Metà vita fa. Esattamente.

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A diciassettanni ero un semidio. Bello e biondo come il sole, e dicevo sempre di sì. Almeno, avrei voluto dirlo, se la ragazza per cui smaniavo da mesi e mesi mi avesse concesso almeno l’onore di un bacio. A quei tempi non ero un sessuomane, mi sarei accontentato.

Ci sbattevo la testa da mesi. Ero convinto (stramaledetto sia dantealighieri e marcisca nel più bollente dei suoi inferni), che un tale sforzo d’amore non avrebbe potuto passare inosservato. Diobuono, era da settembre che le telefonavo quasi ogni giorno, a San Valentino feci recapitare rose rosse da un mio compagno di scuola (che si prese pure la mancia dai suoi genitori), spendevo tutta la paghetta per comprarle regali, cazzo le regalai anche uno Swatch Scuba comprato sottobanco da un compagno di scuola  traffichino a “prezzo di favore” (leggi, inculata, maledetto cane, spero tu sia morto). Le scrivevo lettere d’amore, in quei mesi scrissi le stronzate più abominevoli che possano essere partorite dal cervello in pappa di un innamorato adolescente. Cercavo di mostrarmi brillante, cazzo lo ero, ero un leader, un trascinatore, pieno di carisma fino alle adenoidi a quei tempi. Cantavo, recitavo, vincevo tornei di tennis, avevo un ottimo sinistro a pallone. Insomma, avevo tutta la restante metà della mia vita per diventare un ameboide .

Però lei, manco per il cazzo. Era improvvisamente sbucata fuori dall’anomimato dei suoi 14 anni, piombando nel fiore dei 15 al centro dell’attenzione di una generazione di salentini maschi e con il testosterone  assatanato. La guardavano tutti, tutti la volevano, ed io certo non ero in cima ai suoi desideri. Però ero il più costante degli ammiratori scassacazzo che madrenatura abbia vomitato su questa nuda e triste terra. La sua indifferenza non mi feriva, i suoi rifiuti non mi facevano arretrare di un millimetro. Ero sempre lì, a ripetere quel numero che ancora ricordo sulla tastiera rotatoria del telefono SIP, oppure a vergare chilometriche lettere di smielate dichiarazioni d’amore zuccheroso, oppure ad imbucare a stento nella sua cassetta delle poste doni degni di un Babbo Natale rincoglionito dall’amor.

Era passato l’autunno, l’inverno mite e anche la primavera, invero abbastanza incazzata e calda, se ne stava andando. Era la fine di maggio, e lei era sempre lì, a due passi, ma irraggiungibile. Non aveva ancora scelto nessuno, e per me era già un’ottima notizia. Poteva scegliere chiunque, ancora, ed io ero chiunque. Nonostante i suoi non provo nulla per te, non sei il mio tipo, dovresti rassegnarti, hai rotto il cazzo, gesummaria se esistesse lo stalking ti denuncerei senza manco pensarci, io ritenevo ancora che fosse solo questione di tempo, di poco tempo. Che poi, a 17 anni la concezione del tempo te la raccomando.

Era un sabato pomeriggio. Un sole meraviglioso, un caldo porco, eravamo tutti nel parco di periferia che ogni settimana accoglieva noi scout per la nostra attività all’aria aperta. Da buon rapace la osservavo ed aspettavo  il momento di parlarle da solo per quei tre minuti che avrebbero riempito il serbatorio delle mie illusioni fino al prossimo sabato. E difatti, dopo la fine dell’attività, la trovai seduta su una panchina che scriveva qualcosa sulla smemoranda. Le mie gambe lunghe e magre mi scaraventarono davanti a lei in silenzio e in pochi istanti. Lei alzò lo sguardo, e mi rivolse una faccia a metà tra il “ah, ciao” e il “che rottura di coglioni”. Non so cosa le dissi, o cosa cominciai ad imbastire, boh, sta di fatto però che chiuse il diario e cominciò ad ascoltarmi, a guardarmi in faccia, interessata. Minchia, io mi sentivo  un supereroe, magari dinoccolato e impacciato, facciamo un Ralph Supermaxieroe, con tanto di sigla di sottofondo (sentitela anche voi, vi renderà l’idea). Lei mi sorrideva, io parlavo, io e lei seduti sulla stessa panchina, diamine, mai successo, era un orgasmo spirituale che solo ad un diciassettenne minchia può sembrare migliore di un orgasmo fisico.

Mentre ancora parlavo, e mentre ancora lei ascoltava e sorrideva, e già pregustavo un appuntamento o una mano tenuta o diamine, qualunque altra cosa, un nostro amico piombò come un ripugnante condor su quell’amore che stava per sbocciare, correndo verso noi senza fiato e con lo sguardo di chi deve comunicare una cosa e vuole essere il primo a farlo. Io lo notavo avvicinarsi da lontano, sapevo che veniva ad interrompere tutto, e speravo nel frattempo inciampasse su qualche radice d’albero e si spezzasse le gambe, e magari svenisse dal dolore. Ma nulla da fare, il destino sotto forma di quell’uccellaccio era arrivato, ed i miei sogni di coppia felice se ne andavano allegramente in vacca. La sigla di Ralph sfumava nella mia mente, e già raccoglievo i cocci della mia delusione.

“Hanno ammazzato Falcone”, disse, laconico, con poco fiato una faccia paonazza e gli occhi spalancati.

“Cazzo, proprio adesso”, mi venne da pensare d’istinto. Ma fu un attimo, l’ultimo attimo spensierato della settimana a venire. Corremmo verso il bar più vicino in cui c’era una televisione. Decine di persone di quella periferia di malavitosi a contemplare attoniti quel cratere da guerra civile, tutta quella gente.

La sera noi del solito gruppo uscimmo a mangiare una puccia, ma parlavamo poco. Facemmo un giro in vespa e motorini al mare, ma anche lì nessuno fiatò. Notavo facce che non sapevano spiegarsi bene cos’era successo e cosa poteva significare.

La mattina dopo comprai due giornali, io che non ne avevo mai comprato uno, a parte la Gazzetta dello sport e il Guerin Sportivo. I giorni successivi furono giorni di scioperi scolastici, di assemblee improvvisate, furono giorni di una generazione di meridionali, dalla Puglia alla Sicilia alla Campania alla Calabria, che prese coscienza in un botto della propria condizione di sudditi e di umiliati, di gente quasi senza scampo. Furono giorni di lenzuola ai balconi, di un funerale trasmesso nell’atrio della nostra scuola, con metà degli studenti attoniti e l’altra metà con le lacrime agli occhi. Per una intera settimana non pensai a lei, non pensai a nulla. Vagavo in questo turbinio di movimenti giovanili che non sapevano bene che fare, ma capivano che si era passato il segno. Alla televisione facevano vedere una Sicilia quasi liberata, la gente in piazza, fiumi di persone mano nella mano, candele, processioni. Lo Stato contestato strattonato spintonato impaurito ai funerali, la mafia insultata a reti unificate. Durò poco, niente di serio.

Lei capitolò quattro mesi dopo. Ci baciammo sotto un castagneto dell’appennino silano. Stemmo insieme solo qualche anno.

Niente di serio, neanche qui.

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6 Responses to Metà vita fa. Esattamente.

  1. prefe ha detto:

    qualche anno
    niente di serio…
    sticazzi!

  2. paperogaedintorni ha detto:

    io misuro tutto in lustri.

  3. veneredejanira ha detto:

    uhm, quasi quasi concordo con prefe:
    niente di serio un par di ciufoli!
    (belli lustri, s’intende)

  4. doc ha detto:

    ero io il rapace? non mi pare ed in ogni caso ho le gambe ancora integre, brutto menagramo. e se accerchiavo la tua donzella d’orleàns era solo perchè bramavo la sua dama di compagnia dalla rossa chioma. il finale lo sai…

  5. paperogaedintorni ha detto:

    doc: mi sa che il finale lo sa anche la veneredejanira. chissà che gli ha passato il link del blog….

  6. veneredejanira ha detto:

    uhm il link… sarà colpa del rubicondo vino romagnolo, che avrà sciolto la lingua del doc, oltre che offuscarne irreversibilmente i pensieri (un po’ come tutto ciò che ha incontrato di rosso nella sua adolescenza)!

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