La casa di marzapane

Casa di marzapane

Abito in una casa di marzapane e non so come ci sono arrivato.

E’ un condominio a due piani, molto signorile, pure troppo. E’ tutto appena ristrutturato che pare nuovo, le pareti sembra che te lo puoi mangiare come meringa o pasta di mandorla, attorno ad un giardino di piante sconosciute, tutto verde e ben tenuto, niente in disordine, nulla che sia men che decoroso.

Da fuori, è la tipica casa in cui sarebbe facile adescare Hansel e Gretel, se solo fossimo in un bosco isolato. E invece siamo solo nel centro di una città emiliana, e fuori puoi al massimo adescare giovani universitarie che vanno e vengono dalla adiacente facoltà. Che poi è meglio, suvvia.

Non so bene come ci sono arrivato. Ricordo che ci ho dato un occhio, che ho firmato un contratto, ma che ho fatto tutto più per stanchezza che per convinzione. Ma adesso che ci sono arrivato, mi guardo attorno e mi chiedo che diavolo ci faccio in un posto in cui vivono solo famigliuole da mulino bianco, ricche e bellissime, padre dirigente d’azienda madre quarantenne tirata a lucido da palestra e botox, e figlio quindicenne con l’aria rincoglionita i capelli spiritosi e il porfafoglio pieno.

Ho paura di graffiare le cose, di spostarle, di sporcarle. E’ tutto così stomachevolmente in ordine, quasi incellofanato, che fa venire l’ansia. Il giardino è irrorato da annaffiatoi a tempo, che non ho ancora capito quando si accendono (ma sono sicuro che lo capirò un mattina prima di andare a lavorare coi pantaloni freschi di tintoria). C’è un ascensore esterno, a vista, tutto in vetro, che la gente per strada mi osserva salire ed io ho la sensazione di essere entrato per un attimo nella casa del Grande Fratello.

Ho il videocitofono, ovvero l’invenzione più inutile del mondo dopo il videotelefono. Mi chiedevo se ancora questa bestialità anni ’80 fosse presente nelle case di nuova costruzione, e la risposta è che ai borghesi benpensanti il videocitofono comunica ancora una sensazione di maggiore controllo della proprietà, di sicurezza.Lo confermano i proprietari delle ville svaligiate nella provincia.

La sera tutto si accende. Sembra un condominio posseduto dallo spirito di Thomas Edison. Luci accese tutta la notte nel giardino, luci accese ad ogni piano dell’ascensore, luci accese dentro l’ascensore. Unito ai potenti lampioni della via, il tutto pare un solarium. Il solarium di Hansel e Gretel, appunto. Fossero stati adescati qui, sarebbero fuggiti con una bella abbronzatura da centro estetico.

Dopo due giorni di targhetta provvisoria col mio cognome, ho ricevuto un suadente sollecito dall’amministratore “perchè apponga una targhetta identica, in forma, sfondo e stile,  a tutte le altre”. Vengo da un condominio nel quale per un’analoga questione sono quasi venuto alle mani con un altro maniaco del decoro. Credo che stavolta obbedirò alla legge della middle class agiata, alla quale non appartengo ma con la quale mi sono accomunato in un abbraccio che può essere mortale solo per me.

Incontro uno di questi vicini, chiedo dov’è il bidone della carta per la differenziata, questo alza il sopracciglio e non capisce di che parlo, poi si avvede e mi dice che non c’è nessun bidone, che la carta si butta fuori, più avanti, ad un centinaio di metri. E in effetti un bidone della carta nella casa di marzapane non sa proprio di decoro. Molto più decoroso buttare la carta nei rifiuti solidi, come sicuramente fa il caro vicino. La natura ringrazia per tutto questo decoro. Di raccolta della plastica non chiedo nemmeno, una risatina mi seppellirebbe.

La gente mi incrocia in pantaloncini e maglietta, capelli e barba incolta, e si chiede cosa ci faccio qui. Mi vede parcheggiare la Punto rumorosa e sporca di terra accanto ai Suv e Jeep e Audi decappottabili e lucidati con lo sputo, e si chiede cosa ci faccio qui. Ricambio il loro sguardo con una identica domanda la cui risposta soffia nel vento.

Mi affaccio dal mio balcone di marzapane, e vedo la gente passare per la strada, che alza lo sguardo ad osservare la casa e chi ci abita. Mi vedono affacciato, e pensano mamma quanti soldi c’ha questo, chissà che fa e come se la passa bene. Ed io ricambio quello sguardo invidioso con una maschera di disperazione muta di chi è povero ma si ritrova ad indossare i panni del ricco, e non sa bene quando tutto questo sia iniziato. Una maschera che sembra dir loro, anzi, implorar loro, che “sono come voi, anzi, sto messo peggio di molti di voi”, ma mi ritrovo imprigionato in questa casa di marzapane, e non so come uscirne. Sembro una principessa barbuta nella torre di un castello impenetrabile, che aspetta il suo salvatore che lo liberi dal drago che la tiene prigioniera.

E il drago, nel mio caso, ha le fattezze di un luogo in cui niente è sbeccato, in cui tutto funziona, in cui tutti si sorridono e al tempo tutti sembrano cavalcare la più potente cresta dell’onda della loro vita. Ed io, tanto per chiarire, non so cosa ci faccio qui.

Passo il mio tempo casalingo affacciato al balcone, valuto gli spazi, odoro l’aria e pondero le distanze. Calcolo la lunghezza delle ombre e quindi studio un piano geniale, che nulla abbia da invidiare a quello di Hansel e Gretel, per fuggire via da questa lussureggiante perfezione.

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16 Responses to La casa di marzapane

  1. CMT ha detto:

    La cosa fondamentale a questo punto è: non affacciarti mai nel forno per controllare se è caldo!

  2. mich ha detto:

    ti prego: una foto dei capelli spiritosi!

  3. punzy ha detto:

    Secondo me abbiamo vite parallele
    Dal tugurio Naif dove abitavo fino ad un anno fa mi sono trasferita in una mansarda che sembra la casa di barbie, con tanto di parquet e terrazzo
    Da quando ho firmato il contratto di affitto giro per queste stanze e mi sento persa
    Poi, ultimamente e’ accaduto qualcosa
    mi sono abituata
    Adesso SONO Barbie
    E mi incazzo se il portiere non mi consegna a tempo la posta…

  4. fed ha detto:

    Azz… beh, l’unica soluzione che vedo almeno fino alla scadenza del contratto è di trasformare l’interno del tuo appartamento nel palazzo di Hansel & Gretel nella tana del lupo in cui ti sentirai certo meglio. Cerca di conformare a te il tuo spazio (cosa che sono sicura succederà quasi naturalmente), segna il territorio e, se non altro, avrai il tuo rifugio in cui ripararti dal mondo del nuovo condominio.

  5. men_CHI ha detto:

    fai pipì negli angoli. annusa e dove senti puzza di estraneità spruzza alzando la gamba!

  6. paperogaedintorni ha detto:

    CMT: sei criptico, e una mente ben povera come la mia non ci arriva: di che diavolo parli?
    mich: ne trovi a bizzeffe per la strada della tua città, tutti uguali e ugualmente spiritosi a 15 anni..
    punzy: no, io piuttosto che diventare ken, telo prima da questa sorta di shangrillà…
    fed e men_CHI: dovrei segnare il territorio pisciando, dunque. lo farò direttamente dal balcone, sperando di avere una buona mira..

  7. men_CHI ha detto:

    Paperoga, a me tanto caro, controlla il vento prima di mirare, mi spiacerebbe leggere di te tutto zuppo del tuo stesso…insomma…sarebbe imbarazzante!!!
    Tronfio esci sul balcone, controlla il vento, e spisciazza lo quartiere tuo!!!

  8. CMT ha detto:

    Sono criptico?
    Se sei nella casa di marzapane, fare una cosa del genere è un invito a nozze per il primo moccioso di passaggio che ti spingerebbe dentro il forno per poi chiuderlo fino a cottura ultimata, è quella la fine che fa la proprietaria di detta casa. ^__-

  9. fed ha detto:

    sottoscrivo il consiglio di men_CHI: occhio al vento!!

  10. prefe ha detto:


    rimane il mistero su come tu ci sia arrivato…

  11. paperogaedintorni ha detto:

    prefe: tu centri sempre il fulcro nascosto del problema…ho ceduto al richiamo del balcone, lo confesso. e, dopo 5 anni di caccia al parcheggio nl quartiere a mezzanotte, ho ceduto anche al posto auto interno. ma il prezzo forse è stato troppo altro da pagare…

  12. francesca ha detto:

    e resta anche il mistero di come tu possa pagare l’affitto della casa di marzapane, se è vero che sei così povero… 🙂

  13. francesca ha detto:

    no, la Finanza non c’entra, anzi direi che in linea di massima le divise mi innervosiscono.
    Servo umilmente la comunità nell’ufficio turistico di un’amena cittadina umbra che, nonostante l’Amministrazione mooolto di sinistra, gli affitti agevolati non li ha eh eh eh

  14. dieghermaister ha detto:

    smettila di rompere. quel balcone ad angolo è una figata a cavallo tra l’800 ed il rococò. e mi sono altresì stupito dinanzi alla forma minimalista del pulsante dello sciacquone. quanto al prato verde dove nascono speranze, le luci notturne beverly hills style attrarranno l’attenzione di qualche universitaria pulzella di buon gusto (che repente una parcella reclamerà…)

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