Gimme hope, Salento

sole salento3

Passare qualche giorno d’estate nella mia terra è una tradizione. Di più, un bisogno fisiologico. Di più, di più, un irrefrenabile richiamo della foresta. E’ come se qualcosa di insondabile mi chiamasse a sè, per chissà quale motivo, dalle paludi emiliane piene di afa e di ozono, il cui unico richiamo balneare sono le rare pozze sul fiume Po o le piscine urbane in periferia, e mi attraesse verso le selvagge spiagge salentine, le sagre paesane di sera, verso la bellezza mossa ed arsa di una terra ventosa dai due mari, ove per di più ho vitto e alloggio gratis.

Davvero, non so spiegarmelo come mai mi scatta questa attrazione verso la mia terra ad un certo punto. Sarà che sono un romanticone.

Comunque, appena arrivato in vacanza, uno dei problemi è gestire la prima abbronzatura. Essendo chiaro di pelle, biondo di capelli e pieno zeppo di nei sempre pronti a fare il grande zompo verso mutazioni cancerogene, devo prestare molta attenzione e prendere il sole con gradualità. Se tutto va bene, per una settimana rimango grigio topo, carnagione che ho assunto grazie al sole tropicale della Padania, e poi la seconda settimana assumo un colorito lievemente più terrone, senza mai raggiungere però le vette carbonizzate di molti miei conterranei zulù.

Una piccola premessa, altrimenti mi prendete per snob. Io preferisco la spiaggia allo scoglio. Essendo fondamentalmente un pigro, non sono certo uno di quegli alternativi che si scoppano fior di mulattiere zompando come capre tra una roccia e l’altra per arrivare nel posto che nessuno conosce, con lo scorcio inestimabile e la caletta dentro il cui mare si arriva solo con un tuffo di cinque metri e da cui si risale facendo pareti di roccia. No, a me piace la spiaggia, il mare a portata di mano, libri da leggere, tette da mirare, insomma sono il solito triste borghesotto.

Detto questo, però, andare al mare è molto bello, prendere il sole fa bene alla pelle, guardare tanta figa riscalda il cuore, però c’è una regola maturata con l’esperienza di anni ed anni: non si va mai al mare di domenica d’agosto. Oppure il giorno di Ferragosto. Per una regola di buon senso, è meglio restare a casa a guardare un film, o a giocare a carte con qualche zio. Perchè là fuori, nel tacco d’Italia, c’è un enorme termitaio di bagnanti che affollano qualsiasi residuo di spiaggia, dallo Ionio all’Adriatico, onde per cui l’unico modo che hai di entrare in acqua è di calpestarli come formiche.

Mi arriva però una telefonata e un invito che non si può rifiutare. Si può rifiutare l’invito di tanti, ma non di un’amica ritrovata. E allora eccomi all’una in macchina per raggiungere una delle località più gettonate della costa ionica, di cui non farò il nome perchè questo post non sarà propriamente un inno alla vacanza nel Salento, e solitamente le pro-loco turistiche sono abbastanza suscettibili. Se pensate che proprio ieri ad una ausiliaria del traffico hanno bruciato la macchina per una multa di troppo, c’è da che essere prudenti in questo far west di irragionevoli ai confini d’Italia.

Arrivo alle due meno un quarto al mare, ed è un momento di calma apparente. I residenti sono a casa a scofanarsi gigantesche teglie di pasta al forno e frise al pomodoro e ricci appena pescati, tutti asserragliati nelle loro case abusive e condonate a due passi dal mar. I bagnanti in trasferta invece sono in spiaggia a mangiare più o meno le stesse cose. Dopo aver parcheggiato ad un sopportabile kilometro dalla spiaggia, arrivo presso la medesima scalando quel che è rimasto di una antica duna, ormai totalmente distrutta e priva di macchia grazie ai bravi coglionauti che fanno i falò e che alimentano il fuoco con i piccoli arbusti presenti.

Il panorama, dalla collinetta, è dantesco. Ci sono migliaia di persone nel raggio di 500 metri, e per migliaia intendo forse una decina di migliaia. Di tutto, famiglie allargate, comitive di giovinetti, coppie che limonano, famigliuole con paletta e secchiello, poderosi topless a riva, culi random che saltellano in acqua, e poi racchettoni, pallonate, tavolini con tornei di burraco in atto da ore, tende montate da cui provengono musiche da stereo portatili, baretti ad intermittenza dove vendono rinfreschi allo stesso costo dei bar di zona San Babila. In altre parole, l’inferno in terra.

Mi faccio strada tra la gente stravaccata sui teli da spiaggia, calpesto borse zaini braccia culi orologi per arrivare sul bagnasciuga e trovare la comitiva di amici che incontro dopo qualche minuto. Mi spoglio velocemente, esibisco il mio solito costumino nero che indosso imperterrito da dieci anni sfidando le mode e le risate altrui. E mi fiondo verso il mare, cercando di liberarmi di questa oppressione di gente disposta stretta a caso sulla sabbia. Ma dentro il mare c’è pure più gente che in spiaggia. Chiunque. Una marea di corpi spanzati, in piedi, in movimento. Le conseguenze del sovrappopolamento si fanno sentire sul colore dell’acqua che, da queste parti solitamente cristallina, ricorda quella del Po. Una persecuzione.

Le creme e gli olii spalmati sui corpi e scioltisi in acqua, il sudore e la sporcizia di migliaia di schiene e di scroti, milioni di capelli e di peli. E’ tutto lì, sembra la pozza fangosa di una discarica abusiva. E il bello è che nessuno ci fa caso. Tutti sguazzano, giocano, quasi si abbeverano di quel nettare brodoso. Ci sono bimbi che pisciano in mare e se la ridono. Cinquantenni che fumano la loro paglia in acqua e lasciano la cicca in balìa delle correnti.

Io entro in acqua come entrerei nelle fogne di Mumbay. Cerco di non guardare troppo, a passi svelti cerco di giungere ad acque più profonde e meno lercie, ma passo passo, bracciata dopo bracciata, ritrovo le limpide acque dell’amato Ionio solo dopo centocinquantametri da terra, oltre le boe di sicurezza, dove si muovono pedalò e moto d’acqua e forse qualche medusa da chilo, ma il tutto è senz’altro meno pericoloso dei simpatici branchi di batteri coliformi che si esibiscono nel nuoto sincronizzato in prossimità della riva.

Così, lontano da tutta la gente, nell’acqua finalmente limpida, ritrovo il piacere di fare il bagno, e mi dedico alle mie attività preferite quando sono in acqua, tutti passatempi tipici dei giovani trendy: 1) faccio il morto, sia di pancia che di schiena, e quando sono di schiena cerco di battere il record di apnea; 2) comincio a fare una serie di capriole in acqua fino a che non mi viene da vomitare; 3) faccio tre-bracciate-tre in perfetto stile delfino prima di essere colto dal colpo della strega; 4) mi immergo fino al fondo, prendo un po’ di sabbia e la riporto a riva, e visto che dove sono io saranno manco due metri, capirai che bello sforzo.

Vabè, comunque mi rilasso, sto prendendo un po’ di sole, però c’è questo insopportabile vociare manco fossimo allo stadio di San Siro. Mi immergo in acqua, cercando di starci il più a lungo possibile, a sentire il silenzio inquietante del mare, quel suono metallico vicino alle orecchie che si fa più acuto con la pressione dell’acqua  che incalza. Guardo il fondale sabbioso, mi muovo come una biscia di mare finchè c’è ossigeno. Poi ritorno a galla a riprendere fiato.

Ad un certo punto, mentre sono in acqua, sento un rimbombo improvviso, dei suoni bassi potenti e in movimento. Dentro l’acqua, mi pare sentire la musica dello Squalo di Spielberg, e già sono pronto a sentirmi scarnificare dalla boccuccia di rosa di uno squalo bianco che si palesa come un fantasma, o vedere la pinna di una verdesca, o che cazzo, mi basta anche vedere un bel tonno da un quintale per cacarmi nel costumino nero.

Spaventato risalgo subito a riva, e vengo aggredito dalla musica proveniente dalla spiaggia, dalle gigantesche postazioni dei vari lidi in cui hanno cominciato a destarsi dal sonno le più fastidiose forme di vita dell’estate al mare: gli animatori. Eh già, sono le quattro, la siesta è finita, chiunque in quel casino abbia provato a sonnecchiare o a leggere un libro, ha finito di campare. Ogni fottuto animatore di ogni fottuto lido mette la sue musichetta sparata a pompa, nello stesso istante, ed è quel frastuono che ho colto a 150 metri da riva e a due metri di profondità. Altro che Spielberg e tonni.

Gli animatori invitano, spronano, incalzano i villeggianti per coinvolgerli nei loro meravigliosi giochi-aperitivo, oppure nei funerei aqua-gym, dove sulle note di una antica canzone pescata da chissà quale buco della memoria degli anni ’80, quintali e quintali di carne tremula cominciano a saltellare in acqua, quasi ipnotici nel loro gelatinoso incedere, come un esercito in disarmo, come una tribù di visi pallidi prossimi all’insolazione, come un piccolo pezzo di umanità che cerca di divertirsi in ogni modo, anche in questi modi disperati.

Io rimango dove sono, a mollo a cento cinquanta metri da riva. Mi rimetto a fare il morto e mi arrivano nitide le note di quella canzone, che mi riportano in trance ai miei 13 anni e ad estati ben più limpide e lunghe, quando il Salento era un posto selvaggio e vuoto e più povero e meno cialtrone. Ed io imparavo finalmente a nuotare, sapevo a memoria il testo lisergico di Gimme Five, e facevo la punta che non tornava mai nelle partite di calcetto nei campetti di terra vicino alla darsena.

E così, quasi per caso, in quell’inferno, me ne resto cinque minuti a guardare il cielo, e provo a tirare il fiato.

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8 Responses to Gimme hope, Salento

  1. prefe ha detto:

    non mi sono mai trovato tanto a mio agio a stare davanti al computer in agosto quanto durante la lettura di questo post.

    Bambini che pisciano ovunque, maledetti, sono una costante.

  2. men_CHI ha detto:

    …nei estirpati in estate che hanno lasciato posto a cicatrici esuberanti, una protezione sbagliata, non ti preoccupare cerco nelle borse dei vicini di ombrellone con i quali ho fatto amicizia condividendo telo da mare e sudore, una schiena che ricorda la via lattea per colore e per costellazioni che ho protetto per anni spalmando protezioni 50 che non permettevano alle mie mani di eguagliare il colore del resto del corpo, uno slippino imbarazzante e demodè, mani sui fianchi in posizione beiuoch, sono il bagnino verrò a salvarti e nel frattempo ti tasterò le tette, come dire, potrebbe essere lo spot per il marchio “Salento d’AMare…

  3. punzy ha detto:

    Ricordo quando ancora avevo il coraggio di tornare ad agosto a napoli, tutti via e o solo nella citta’ di partenope, bellissima e piena di scugnizzi che pisciavano in mezzo a piazza plebiscito

    p.s. gli animatori sono una piaga sociale da debellare con il gas nervino

  4. paperogaedintorni ha detto:

    men_CHI: è il mio costume di riserva, identico all’originale, mi spiace che non te ne sia accorta. Infine, nessuno meglio di un rinnegato viso pallido potrebbe impersonare l’essenza della salentinità. Come no.

  5. Valentina ha detto:

    Sono tornata ieri sera da una settimana di “ferie” in terra Pugliese – ho avuto le stesse sensazioni, troppa gente, troppi cafoni, troppa “simil” organizzazione…e poi il mare ha portato via la mia spiaggetta ionica, lasciando solo distese di sassi.

  6. Amaracchia ha detto:

    Ma quindi la popolazione è tutta in spiaggia?son giorni che la cerco per i paesini dell’entroterra…

    Quando ascoltavo questa canzone avevo un paio di de Fonseca bianche di tela, che andavano molto di moda in quella estate, una gonna a fiori e i capelli a caschetto.
    Decidi, sono anziana io a riconoscere la canzone o giovane tu che sei quasi mio coetaneo?

  7. paperogaedintorni ha detto:

    valentina: mi hai tolto le parole di bocca, il turismo è parola nuova per noi salentini, dobbiamo prima fare pratica per una cinquantina d’anni.
    amaracchia: non preoccuparti, sono io l’anziano, avevo addirittura 13 anni, mi sto convincendo pian piano che non esista nessuno più anziano di me al mondo.

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