Un golpe, o che piovano rane

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Anni fa, in preda alla foga di voler pescare anche nei mesi che trascorrevo in Emilia,  presi la licenza di pesca. Mi consigliarono di andare a pescare in un laghetto naturale nella bassa reggiana, “pieno di pesce, insomma ci si può divertire”. Pescavo nell’unico modo che sapevo: a fondo, con una bolognese agile e non molto lunga, usavo bigattini ma sopratutto lombrichi di terra, perchè il mio obiettivo erano i pesci gatto che stanziavano sul fondo a grufolare fango. Scelsi un posto tranquillo, posizionai anche la nassa, e i pesci in effetti cominciarono ad abboccare in continuazione. Ero lì da tre ore e ne avevo pescati una trentina. Pesci gatto scuri, con quella bocca enorme, gli occhi allampanati, il corpo viscido privo di scaglie. Erano tutti di taglia piccola, non ce n’era uno che andava oltre i dieci centimetri. Mi chiedevo dove fossero i bestioni, forse sbagliavo qualcosa. Provavo allora a lanciare più lontano, a posizionare meglio il verme, a non pescare totalmente a fondo, a recuperare lentamente la lenza, ma nulla, abboccavano  spasmodicamente solo questi nanetti tutti identici, che non ne riconoscevi uno dall’altro.

Un vecchietto del luogo ciondolava tra pescatore e pescatore, mani dietro le spalle e un sacco di consigli non richiesti da snocciolare. Accortosi della mia pescata miracolosa si accostò a me e, quasi intuendo le mie bestemmie mentali, mi disse che lì non avrei trovato nulla di più grande. “C’è poco ossigeno, nel lago, ci sono un sacco di pesci ma crescono poco, rimangono piccini. Anche i siluri, e qui ogni tanto riescono a pescarne, sono di taglia piccola. Sto laghetto per me sta cominciando a morire, vedrai tra dieci anni ci sarà poco pesce”.

Poco ossigeno, molti pesci piccoli. Sapevo che non avrei pescato niente di diverso, o di più grande, e dopo qualche minuto mi stufai, e me ne andai. La mia passione per la pesca d’acqua dolce durò qualche altro mese, poi si spense, nella depressione di quei paesaggi padani che circondavano gli stagni, troppo simili all’inferno per come me lo immagino ancora adesso. Però l’idea di quello stagno scuro privo d’aria in cui si agita una sovrappopolazione di creature asfissiate ed incapaci di crescere, mi rimase nella testa come una immagine di raro orrore.

Io non so dove voi abitiate, e che tempo faccia dalle vostre parti. Ma qui a Paperopoli si respira una strana aria, e mica da mò. Non credo sia solo l’aria simil paludosa di quella striscia di Emilia che si affaccia sulla bassa padana. E’ aria ferma, usata, non ancora marcia, ma al naso da intenditore non può che risultare puzzolente. Ed io, siori, che ho una signora nasca da mezzo chilo, quest’aria la sento. E’ aria senz’aria, o al massimo con ben poco ossigeno nuovo di pacca. La respiro uscendo di casa ma anche standoci dentro. Accendendo il televisore nel veloce zapping dei miei canali, o ascoltando le chiacchiere da parco nei dintorni che abito. Se apro i giornali, o quando scorgo i manifesti elettorali. O quando entro di soppiatto in una chiesa.

Fossi un fine osservatore, oltre che un fine annusatore, la definirei una stasi di pensiero e di azione, l’assenza di ogni sforzo di cognizione. Ma mi limito a descrivere quello che vedo e sento, e non c’è altro che quest’aria povera, depressa, indebolente come una sindrome da stanchezza cronica, che dipinge i volti e le parole pronunciate da molti chiunque, che mi fa provare il brivido tipico che provo ogni volta che avverto una situazione che stagna, umida e quasi sgocciolante, all’ombra di qualsiasi sole diretto.

Dovessi trovare appigli poetici, bah, non è il sabato del villaggio, non è certo aria di attesa di qualcosa di migliore che poi, come insegna il vate, non potrà mai essere meglio dell’attesa.

Non è quiete dopo nè prima della tempesta, perchè ho il sentore preciso che non ci sarà alcuna tempesta.

E’ qualcosa che promette di rimanere così per sempre. Ad avvelenare le menti e i figli di quelle menti e i figli dei figli di quelle stesse menti. Un sentore misto ad un calmante, misto ad un sonnifero. Le persone invase da quest’aria vagano, vagano, vagano. Non sembrano fare altro. E quando sono ferme hanno la stessa espressione priva di un punto di domanda. L’impressione che ne avverto, mentre passo davanti a loro guardandomi le spalle, è che vi siano solo certezze nelle menti di questa fetta enorme di popolazione, solo professioni di fede, solo ceri accesi a qualsiasi madonna o santo che possa un poco placare l’ansia di non averle, alla fine, quelle certezze. Vedo troppe persone affacciate ai balconi e sui cortili a parlare di tutto con quel sorriso d’ordinanza come una pistola, e troppa gente che le ascolta senza udirle ma solo per provare eccitazione e voglia di partecipare ad un plebiscito. Vedo parole su parole, le vedo proprio, mica mi limito a sentirle, che poi, sono parole dette a caso e poi ingurgitate da chi le ascolta a morsi cagneschi come un qualunque cibo da strada. Parole alla cazzo di cane, senza forma, che bombardano e violentano, e l’aria che cerco di respirare per reazione – come quando sei in una cuccetto di treno ed uno scoreggia e metti la testa fuori dal finestrino – è però del tutto simigliante ad una puzzetta, e non ti placa. Mi impasta la gola, anzi, quasi come se fosse fumo.

Mai fatta una canna in vita mia, ma me ne farei una di buon senso, se si potesse scorgere, e invece ci sono solo alibi e scuse urlate a brutto muso se qualcuno ci chiede se per caso non ci sentiamo un po’ indegni di vivere in questo modo.

E allora dopo tutti questi pensieri a cascata, dopo un pomeriggio che deve piovere e non piove, ti senti tanta di quell’aria nella pancia che ti viene da dire che sì, almeno dàtemelo, questo cristo di golpe.

Attenti però, voglio la visione di un golpe, ve ne prego. Non mi basta leggerlo sottotraccia. Datemi un pugno di carri armati nelle piazze,  presidii  militari a garganella per le strade, datemi per converso dei ribelli, dei rivoltosi, delle barricate.

Datemi degli indizi inequivocabili ed evidenti di golpe, boh, un quirinale assediato, una bandiera tricolore sostituita con quella dei pirati, un coprifuoco e delle sirene, una radio che incita alla resistenza, una nuova stagione di clandestinità in montagna, ronde di picchiatori in città, strani segni sulle porte di casa e sui negozi.

Datemi un golpe ma che sia un golpe vero, nero e grave, e violento fisicamente. Cazzo, lo so che è un prezzo alto da pagare. Ma almeno sarà tutto più chiaro quel che sta accadendo. Potrò finalmente capire, forse pure io, Paperoga, che quello che penso sia aberrante, è veramente aberrante. Che quello che credo preluda all’orrore, sia veramente l’orrore.

Piccoli morsettini di un golpe, piccoli assaggi, cose buone dal mondo, siate capace di darmele. Che magari viene un po’ di vento, magari chissà piovono rane, e forse almeno, cazzo almeno quello, riesco finalmente a scegliere, a distinguermi, ad orientarmi, e a non sembrare identico, piccolo piccolo e senza ossigeno al cervello, ad una marea di piccoli pesci che ti disgustano solo a vederli, ma che ti vivono pelle a pelle in questo cazzo di stagno, tutti con questi occhi impallati privi di qualsiasi speranza, e queste bocche enormi che sbraitano per sopravvivere nell’asfissia del presente.

Un golpe. E sai cosa vedi.

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2 Responses to Un golpe, o che piovano rane

  1. punzy ha detto:

    ecco, io spesso mi ritrovo ad invocare la folla inferocita di Springfiled, la citta’ dove vivono i simpson

    una folla cattiva, con i bastoni e le torce e incendi e rapine e saccheggi e teste che cadono

    e rumore, indignazione, rabbia, furore, furore cieco e devastazione

    magari, guarda

    vorrebbe dire che siamo ancora vivi

  2. paperogaedintorni ha detto:

    “non c’è giustizia migliore di una folla inferocita”, mi pare dicesse flanders o skynner durante una di quelle occasioni..

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