Idiot wind

Mi ritrovo una di queste sere, una a caso, sul balcone della casa nuova.

Come ogni casa nuova, la odio dal profondo del cuore. E’ successo con tutte le case successive a quella in cui ho trascorso i miei primi ventanni, ho bisogno sempre di tanto tempo per abituarmi alle cose nuove, e nel frattempo le guardo in cagnesco, o le tengo in disparte intimorito. Ci sguazzo sempre male nei cambiamenti, ambisco senza troppo nasconderlo ad una giornata senza pretese continua,  tendenzialmente sempre uguale e piena di certezze, cuscini e puntelli.

Dicevo che una di queste sere, una a caso,  mi ritrovo su questo balcone di marzapane. Dentro, nel soggiorno, gli scatoloni vuoti nella stanza e tutte le cose più o meno al loro nuovo posto. Davanti al balcone, non più case vomitatemi in faccia e bambini urlanti e  puzza di ristorazione di strada e di smog compresso, ma un enorme e vecchio edificio  in via di riqualificazione, e sopra di esso questo sole al tramonto che non lo vedevo più da anni. E poi il silenzio, e tanto spazio  e un po’ di verde scomparsi negli anni, ma che non avevo scordato. Mi appoggio sul balcone, guardo curioso davanti a me, lo sguardo però è fisso e diciamo che sono stanco.

Poi mi volto a cercare qualcosa da bere, perchè ci vuole, è il momento dell’alcool, forse un po’ didascalico, ma tanto in frigo c’è solo acqua, e quindi anche se non è molto letterario rimango in piedi con questo bicchierone d’acqua in mano, le spalle curve,  appoggiato al balcone, a provare questa sensazione plastica come di pagina voltata. O di migliaia di pagine voltate in in sol colpo. Che non è la stessa cosa.

Dopo un turbinio di scatoloni imballati, sollevati trasportati e scartati, una casa svuotata imballata e pulita, oggetti separati, distinti, gettati, tenuti, dimenticati, un pezzo di vita pulsante rivoltato come un guanto e compresso, e intermittente in tutto questo una sensazione collosa come di sconfitta oggettiva, di non senso, di fatiche su fatiche di sisifo.

Dopo tutta l’adrenalina che un trasloco accumula addosso trasformandoti nel più preciso dei facchini, dopo che questa attesa mareggiata comincia a calmarsi, mi ritrovo fermo, curvo e magro,  con questa nuova aria fresca che mulina al secondo piano, anche troppo per le medie emiliane che solitamente tendono alla stasi. Un vento idiota, fuori stagione, fuori luogo, che spezza i rami e mi annoda il bucato steso ad asciugare.

Non so perchè, e non so perchè adesso, ma so che è il momento dei titoli di coda. Non è la prima sera che passo nella nuova casa, ma il momento dei titoli di coda è questo.

So già di cosa si tratta. Di evitare di pensare troppo, chè tanto in quel senso hai già dato, ma solo di chiudere gli occhi e mandare in sottofondo una musica adeguata, mentre scorre sullo sfondo nero un velocissimo caleidoscopio di cose, città, concerti, cibi e vini, montagne e musei, prodotti da supermercato  e serie tv americane, pane o olio e spezie, flashback potenti di quotidianità a scomparsa.

Cerco una musica, e nel cercare devo far attenzione che non sia troppo retorica, troppo pesante, troppo scontata, ma che scorra leggera e passi e poi finisca, senza refrain. Senza bis. Cerco nel mio repertorio, e ce ne sarebbero a frotte, ma  sono tutte troppo verbose e spiegano poi troppo. E comunque poi capisco che, per una persona ciclica come me, che cerca sempre di ritornare all’uno, e dare un senso illusorio e quasi sferico alle cose della vita, l’unica musica non può che essere quella dei titoli di testa, di quando tutto è iniziato senza alcun preavviso, quando quelle gentili note di piano facevano presagire grandi cose per un millennio appena iniziato. Quando in una strana primavera priva d’ansie, primavera di elezioni, di copiosa neve dai pioppi e di zidane che se ne andava,  si cominciavano a covare speranze dolci e immani.

E quindi niente pensieri, non altri almeno. Solo una musica leggera che mi passa nella testa, mentre mi volto rientro in casa, chiudo la finestra e comincio a preparare la cena.

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