Il Dottor Kildare va a Lilliput

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Il Dottor Kildare (chiamiamolo Doc, per brevità) è l’unico tra i miei amici, marmaglia di irrisolti esistenzialisti con le pezze al culo, me compreso, ad essersi dato una direzione e una dimensione. In pochi anni:

diploma

laurea in medicina a Roma

specializzazione

matrimonio

lavoro in ospedale.

Preciso, quasi devastante nella scansione delle sue tappe, deciso ma non ambizioso, Doc ha macinato in pochi anni quello che io non sarò in grado di fare per almeno altri dieci. Rigido e testardo come il campagnolo che è, polmoni grossi e fasci di nervi sempre all’erta, eppure sorridente e mansueto, tranquillamente in divenire.

Dieci anni a Roma, poi il destino gli gioca uno scherzo. Vince un concorso a tempo indeterminato e viene destinato fantozzianamente nelle miniere di Sassu Scrittu, nel nostro caso una minuscola città della Romagna. Nel giro di venti giorni lascia coattivamente la sua amata periferia romana bonificata accanto all’Aniene, la placida e amena stazione metro di Ponte Mammolo, e si trasferisce di sana pianta a Lilliput.

Quale autonominato esperto della provincia emiliana, sento di essere quanto di più vicino ad un Virgilio che possa sostenere Doc nei suoi primi passi nella sonnolenta realtà provinciale, e dunque nel suo primo week end settentrionale decido di fare un’ora e mezza di macchina ed andare a saggiare come si adatta un ex abitante di una metropoli a vivere in una città più piccola di un qualunque Municipio dell’Urbe. In realtà, come scoprirete tra poco, voglio solo litigare.

Quando arrivo nel corso principale della città lo vedo subito in piedi sul marciapiede che mi aspetta. E’ la classica faccia di gomma uguale a se stesso da quando era piccolo. Noi siamo cresciuti, ingrassati, dimagriti, incarogniti di rughe, segnati dalle occhiaie da stress. Lui sempre identico come una scultura greca, che il diavolo lo fulmini.

Ora, dovete sapere che tra me e Doc è in atto un piccolo dissidio personale generatore di litigi epocali, e verte tutto sul fatto che io tendenzialmente odio Roma, dove “tendenzialmente” sta per “intensamente e con tutta l’anima”, e mi scaglio con geremiadi bibliche contro l’inciviltà dei suoi abitanti e sul fatto che la grande Capitale altro non è che una ipertrofica e provincialissima città del sud, con tutti gli annessi e connessi. Doc invece la difende a spada tratta, e sì che lui è partito dal mio stesso paesino salentino con idee in testa ben più rigide delle mie in fatto di civismo, ben più stanco e torquemada di me in fatto di inciviltà manifesta. Ma dieci anni di Roma gli hanno estirpato i neuroni del cittadino modello, e vi hanno trapiantato quelli dell’orango suburbano. Capirete perchè i nostri litigi sul tema diventino delle vere e proprie maratone oratorie all’ultimo sangue. Premesso questo andiamo avanti, e scandiamo tre fasi della animata discussione tra i due personaggi più testardi che abbiamo insozzato il cosmo negli ultimi duecento anni.

Primo scontro dialettico: Spazi pieni e spazi vuoti

Paperoga: Allora, come va questa immersione nella provincia del nord?

Doc: (perplesso, depresso, accenna un sorriso ma decide che è meglio di no): Mah, nsomma, certo è un po’ diverso..

Paperoga: Dai tempo al tempo, vedrai che anche Lilliput ti darà le sue belle soddisfazioni. Cultura, tempo libero, divertimenti, vita, c’è tutto, solo che questo tutto è timido, è nascosto e si vergogna, devi andarlo a stanare.

Doc: Vai a cacare, vai. Diamine non c’è nessuno in giro, mai, a qualunque ora. L’altro giorno sono andato in posta, ho preso il numero e mi hanno chiamato dopo 30 secondi. Dico, tren-ta se-con-di! C’erano due vecchie e una badante. E  un silenzio imbarazzante. Impiegati che non sapevano cosa fare. Diosantissimo.

Paperoga: Eh già, che vitaccia. Deve essere proprio stato orribile tutta quell’assenza di coda. Vuoi mettere con le tue stressanti attese di anni fa negli sportelli di via di Torrevecchia con un caldo tropicale dentro, litigi, zuffe, maleducazione a go-go?

Doc (che si illumina al pensiero): cavolo, quella era vita. Gente vomitata per la strada, traffico, caos, clacson, insulti….

Paperoga: Vuoi litigare, ho capito. Ma ti perdono, anche perchè voglio litigare anzitutto io. Anche se cazzo, mi precipito qui perchè ti credo in preda alla claustrofobia, e invece vedo che è degli spazi vuoti che hai paura. Agorafobia a Lilliput: batti ogni record di stramberia.

Doc: Ecco, vedi, è quello il punto. Non è tanto la realtà di provincia, quanto l’assenza di gente. Io ho bisogno di gente a pacchi, a chili, a capannoni. Gente su gente, che affolli le strade, i marciapiedi, ho bisogno di sentire le voci, le grida, le urla, ho bisogno di gente che si strusci che litighi che si batta nella giungla d’asfalto. Qui c’è un silenzio cane, la gente ha ha disposizione un sacco di spazio per sè, non si sfiora, non ha bisogno di farlo. E’ orribile.

Paperoga: Hai mai pensato che forse di orribile e inumano c’è il fatto che così tanta gente viva in spazi così ridotti? Hai mai pensato che l’uomo non è fatto per vivere uno sopra l’altro, e che questo crei inevitabilmente inciviltà,  insalubrità, mancanza di rispetto, comportamenti privi di ogni logica, richiamo della foresta e della legge del più forte? Non credi sia più umano che ogni uomo viva in un certo spazio suo e solo suo, e che tra lui e gli altri ci sia uno spazio di sicurezza che gli impedisca di sbroccare? Cristo, sei nato tra le pecore come me, che cazzo ti ha fatto quella città per ridurti a rimpiangere gli ingorghi sulla Cristoforo Colombo e le code alla posta?

Doc: Boh, sarà che lì ho sentito l’odore del sangue, della pugna, della battaglia tra uomo e uomo. E mi è piaciuto un sacco. Sarà la sensazione di sopravvivenza urbana, di quella vita difficile, sporca, scomoda, in spazi sterminati e mal serviti, dove la gente si agita senza senso come in una enorme pista di auto-scontro. E’ una specie di adrenalina. O comunque meglio di questo elettrocardiograma piatto che tu chiami tranquillità. Da spararsi.

Secondo scontro dialettico: Limiti, strutture, elasticità, caos.

Doc: Poi cazzo ieri ho preso una multa. Dieci di anni di Roma e manco una. Arrivo qua, e bum, divieto di sosta perchè non ho pagato il parcheggio per un’ora. Cazzo, ti rendi conto, solo un’ora.

Paperoga: Diamine, che sfortuna, che persecuzione. Parcheggi per un’ora intera senza pagare e ti fanno pure la multa. Cattivoni.

Doc: Vai a cacare. Ma diosanto, un po’ di elasticità, non puoi mica fare una multa a tutti quelli che infrangono il codice della strada. Sennò non campi.

Paperoga: Un consiglio da amico: cambia questa mentalità o qui spenderai metà del tuo stipendio in multe. Se ti aspetti che qui chiudano un occhio se passi col rosso o parcheggi sulle strisce pedonali, sol perchè  dovrebbero aderire a questa tua malintesa elasticità, i punti della tua patente salteranno via come rimossi dall’Allegro Chirurgo.

Doc: Che indecenza. Quello che tu chiami ordine è un ammorbamento dei sensi, un invito ad essere passivi, assimilati, silenziosi e sudditi. Se invece c’è lo spazio e il modo per interpretare, per creare, per adeguare l’ordine alla propria personale esistenza, allora l’uomo progredisce, si fa più intelligente, mette a frutto le sue doti. Vuoi essere suddito o creatore? Darwin qui a Lilliput avrebbe rivisto le sue teorie sull’evoluzione.

Paperoga: Caschi male, furbastro. Quello che tu chiami caos creativo, o ingegno dell’uomo, è solo uno spaziare libero nell’assenza di regole e controlli. Girate per la vostra città come cowboys e fate il cazzo che vi pare. Parcheggiate dove volete, ignorate le strisce pedonali, zigzagate tra le macchine con gli scooter, suonate il clacson come dei jazzisti, e tutto questo lo chiamate creatività e spirito di adattamento. Invece è solo far west, che è il posto più facile e comodo del mondo in cui vivere, se sai usare una pistola. Un posto che invece ti dia una dimensione, tracci dei limiti esterni e ne controlli la tracciatura, per voi finti anarcoidi geniali creatori di regole personali diviene una prigione o un manifesto plastico della rigidità umana.

Doc: Come sei pesante. E comunque quando ti abitui ad un certo tipo di comportamenti, che entrano anche in un codice più ampio, oggettivo, non solo individuale, comunque il vivere nell’elasticità ti permette anche di divertirti, in un certo senso. Tu da quando stai qua sei morto dentro.

Paperoga: Già, me le ricordo le risate che ci facevano in Terronia quando subivamo l’arbitrio dei buzzurri, il capriccio delle scimmie urlatrici. Madonna lacrimavamo proprio dal ridere, quando ci pargheggiavano davanti in doppia fila e al ritorno dopo mezz’ora ti mandavano anche affanculo, e nel frattempoi i vigili parlottavano tra di loro di quanto ammorbidente mettere nella lavatrice quando lavi a 40 gradi. Me le immagino le risate che ti fai quando ti pargheggiavano davanti al passo carraio del tuo garage mettendo le 4 frecce per un’ora. Che umorismo, che frizzi, che lazzi.

Terzo scontro dialettico: il concetto stesso di “mare”

Fa caldo, in città non si respira. A dieci chilometri c’è il mare. Non vado sulla riviera romagnola da quando ero alle scuole superiori, e ne ho un ricordo nebuloso come la limpidezza delle sue acque. Però c’è la spiaggia, ci sarà un po’ di venticello fresco, chè, stiamo a fare i preziosi? Dunque arriviamo sull’arenile, mi spoglio rimanendo solo in pantaloncini, e mostrando al mondo il mio corpo bianco e segnato dalle cicatrici. Spalmo qualche tonnellata di crema a protezione duemilioni, e mi metto a guardare il mare calmo segnato solo da una molle brezza. Mi avvicino un attimo, come tentato da tuffarmi in acqua, ma noto subito che ha un colore indefinito, come se tutta quell’acqua fosse appena uscita da un gigantesco frullatore con cui hanno mischiato sabbia, acqua di mare, alghe  e sapone. Un pastrocchio torbido, tipo acqua mischiata a calce in un pozzo di campagna. Manco metto i piedi in mare, mi ritiro dieci centimetri prima.

Doc (già in costume e pronto al tuffo): Beh, non entri in acqua?

Paperoga: Quale acqua?

Doc: Dai, non è così male, forse dopo ventri metri di fondale diventa pulita.

Paperoga: Ti conviene andare un po’ più a largo, tipo in Croazia, se vuoi vederla pulita. Ma davvero entri in quella pozza?

Doc: Ma si, non è certamente peggio di Ostia. Tu dovresti vedere Ostia, e allora capiresti.

Paperoga: Non la voglio vedere Ostia. Ma diosanto, a te Roma ti ha proprio fuso le meningi? Hai perso la memoria? Ti hanno fatto l’elettroshock? Vieni da una terra in cui andavamo a mare ogni giorno a Frassanito, a Torre Lapillo, a Torre dell’Orso, ed hai il coraggio di chiamarlo mare questo solo perchè è meno una merda di Ostia?

Doc: Intanto io entro in acqua e mi rinfresco. Tu stai pure qui a rimpiangere Torre Lapillo. E’ molto meglio, si si. Come ti invidio tutti quei pensieri.

Paperoga: Fottuto testardo.

Doc: Maledetto represso.

Con Doc in Romagna non solo mi sono procurato un dottore personale ad un’ora e mezza di macchina. Ma potrò anche dare sfogo alla mia vis polemica ogni volta che ne avrò voglia. Avete presente che ognuno di noi ha una persona particolare con cui prova un gusto assurdo nel voler litigare? Avete presente quando avete bisogno di litigare e non avete un Daniele Luchetti a portata di mano? Ecco, adesso ce l’ho. Il Dottor Kildare mi risparmierà uno psichiatra.

Grazie, Lilliput.

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14 Responses to Il Dottor Kildare va a Lilliput

  1. porzione ha detto:

    Povero Doc. Ha tutta la mia solidarietà. (Ma alla fine è riemerso dalla mucillagine?)

  2. sunofyork ha detto:

    mi hai fatto venir voglia di trasferirmi a nuova delhi, e normalmente condividio lo stesso odio per il caos e la mancanza di regole, razza di mattone che non sei altro 🙂
    sun

  3. sunofyork ha detto:

    (condividio è chiaramente un neologismo che sta per condivido+odio, mica un banale refuso)

  4. “la grande Capitale altro non è che una ipertrofica e provincialissima città del sud, con tutti gli annessi e connessi.” sììììì è questo il bello!! e vedessi nuova delhi… ancora meglio!! 🙂

  5. paperogaedintorni ha detto:

    a tutti: io credo che ognuno debba impegnare la propria esistenza a scavarsi una comoda e dignitosa fossa in vita, con tutti i confort. Per citare lo scrittore, “un posto pulito, illuminato bene”. Non vi sembra meraviglioso?

  6. Amaracchia ha detto:

    La verità è che non è solo una dicotomia Roma-città di provincia, le stesse discussioni si fanno per Amaracchiacity e MontagnaduomoCity, per non parlare della tristezza di nuovamontagnaduomocity. Roma tutta la vita, soprattutto perchè non l’ho mai provata.

  7. prefe ha detto:

    pape ciao
    che film è quello di nanni?

    comunque un amicizia così ti logora.
    quantomeno le corde vocali

  8. punzy ha detto:

    oh io non posso vivere in provincia, solidarieta’ a doc. Io ho bisogno dell’Urbe, del traffico e dello stress, ho bisogno della nevrosi urbana indispensabile al mio ruolo di scrittice
    sono come woody allen con ney york ma con gente piu’ sporca e piu’ ignorante

  9. paperogaedintorni ha detto:

    amaracchia: tra roma e bari (chissà i tuoni di sun e porzione, nonchè tuoi) scelgo lilliput. anzi, scelgo un paese in provincia di lilliput. anzi, in una delle sue frazioni.
    prefe: il film è aprile. quanto all’amicizia litigiosa, tiene in allenamento la lingua e il cervello, altro che brain training
    punzy: mancava un tuo intervento laddove ho fatto outing dicendo che odio roma e ciò che contiene, dove per ciò che contiene intendo i suoi abitanti, non certo il mausoleo di santa costanza o il palazzo della civiltà del lavoro (per non citare sempre i soliti colossei e archi di constantino)

  10. porzione ha detto:

    Mah, appena manderanno via il mitico sindaco Emiliano, sarò d’accordo con te. Per ora me la godo.

  11. sunofyork ha detto:

    @porzione: sto scendendo a bari solo ed esclusivamente per votare Michè, vedi di non portare sfiga, Chiarchiaro!

    @paperoga: hai perso una lettrice con quella infame affermazione.

    sun

  12. […] probabilmente faticherà, inizialmente, a riconoscersi in questo post. A differenza di Vlad, del dottor Kildare e del Merda, lui è sempre stato chiamato con altri soprannomi, notevolmente più insultanti di […]

  13. doc ha detto:

    …quanno l’arancia rosseggia ancora sopra i sette colli ìì-ìì. e sò più vivo, e sò più bono.
    no, nun te lasso mai, roma capoccia der monno ‘nfame…

  14. dieghermaister ha detto:

    mi sveglio in pieno pomeriggio nel mercato di campo dè fiori. è il 27 dicembre e come al solito si sta benissimo, anche se piove. l’aria è cosparsa di odori e fetori di ogni tipo e ad un angolo un fruttarolo ingurgita, seduto su uno scanno, un piatto di cacio e pepe fumante. i turisti brulicano inconsapevoli, e la statua di giordano bruno è circondata dai soliti ragazzini punk. proseguo per piazza farnese e via giulia, fino al lungotevere, gonfio fino agli argini inferiori, e sbatto addosso ai ponti di pietra che si perdono all’orizzonte. mi pare di essere uscito da casa con le chiavi in tasca, come migliaia di volte in 13 anni. e invece no. sono qui, accidenti, da estraneo e da turista per la prima volta, a stancarmi nelle camminate spasmodiche sui miei lunghi e secolari marciapiedi, a guardarmi gli uccellacci sul fiume e gli uccellini che disegnano coreografie precise nel cielo, su cui si stagliano decine di campanili. e mi sento a casa, con la solita, nota sensazione di essere sconosciuto a chiunque mi passi accanto in quel momento ma di sentirmi parte di qualcosa, non so che cosa. un barbone trascina un pesante carrello della spesa pieno di stracci e i colombi si affacciano agli usci delle pasticcerie del ghetto, che emanano profumi millenari. c’è gente a frotte, ma non c’è chiasso. c’è traffico, ma non c’è confusione.
    mi riempio i polmoni quanto più posso e spalanco le braccia. rieccomi qua, come sempre, con le stesse sensazioni di quando ero studente, prima che la romanità e roma mi rapissero per sempre, prima di capire. poi ci sono passati di mezzo pasolini, gadda, e remotti a chiarirmi le idee (fellini, per una volta, lasciamolo in pace).
    alberi secolari si inchinano al passaggio del tevere con i rami bassi. e un cane piscia accanto alla statua del belli, all’inizio di viale trastevere. mortacci sua.
    rieccoci qua, vecchia mia. come meritiamo, costretti alla lontananza da una terra e da un idioma che rispetto,ma che non mi appartengono.
    e tu aspetta, aspetta di vedermi tornare a casa. io faccio finta di aver parcheggiato il motorino di sempre nel posto di sempre, anche se non è vero, anche se non ho più casa. ma tu resta lì. chè la ruota gira. deve girare.
    e te lo dico, ancora come allora, vecchia mia. come meriti. come meritiamo: grazie. grazie roma.(doc)

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