L’amore fraterno ai tempi dei Paperi

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Quando è nato Copeland io avevo quattro anni e mezzo. Insomma, ero già un ometto. E poi ero preparato. L’arrivo del primo fratello mi aveva colto di sorpresa, devo ammetterlo. Ignoravo, alla tenera età di due anni, il concetto stesso di “fratello”, e davo per scontato che sarei rimasto l’unico figlio per tutta la vita. E poi, d’altronde, dove lo trovavano uno più bello di me? Che bisogno c’era di tentare ardite imitazioni?

Ma avevo fatto un grave errore di valutazione. Fui investito all’improvviso dall’arrivo di un arcigno concorrente e non riuscii a fare di meglio che improvvisare una forma di resistenza passiva. Quando Pfaff l’intruso arrivò, accompagnato dal codazzo di genitori parenti ed amici cinguettanti, io mi nascosi sotto il tavolo, e mi rifiutai di uscire finchè l’abusivo non avesse tolto le tende da casa mia. Era una forma di protesta assai blanda, durò appena dieci minuti, lo ammetto, ma non me ne riuscì una migliore.

Ma all’arrivo di Copeland ero preparato. Altro che resistenza ghandiana, ci volevano delle contromisure cazzutissime. Anzitutto, visto che non potevo impedirne l’arrivo, cercai quanto meno di acquisire il certificato di proprietà di quel pacco bomba in arrivo. Se non potevo sconfiggerlo, doveva essere in mio totale controllo. E uno dei modi per rivendicare la piena proprietà di mio fratello era quello di marchiarlo a fuoco (simbolicamente, ahimè) dandogli io stesso medesimo il nome. Promanando il suo nome dalla mia volontà, avrei potuto reclamarne il possesso. Sarebbe stato il mio giocattolo personale. Roba mia, anche se frutto dei lombi paterni e di una impeccabile ovulazione materna.

I miei genitori, conoscendo la mia storica ritrosia ad essere affiancato da copie non conformi, si commossero quando mi videro così partecipe al punto da proporre un nome per il mio fratellino in arrivo. Ed accettarono subito la mia proposta, tant’è che ho il sospetto che se avessi proposto di chiamarlo Tancredi o Odoacre, rovinandogli così la vita sociale, loro avrebbero accettato lo stesso.

Nel momento in cui mio fratello nasceva, io non ricorso bene dove mi trovavo. Probabilmente a casa mia con i nonni di guardia. E probabilmente ero intento a piazzare delle trappole anti-bebè per casa, spilli nella culla, cacca fresca sui giocattoli, una purga nel biberon. Avevo forza e anni sufficienti per imporre la mia volontà sul germano, e se il mio piano di traumatizzazione non avesse funzionato, avrei comunque difeso il mio ius vitae ac necis sull’infante cui avevo appena conferito il nome di battesimo.

In realtà, il piano non funzionò poi così bene. E non perchè non fosse un buon piano, ma perchè per esercitare forza bruta su qualcuno, occorre che quel qualcuno ti dia soddisfazione. Fastidio. Che si opponga, che si lamenti, che accenni ad una minima resistenza. Insomma, che dia motivo per interpretare la parte che ti riesce meglio, quella del cattivo.

E invece sto fratello soddisfazioni non ne dava. Mentre l’altro aveva imparato subito a dubitare di me, e soffiava come un gatto non appena mi avvicinavo temendo i miei mitologici dispetti, l’altro era sempre sorridente, fiducioso, non mi temeva in alcun modo. La sua fiducia e il suo sorriso dentro quel viso rubicondo e sempre di buon umore, mi stavano non poco sul cazzo. Era roba mia, ricordiamocelo,  eppure non potevo esercitare un potere se l’assoggettato non se ne sentiva minimamente disturbato. Per carità, mica eravamo pappa e ciccia. Ho ancora incisa sul dorso della mano la prova provata che quando si incazzava il fratellino mica porgeva l’altra guancia, ma anzi conficcava gli artigli come un condor. E quando lo coinvolgevo nei miei giochi in cui io ero il padrone e loro gli schiavi, sapeva ribellarsi con buon carattere, anche se conservava sempre quel sorriso che mi lasciava imbarazzato e spiazzato.

Anche quando gli capitavano dei guai, non riuscivo a goderne in modo completo, come da manuale del fratello pezzo di merda. Ad esempio da piccolo si ruppe una clavicola in piena estate. Ora, ai tempi non ci andavano troppo sottili col gesso, insomma non stavano là col misurino a limitare le parti da gessare: una colata di gesso ricopriva metà del corpo del povero fratturato, ci mancava poco che procedessero con l’imbalsamazione e la mummificazione.

E dunque c’era sto fratello piccolo con questo corpetto di gesso più grande di lui, seduto sotto l’ombrellone ad invidiare noi che ci spanzavamo al mare, mentre lui al massimo poteva bagnarsi i piedi succhiando un calippo. Io, devo ammetterlo, magari così per puro caso stazionavo nel tratto di mare davanti all’ombrellone simulando un divertimento pazzesco tuffandomi ed immergendomi e scapriolando tra le onde. Lui, come al solito, non dava soddisfazione, sorrideva da sotto l’ombrellone. Maledetto.

Qualche giorno prima che si togliesse il gesso, durante un’afosa giornata al mare, mia madre si distrasse un attimo, e quando non lo vide più sotto l’ombrellone guardò in mare: Copeland si era calato incurante del gesso, che si scioglieva  lasciando una scia biancastra ovunque si muovesse, liberandolo da quella prigione estiva  e consegnandolo al bagno più goduto della sua intera esistenza, probabilmente.

Che poi, ogni volta che Copeland si rompeva la clavicola, e se la ruppe tre volte, mio padre veniva a cercare me con un bastone convinto che c’entrassi qualcosa. Ora che ci penso, qualsiasi cosa accadesse ai miei fratelli, io ero il ricercato numero uno. Dopo un interrogatorio serrato, però, si convinceva che non c’erano abbastanza prove per menarmi di brutto. E sebbene ancora oggi qualcuno metta in mezzo voci calunniose, devo ribadire che io non c’entro niente in nessuna delle tre cadute accidentali incorse al distratto fratellino.

Anche se, devo dire per obbligo di completezza, le trappole anti-bebè da me piazzate il 28 settembre 1979 non furono mai dissinnescate e chissà, forse, magari è capitato che. Come dire, l’avrò fatta apposta ma senza volere….

Ma ormai il passato è passato, nevvero, fratello? E’ tutto dimenticato, e sopratutto è tutto penalmente prescritto. Godiamoci i tuoi trentanni, sensati certo più dei miei, e brindiamo ancora a quel gesso sbriciolato nel mar adriatico, e a te sorridente in mezzo alle fasce allentate, ed ad un pezzo di mare divenuto bianco all’improvviso.

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10 Responses to L’amore fraterno ai tempi dei Paperi

  1. punzy ha detto:

    Auguri a Copeland, e complimenti.
    Non e’ facile la parte del fratello Piccolo e MInore in assoluto
    Sembra che tu te le sia cavata piuttosto bene

  2. porzione ha detto:

    Auguri a Copeland e gloria gloria gloria all’ipnorospo.
    P.S.
    Caro Paperoga, da primogenito posso capire la tragedia.

  3. da primogenita capisco: all’arrivo del primo fratello (avevo 1 anno e mezzo) gli diedi subito una botta in testa con apposito oggetto, invece la sorella che arrivò dopo (avevo 4 anni) la gradii di più a) era femmina b) me la lasciavano tenere in braccio c) di notte dormiva…. Auguri a tuo fratello

  4. fed ha detto:

    Eh io ti capisco, io che volevo un cagnolino e invece mi sono ritrovata fra capo e collo una sorellina!
    Vabbè pazienza e auguri a Copeland che mi auguro sia ancora sempre sorridente.

  5. prefe ha detto:

    maledetti primogeniti
    vi odio tutti

  6. mich ha detto:

    in quanto primogenita, nella vita di mio fratello sono stata ritenuta direttamente responsabile di: caduta dal letto all’età di 2 mesi, l’ingestione accidentale di un chiodo a 6, un sopracciglio spaccato sul gradino all’età di 1 anno (permane cicatrice). ma l’altro ieri, l’amato ha compiuto 21 anni e sta in gran forma.

    plauso al post, è bellissimo!

  7. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: io credo che la parte più difficile sia quella di quello di mezzo, se si è in tre fratelli. è la sindrome di “quo”, come diceva claudio bisio.
    porzione: che è sto ipnorospo? l’hai per caso leccato prima di scrivere qui?
    farlocca: ho distribuito la mia merdaggine in modo equo e salomonico tra i miei due fratelli, non possono lamentarsi di preferenze
    fed: io non volevo manco un criceto, la mia misantropia tollerava a stento la presenza di un big jim nella mia stessa stanza
    prefe: non lo cambierei mai con una secondigenitura: è bello essere il re
    mich: grazie, ma era solo il resoconto della mia barbarie infantile

  8. men_CHI ha detto:

    io avrei venduto il mio essere primogenita…è proprio una rottura di coglioni, non nasconderlo!!! non sei il re, sei la brutta copia…sei quello per il qiale si sono già preoccupati e rassegnati!
    comunque auguri copeland…bello tu abbia ripreso a suonare!

  9. Valentina ha detto:

    Sono d’accordo con men-CHI, essere i primi è una rottura; devi spianare la strada a quello(i) che arriverà dopo, ti becchi tutte le angosce e le apprensioni dei genitori che con i figli successivi inevitabilmente si rilassano.

  10. fed ha detto:

    Dovevi essere un bambino spettacolare 😀

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