Non è un paese per Paperoga (atto secondo)

arrotino

Avete mai fatto il classico sogno nel quale dovete recarvi in un luogo entro una certa ora e vi capitano confusamente mille imprevisti che rallentano in modo alquanto frustrante l’avvicinamento, fino a renderlo impossibile? A me capita, e penso sia normale per chi vive ossessionato dagli orari, per uno che non sopravviverebbe in un’isola deserta senza acqua, una donna nuda e il suo fido orologio al quarzo. Però l’altro giorno è successo davvero.

Vi ho già raccontato della fila alle poste, del matrimonio incombente, degli strani personaggi che popolano il mio paese. Andiamo dunque avanti.

Torno a casa, mi infilo in doccia, mi vesto come usa vestire in queste occasioni, ovvero nè più nè meno che come un maggiordomo che senza giacca pare un cameriere.  Tutto in pochi minuti. Ho davanti a me 25 minuti per fare 12 km in macchina. Ragionevole. Ma non ho fatto i conti con questi oscuri meandri e la loro magia nera.

Mi infilo in macchina con mio fratello Pfaff e la sua novia, ed esco per le strade del paese. Strade bucherellate manco si trattasse di Beirut, strade strette e senza segnali, dove la legge della precedenza è data da chi occupa baldanzosamente per primo l’incrocio. E dove circolano, sopratutto, strani veicoli che nel mio paese dettano il ritmo del traffico, smorzandolo, rallentandolo, come dei metronomi improvvisati ed ostinati.

Il primo veicolo in cui ci imbattiamo è una fottuta Apecar. Ne circolano ancora a centinaia nel paese, sballonzolano nelle buche a venti all’0ra, prive di ripresa, sempre piene di strana merce che deborda fuori dal cassone. Una mela qua, un po’ di calce là, carciofi o ulivi potati, c’è sempre qualcosa che cade. Chi le guida solitamente è pienamente consapevole dell’effetto paralizzante che ha sul traffico, ma ne è altrettanto indifferente. Non si mette da parte, non facilita il sorpasso. Sta lì, come una cornacchia che avanza sulla strada zampa a zampa, ondeggiante in modo quasi ipnotico, e dietro non puoi fare altro che tuonare bestemmie, accettando il tuo destino. L’Apecar che ci precede trasporta strani secchioni di vernice, e va talmente piano che la gente sul marciapiede camminando la supera di slancio. I bimbi in bici sono quasi tentati dal farci un giro attorno. Dietro, in qualche minuto si è formata una coda mostruosa. Mancano sempre meno minuti al matrimonio, ed io ho fatto si e no 500 metri. Tentiamo di superare, ma non c’è spazio e rischiamo lo schianto. Giunti ad un incrocio, a destra si imbocca un cavalcavia in forte pendenza. Prego la madonnina della neve che quel catorcio non si inerpichi a 4 all’ora su quella salita, altrimenti non arriverò in tempo neppure per il taglio della torta. La madonnina mi ascolta, l’Apecar sterza a sinistra e mi lascia libero di sfogare i cilindri della macchina lungo il cavalcavia in salita e poi in discesa.

Alla fine della quale incontro l’arrotino.

Si, proprio lui, è arrivato l’arrotino. Da un camioncino talmente scassato da essere probabilmente fuori da ogni registro automobilistico, emerge un altoparlante sproporzionato, che gracchia una voce registrata, in un accento comicamente settentrionale, credo veneto, che avvisa le donne che l’arrotino ripara qualsiasi cosa, che è anche ombrellaio e ripara ogni genere di ombrelli ed ombrelloni, che lo fa  a domicilio e con pochi soldini. La marcia del camioncino è ovviamente lenta, ma lenta qui significa quasi immobile, perchè l’arrotino aspetta davvero che le donne escano per strada con un ombrello spezzato a metà in mano implorando una riparazione economica ed immediata. Dietro lui, ovviamente ci sono io, rintronato da quel megafono anni ’80 che ripete la stessa frase all’infinito, roba che se avessi davvero un ombrello me lo farei riparare dopo averlo fracassato in otto pezzi sull’altoparlante. Dopo tre minuti di corteo dietro l’arrotino, sono quasi ipnotizzato, ma per fortuna l’ombrellaio decide di fermarsi ed accostare, ed io posso sgommare lungo la strada che costeggia la ferrovia, ad un solo kilometro dall’uscita da questo maledetto incubo a forma di paese.

Manco 300 metri ad alta velocità che dobbiamo quasi inchiodare per evitare un fenomenale ciocco con un trattore. Un enorme trattore che sfiata fumo nero, e che va ancor più lento dell’arrotino che andava ancor più lento dell’Apecar. Una lacrima mi appare furtiva e pare scivolare sulla guancia. Il trattore ovviamente non si sposta manco lui, anzi, pare occupare tutta la strada, il vecchio che lo guida non mi pare tanto in sè, meglio non stargli troppo dietro il culo. Altri 5 minuti di stillicidio, i clacson che suonano dietro di me, macchine che sfidando collisioni inaudite riescono a sorpassarlo, ed io che aspetto, che attendo, mentre dietro al mio collo si formano bozzi inquietanti che testimoniano che sto per sclerare in modo potente.

Trovo un pertugio, e sorpasso. Ma voglio vederlo in faccia quel maledetto contadino. Eccolo, la solita faccia da sberle, ti guarda come per dire “meh, ce bbuei, te serve nienti? ce bbe tutta sta pressa? Ane, passa, e bba mueri“*. Io lo guardo prima con l’odio e il disprezzo che so riservare solo ai miei compaesani.

Poi mi viene un dubbio. E se stessi sbagliando? E se avesse ragione il contadino, nell’ignorare le istanze moderne che ti spingono ad essere puntuale, a muoverti velocemente per il mondo come in una sorta di corsa a tappe ansiogena e disumana? Se fossi io, drogato dalla preoccupazione dell’orologio, ad aver perso di vista quel modo tranquillo, forse insolente, ma in definitiva sano, di pascolare su questa terra senza curarsi troppo delle ansie di arrivare altrui? Lo guardo ancora, dietro lo specchietto, ed ho un moto di stima. Un moto però. Forse mezzo.

Perchè poi guardo l’orologio, e scopro che ci ho messo 20 minuti per uscire da un buco di paese, e che arriverò in ritardo ad un matrimonio per cui mi sono alzato all’alba. Quindi un moto di stima basta e avanza, prima che ritorni ai miei pensieri meno inclini all’afflato umano.

E quindi vai a fare in culo tu e quel cazzo di trattore, contadino di merda.

* “Beh, cosa vuoi, hai bisogno di qualcosa? Cos’è tutta codesta fretta? Vai, passa, e vai a morire ammazzato”.
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3 Responses to Non è un paese per Paperoga (atto secondo)

  1. riccardosalvioni ha detto:

    Non so, ma credo di poterti capire. e di poter condividere il simpatico invito finale.

  2. sunofyork ha detto:

    paperoga, a te manco l’idillio bucolico del tuo paesello ti placa un po’. che ti devo dire, contro il logorio della vita moderna, bevi cynar

    sun

  3. punzy ha detto:

    caro, pensa che gli apecar e l’arrotino circolano pure nell’urbe e non mi stupirei se vedessi sbucare anche un trattore..

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