su un mac. Fuori c’è un ottobre che pare ormai disegnato da giornate su giornate di autentica primavera. Mi affaccio al balcone presidenziale della casetta di marzapane e benedico apostolicamente la gente che passa da sotto ed alza lo sguardo verso l’inconsueto cremoso colore delle pareti della reggia paperoghea.

Per le scale condominiali, l’eco di gorgheggi operistici provengono da qualche imprecisata abitazione. E’ una voce femminile, un soprano forse, ma per quanto ne so di lirica potrebbe essere anche un controfagotto, che si esercita ogni sabato mattina per un paio d’ore. Che ci delizi solo il sabato e non nei giorni feriali, forse magari è un flebile indizio sul fatto che non può mantenersi facendo verdiani gargarismi, magari è una contabile in un elettrauto o una commessa al brico, e che forse si sta esercitando per la corrida di corrado. Ma noi si apprezza ugualmente i dilettanti allo sbaraglio.

Prendo la bici e mi concedo una passeggiata per la città presa d’assalto da melomani provenienti dai cinque continenti. La prima tappa è il teatro cittadino, ove mi informo sulla disponibilità e sui prezzi dei biglietti di un concerto che da un po’ di tempo titilla la mia attenzione musicale, che come al solito brilla per la sua nota palesemente retrò, anziana e pallosa. Eh si, tra i miei segreti nascosti tra le pieghe dell’esistenza, che mai rivelerò ad anima viva, c’è quello di vedere in concerto Charles Aznavour (e giù risate come in una sit-com). E siccome che manca da 30 anni in Italia, penso sia una bella cosa andarlo a vedere nella propria città adottiva. Sono disposto anche a sborsare, non so, 60 euro, pensa te. Entro nel botteghino, bello gasato, e chiedo se sono rimasti biglietti per il concerto.

“Si, una decina, platea e palchi”.

“Ah, bene, e quanto costano?”

” Quattrocento euro i palchi, cinquecento euro la platea”.

Bum. Non ho sentito male. Ho sentito benissimo. Cinquecento euro. Sarei tentato di replicare che voglio solo un biglietto, mica dieci, ma non sono in vena di umorismo, cioè mi hanno chiesto cinquecento euro per un biglietto di concerto, ziocane, io penso che qua tutti siamo impazziti, o forse che sono ancora a dormire e sto sognando che sono a teatro a chiedere i biglietti del concerto e siccome è un sogno grottesco mi stanno rispondendo che costano cinquecento euro, così, per farmi sollazzare dal ridere, e poi cominciano a ridere tutti, commessi, maschere, clienti, e poi il sogno finisce.

E invece sono davvero davanti ad uno che mi chiede mezzo stipendio per vedere un concerto. Manco venisse a casa mia Aznavour in persona a cantarmi Com’è triste Venezia davanti al camino mentre i miei amici sorseggiano del cognac o a scelta del calvados. Guardo il commesso senza dare ad intendere che quella sera del concerto io ci sarò, eccome se ci sarò, ma solo per aspettare che Aznavour scenda dalla macchina, avvicinarmi adorante e dargli un tale calcio in culo che se lo ricorderà per tutta la tournee italiana e forse anche dopo.

Esco dal teatro, mi sa che dovrò accontentarmi di qualche cover-band emiliana in qualche locale arci, ma la mia passeggiata nella soleggiata emilia continua e il mio umore rimane garrulo. Mi fermo a prendere un caffè nel bar preferito, compro il nuovo Tex, entro nel mio vecchio quartiere popolare e mi ritrovo in una piazza piena di gazebo, gente allegra di tutte le razze. E’ un festival di commercio equo e solidale, si mangia si acquista si parla di diritto al cibo. Gazebo colorati, qui le stoffe, qua il cibo biologico, qua i detersivi ecologici, qui il caffè dove guadagnano anche i campesinos, qui le spezie e le tisane. C’è anche una mostra fotografica di migranti variamente ripresi in pose artistiche. Insomma un bel modo per trascorrere una mezz’oretta cittadina. Chiaramente in questo quadro idillico c’è un “ma” grande quanto una schiera di venditori ambulanti, Anzi, di codesti venditori assume proprio le forme. Probabilmente ispirati da un buon manuale di marketing, infatti, essi hanno fatto un ragionamento tutt’affatto idiota: dove possiamo, noi venditori extracomunitari di libercoli variamente ispirati all’africa e alla migrazione, trovare un bacino di utenza che non ci sfanculi dopo il primo “ciao fratello”? Ma ovviamente in un vernissage multirazziale e pieno di buoni sentimenti equi e solidali, dove tutti sono buoni e i leghisti si tengono a distanza di sicurezza. E quindi sono piombati come cavallette sulla manifestazione una flotta di senegalesi pieni di buone intenzioni. Nel giro di qualche metro quadro e di una manciata di gazebo, mi ronzano attorno qualcosa come una ventina di solerti venditori di libricini colorati.

Il primo mi si pianta davanti a 14 secondi e 3 decimi dal mio arrivo in piazza. Mi illustra la mercanzia, mi chiede un aiuto per il progetto della cooperativa che porta avanti il tutto, insomma dopo 40 secondi e 4 decimi dal mio arrivo ho comprato il libro. Posso così essere libero di andare nel reparto dei thè, comparare i sentori e comprarne alfine uno, oppure sentire come coltivano la zucca in guatemala. Ma il prossimo venditore mi si para nuovamente davanti che manco sono passati 3 minuti. Ora, forse è ancora più convincente dell’altro, ma io il libro l’ho già comprato e non sono qui certo a comprarli tutti, insomma ho già dato. Ma il venditore non demorde, mi fa vedere tutti i libercoli, ad un certo punto me ne trovo in mano più io del venditore stesso, non riesco a convincerlo a togliersi dalle balle, che ho già comprato, nulla. Dopo 5 minuti estenuanti, il venditore rinuncia e mi saluta a malapena.

Io faccio in tempo ad assaggiare una fetta di lardo biologicamente corretta, e il terzo senegalese torna a propormi i suoi papelli. Potrei risolvere tutto – come mi ha fatto poi notare una mente sveglia – mostrando il mio libercolo già comprato, ma invece di compiere questo semplice gesto cerco di spiegare per due minuti che io non posso comprare tutti i crist…cavolo di libri sull’africa del mondo, che vorrei essere lasciato un attimo in pace per comprare in modo equo e solidale, invece porca della madosca sto qua da un quarto d’ora a difendermi dagli assalti di cazzutissimi venditori che vorrebbero sbolognarmi l’intera collezione della biblioteca nazionale di Dakar.

Una signora in un chiosco mi offre un assaggio di tisana rilassante, e ne ho proprio bisogno diobono. Peccato che è una brodaglia amara come la merda che mi regala una smorfia di autentico dolore gustativo. La signora mi dice che una confezione costa solo 3 euro, ma io non sono Socrate e la cicuta al momento non mi interessa.

Infine, mentre mi divincolo da altri assalti dei venditori fingendo di parlare al cellulare, arrivo ad un chiosco che vende del pane che è buono già solo da vedere. Una bella pagnottona nera, lievemente infarinata in superficie, ricca di semi nella sua mollica soffice e porosa. Ne assaggio un pezzo, è roba paradisiaca, a me piace molto il pane buono. Chiedo quanto costa.

“Cinque euro”.

“Eh? Ma quanto pesa?”

“Mezzo chilo circa”

Dieci euro al chilo. Cazzo, sarà pure fatto coi criteri di una volta, ma qua di solidale c’è ben poco, e di equo ancora meno. Magari è anche un bell’insulto alla povertà che nel gazebo a fianco si tenta di combattere, ma non mi va di fare polemiche il sabato mattina. E comunque lo compro, coerente come sempre. Perchè è troppo buono. E con quel che costa, se lo tiro in testa a Charles Aznavour non ci faccio certo la figura del pezzente.

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20 Responses to Pane nero e chansonniers

  1. Amaracchia ha detto:

    Deduco, quindi, che Aznavour ha sposato in pieno la politica Equa e solidale, o Ecosolidale come dice una mia amica.

  2. punzy ha detto:

    ma il pane nero era fatto con il sale? sale marino o sale di miniera?

  3. prefe ha detto:

    ellamadonna 10 euro al chilo!
    Ellamadonna 500 euro per un concerto di Charles Aznavour!
    Ellamadonna chi cazzo è Charles Aznavour ?

  4. be’ i 500-400 euro a poltrona servono a pagare il dottor frankenstei che lo tiene in piedi al buon vecchio charles… è ovvio.

  5. men_CHI ha detto:

    Poi mi chiedo 500 euri sono uno schiaffo a mano aperta? ma lo sa il buon aznavùr che con 500 euri una campa un mese nella città delle cicerietria?…per non parlare dell’irritazione che mi provocano gli avventori dei mercatini equiesolidali con il loro razzismo al contrario…che devono comprare perforza un po’ di folklore e mostrare il loro buonismo e vestiti di bontade e beatitudine impilano le bamboline cucite a mano sullo scaffale in alto a destra.

  6. punzy ha detto:

    ma il pane era lievitato? no sto solo cercando di capire quale cazzo di ingrediente puo’ aver portato il pane a costare 10 euro al chilo

  7. porzione ha detto:

    Il pane costava 10 euro al kg perchè fatto con la farina equosolidale di Charles Aznavour.
    Comunque, caro Paperoga:
    Casa di marzapane,
    mac,
    concerto da 500 euro,
    4 libri sull’Africa ogni ora,
    pane da 10 euro al kg,
    per fortuna che con Master Card tutto ciò non ha prezzo…

  8. paperogaedintorni ha detto:

    prefe: charles aznavour è quello che voleva essere berlusconi se non avesse incontrato apicella: il miglior cantante degli ultimi 150 anni.
    punzy: dunque, dentro c’erano semi e spezie a strafottere, ricordava il pane nero austriaco, poco salato, mollica rada ma soffice, mangiato con la mortadella e lo speck, anche con lo stracchino. i dieci euro pare fossero giustificati dall’uso di antichi metodi di panificazione, non so, forse mettere pagliuzze d’oro nell’impasto.
    amaracchia: certo, pare canterà anche vestito da indio boliviano vecchi canti di resistenza bolivariana/zapatista.
    farlocca: non so come si regge, ma la voce pare tenga ancora.
    men_CHI: enzo petrachi fa gli stessi prezzi alla sagra del pane a S. Cataldo, se non te ne sei accorta
    porzione: al concerto non ci sono mica andato, calunniatore comunista.

  9. porzione ha detto:

    Guarda che i finanzieri che ti stanno pedinando mi hanno riferito che il giretto lo hai fatto col Maserati, altro che bici.
    P.S.
    A mio parere la morte del pane nero di tipo austriaco è coi formaggi più che con gli affettati. Magari previo abbrustolimento.

  10. paperogaedintorni ha detto:

    porzione: tra l’altro,il mac me l’ha regalato il fratel-Copeland, se proprio dobbiamo dirla tutta. Ai finanzieri.

  11. Sunofyork ha detto:

    ma era proprio necessario comprarsi un mac per bazzicare sui quei sitarelli pruriginosi?

    (immagino quella sia l’attività più intellettuale che fai col pc)

    sun

  12. paperogaedintorni ha detto:

    sun: con un mac non sai quanto sia più vivido lo schermo che proietta tutto quel ben di dio

  13. men_CHI ha detto:

    ma vuoi mettere un concerto di enzinonazionale con un concerto di un francese, che poi i francesi mi stanno pure antipatici? il biglietto del concerto di petrachi è un investimento sul futuro, ed in più danno in omaggio il mangiacassette con la cassetta di musicbyalan tarocca già dentro, solo play devi pigiare soloplay!

  14. porzione ha detto:

    No, perchè, c’è un altro uso possibile del pc?

  15. paperogaedintorni ha detto:

    men_CHI: a me i francesi piacciono un fottìo invece.

  16. porzione ha detto:

    paperoga: io preferisco le francesi, invero.

  17. Sunofyork ha detto:

    @porzione: non ti spiace mica se copioincollo questo commento alla padrona, vero?

  18. porzione ha detto:

    Sun, no dài: quella poi mi copincolla delle mosse di karate sulla noce del capocollo!

  19. porzione ha detto:

    Paperga, qui al Teatroteam di Bari, i biglietti di Aznavour costano 145, 80, 60 euro a seconda del posto. Il concerto è il 9 novembre. Mi sa che ti conviene venire qui, viaggio e pernottamento compreso…

  20. paperogaedintorni ha detto:

    porzione: ed io dovrei spendere 160 per vedere aznavour in un teatro tenda dove ho visto toti e tata anni fa? Almeno i 500 euro erano per i palchi di un prestigioso teatro dove ha cantato anche la Callas…tzè, questa plebaglia…

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