Paperoga versus Movida

paperoga

Solitamente, quando qualcuno fa la mia conoscenza di persona, dopo dieci minuti pensa : “però, cordiale, interessante, affabile sta persona..

Dopo mezz’ora, aggiunge tra sè e sè: “diamine, certo che è un po’ sulle sue, si vede che è timido“.

Dopo un’ora: “un po’ rigidetto, il biondino. Simpatico, ma diosanto, scàzzati un poco...”

Dopo due ore: “ma come cazzo fa a camminare con una tale scopa nel culo?”

Dunque, chiariamo un equivoco. Non è che non sono elastico (non lo sono manco per niente, ma facciamo finta di si), non è che non sono tollerante (aggettivo che cancellerei dal vocabolario per quanto è stupido) e, infine se vogliamo entrare nel tema del post, non è che non so divertirmi.

E’ che io mi diverto con poco. Anzi so solamente divertirmi con poco. E dunque, per converso, non riesco a divertirmi con il molto. Con l’eccesso. Con il quasi caricaturale.

La movida madrilena è tutte queste cose messe assieme. E mi ha messo una tale noia mortale addosso che solo la mia sonnecchiante palude emiliana poteva farmi smaltire gli sbadigli che mi sono fatto.

Una sera tra le tante, a Madrid. Ehi, chiariamoci, Madrid è una città splendida. Ma bella davvero, me l’aspettavo molto meno interessante di giorno e forse molto più incasinata di notte. Invece di giorno, complice una luce del sole che raramente ho visto così vivida, ho potuto ammirare lo splendore architettonico dei quartieri del centro, facciate signorili dai colori accesi ed eleganti, un’atmosfera calda che frammischiava nella mia mente una sensazione di incontro, forse non del tutto virtuale, tra la vecchia europa e il sudamerica conquistato e poi emigrato.

Ma la movida, ziocane, che palle..

La serata comincia alle 22 (per mia fortuna mangio tardi anche quando sono in Emilia, altri amici a quell’ora avevano provato a staccare a morsi un parchimetro durante il tragitto a piedi). Destinazione, un locale di tapas tipico e non turistico, mi dicono. Bene, dico io. Bene una sega, col senno di poi.

Arriviamo davanti al locale. La gente straborda da fuori, quasi respinta come la coda di un enorme mammifero che non riesce ad entrare tutto nella gabbia a lui destinata.

Io guardo già dubitante: “Ma dove ci si siede, scusa.”

Vlad: “Mica ci si siede, le tapas si mangiano quasi sempre in piedi, appoggiàti al bancone”.

Paperoga: “Sarà, ma non vedo come possiamo anche lontanamente entrare in quella stamberga”

Vlad: “Si entra, si entra”.

Detto questo, la comitiva si inoltra come un lombrico trapassando quasi sessualmente quella informe quantità di gente schiacciata con una birra nella mano e del cibo gocciolante nell’altra. Io chiudo la fila, sempre più titubante. Entriamo nel locale e vengo avvolto da un fetore di cenere rappreso ormai da anni alle pareti, al bancone, sui prosciutti esposti in bella mostra sopra il bancone. Dimenticavo come un idiota  che in questo paese incivile si può fumare nei luoghi pubblici al chiuso. D’altronde, c’è della coerenza: in questo paese sei libero di sposarti con un uomo o di prenderti un enfisema a 30 anni, quindi se vuoi vivere in un paese dispensatore di libertà, non puoi poi fare sottili distinzioni valoriali. Quindi in nome dei diritti dei gay inghiotto i miei primi grammi per metro cubo di fumo, mentre  attendo che si liberi uno spazio davanti al bancone. “Uno spazio” è un eufemismo, siamo schiacciati come deportati stivati in un treno merci, io non posso girarmi se non con il collo per simulare un dialogo, e forse l’unica nota positiva della faccenda è che ogni tanto mi passano davanti, letteralmente e necessariamente strusciandosi, fior di pezzi di gnocca da cui mi lascio volentieri praticare dei massaggi thailandesi preterintenzionali.

Bene, si ordina. Birra per tutti. Non costa un cazzo, effettivamente, un euro per una birra piccola, ti viene da piangere se pensi a quanto te le fanno pagare in norditalia. Sulla qualità, beh, non facciamo troppo gli schizzinosi, è leggera leggera, quasi insapore, scende giù come acqua di pozzo, avrà si e no 3 gradi e qualche grammo di luppolo liofilizzato dentro.

Con un giro di birra arriva una marea di roba da mangiare. Ti sbattono davanti senza troppa grazia qualcosa come sei sette piatti di queste fottute tapas. Patate con salsa brava, roba con prosciutto, ora con uova, tartine e tartone con funghi o con carne, il tutto fritto e sgocciolante grasso che alla fine della mangiata hai consumato a testa una media di 20 tovaglioli per proteggerti dalle patacche sul maglione. Per terra, infatti, c’è del deposito inquietante che si sta raggrumando: tovaglioli lerci assieme a pezzi di tapas caduti per terra e cicche di sigarette lucidate dall’olio che staziona sulla superficie. Altro che influenza suina, qua ti prendi batteri enormi come ragni che ti mangiano la parete dello stomaco come fossero delle patatine Più Gusto.

Mangiare così diventa una questione di quantità e di compulsività. E’ una forma di fast-food, e solo il fatto che non ci sia il marchio MacDonalds ti salva la coscienza. Non fai altro che ordinare un’altra birra, e dunque mangiare altre generose manciate di cibo gustoso e nocivo, per poi bere un’altra birra e fare il tris, e poi quattro e cinque, finchè anche quella brodaglia giallo-paglierino comincia a fare effetto, quanto meno nella vescica, e necessiti di un bagno. Ma al bagno non ci puoi andare mica. Primo perchè ci metteresti venti minuti per fare 8 metri tra la folla, e nel frattempo avresti tutto il tempo di ingegnarti alla MacGyver per costruire un catetere con una cannuccia e una busta di plastica. Secondo perchè il bagno è sicuramente occupato dal signor Colera, seguito dal signor Tifo e dalla signorina Scabbia, che attendono solo che tu ti appropinqui in quel bugigattolo sporco e nero per freddarti il sistema immunitario.

Quindi ti tieni la piscia e continui a mangiare, anche se il fegato dentro comincia a friggere, e l’effetto McDonalds, ovvero “quello che mangi lo cachi subito senza passare dal via”, si fa sentire anche in questa mangiatoia sconosciuta all’ufficio di igiene.

Si decide di uscire, finalmente. Sto sudando, e pure quanto un porco, ma il sudore non è mio, è altrui, non riesco a capire come, ma non lo riconosco. E’ come se la gente sudasse collettivamente, in una sorta di comune indivisa, dove gli umori non hanno patria, ma si mischiano amabilmente come diverse essenze tra loro fanno un profumo.

“Beh, ti stai divertendo, Paperoga?”

“Bah, si, insomma, è un’esperienza, dai” (diplomatico, decido di non fare subito il solito dito in culo.)

Usciamo, aria pura. La maglia è ridotta ad una spugna imbevuta di gas di scarico, ma l’importante è essere usciti. Sono le 23,30. La notte è ancora giovane, si dice. Altro locale, altra corsa. Sempre in piedi, per carità, sia mai, e sia mai che in questo locale sia proibito fumare. Altre birre, altre tapas, più o meno identiche, almeno in quanto a grassi saturi, la vescica ormai ha la forma di una zampogna, e dunque andare in bagno a svuotarmi per qualche decina di minuti diviene necessario. Quando esco, gli altri sono infatti già fuori da tempo.

“Beh, ti stai divertendo, Paperoga?”

“Beh, si, dai, bel giro, stiamo bevendo abbastanza, ho un leggero bruciore allo stomaco ma passerà, poi, del resto, mica facciamo tardi, no?” (sono meno affabile, non so come mai, ma il sorriso d’ordinanza si sta scolorendo)

E’ l’una, si continua a vagare per questa città brulicante, si dice così, no? Bella, gradevole, l’alcool in corpo mette brilli ma non ubriaca (e come potrebbe quel piscio annacquato). Mi piacerebbe andare in un locale dove sedermi, bere ancora, non assumere coattivamente i fumi del tabacco, ma che scherziamo, sono pretese da vecchio. Ancora in piedi in un altro locale, birra in mano a far finta di conversare, perchè qua il casino è micidiale. Dietro di noi c’è una comitiva di poliglotti, tutti ragazzetti in gita delle superiori, che davanti a giganteschi boccali di birra grandi come secchielli da spiaggia cantano a squarciagola (la loro) e a spaccacoglioni (i nostri) canzoni in una strana alternanza di tedesco (tipo yodel) inglese (evergreen pop-rock), italiano (modugno e dragonball). Ammirati da cotanta conoscenza della musica moderna e delle lingue europee, scopriamo che sono degli altoatesini calati dalle valli in tempo per ravanarci le orecchie con la loro ubriachezza molesta. Arriva altra birra, ormai la ingurgito come si berrebbe l’acqua del cesso se costretti: tutta d’un fiato e con un retrogusto di fogna. Le patatas bravas che i baristi distribuiscono con delle enormi pale sui piatti come fosse del pietrisco, si impastano in bocca come malta, e la birra aiuta e buttarle giù, come una condanna. A terra il pavimento è talmente lercio e appiccicoso che sembra di stare in un vecchio cinema porno subito dopo la fine del film.

Usciamo anche da lì.

“Beh, Paperoga, ti stai divertendo?”

“Se ti dico di sì ce ne andiamo a casa?”

Ultimo locale, mi dicono, poi a casa. Sono le 2, le 3, non ricordo più bene, mi fanno male i piedi  e sento anche una punticina di emorroidi che fa capoccella. Vabè, ultimo locale, dicono che suonino musica, almeno là mi siedo.

Figuriamoci, che illuso, quattro posti a sedere e tutti occupati. Un trio chitarra voce e fisarmonica fa musica brazileira molto gradevole, se non fosse per un piccolo particolare: che si balla. Tutti ballano, cazzo proprio tutti.

Ed io non ballo. Primo perchè l’ho già spiegato, piuttosto che ballare in pubblico mi farei lapidare  (non l’ho detto lì sul momento perchè c’erano amici fidati che lo avrebbe fatto volentieri seduta stante). Secondo, vediamo….perchè non ballo comunque.

Rimarrei in un angolo a vedere il terzetto suonicchiare la sua musica, a bere un’altra diamine di birra, ma no, il gruppo che mi accompagna pretende che io balli, mi mette le mani sulla schiena per un trenino forzato, che deraglia subito. A turno, maschi e femmine si piazzano davanti a me muovendo il bacino e spingendomi a muovermi di conseguenza.

“Dai, balla, lasciati un po’ andare”

“Non rompere il cazzo, togliti dai coglioni”

“No te gusta bailar?” mi dice una madrilena che prova a coinvolgermi

“No, pero me gusta la musica”, cerco di rispondere cortesemente in uno stentato spagnolo.

Questa mi guarda come si guarda un miserevole sfigato segaiolo, e si sposta verso altri lidi.

“Allora, ti stai divertendo, Paperoga?”

“Mavaffanculova.”

Mi faccio spazio tra la gente che balla con un mohito in mano, e mi lascio scappare anche qualche udibile “togliti dal cazzo”, “sposta il culo”, “ti levi dai coglioni o no” mentre raggiungo l’uscita.

Sono le tre, forse. Faccio un giro nei paraggi e trovo un bar aperto. Ha le porte spalancate, dentro quindi si respira. Pare però appena passata una tempesta, tavoli spostati, pavimenti sporchi e viscidi, gente stesa sui tavoli, ubriaca, due ragazzi sudati bestemmiano davanti ai videopoker. E’ un bar popolare, la gente è poca ma ancora ordina da mangiare e bere. E a me la fame un po’ è tornata. Vedo il barista raccogliere l’ordinazione da uno, aprire un coperchio con dentro calamari da friggere. Ne prende un mucchietto con le mani, e li porta nell’altra stanza dove poco dopo si sprigiona un forte odore di fritto. L’inserviente torna con un panino ripieno di calamari fritti gocciolanti oliol tenuto in un cartoccio. Un bocadillo de calamares, il classico cibo da strada dei madrileni (proprio tipico, per una città in cui il mare più vicino dista millanta chilometri).  Ne ordino uno anch’io, più una birra in bottiglia. Accanto a me, due madrileni litigano sulla sconfitta del Real con il Barcelona. Capisco che uno tifa Real, l’altro Atletico. Dietro di me quattro quaratenni stanno disperatamente cercando di portarsi a letto una trentenne bionda, non molto bella, ma evidentemente femmina, e tanto basta. Ma ad una breve occhiata la loro operazione “ubriacala e trombala” gli si sta rivolgendo contro, visto che sono loro ad essere tronchi, e la biondina li sbeffeggia senza ritegno.

Io mangio il mio panino, gustoso e dannosissimo, la birra attutisce lo sfrigolare dello stomaco. Sono seduto al bancone, curvo di schiena per la stanchezza e per mia naturale postura, guardo la televisione che programma sport anche a quell’ora in cui due opinionisti litigano sulle immagini alla moviola. E in quel quarto d’ora nel bar mi sento finalmente sottratto al tour de force della movida da turista, e mi pare di essere, o quanto meno di apparire, quasi un madrileno qualunque. E siccome essere una persona qualunque è forse quello che desidero più al mondo, me ne esco rilassato, in pace col mondo, e sopratutto lasciandomi alle spalle, a distanza di sicurezza, il rutilante e compulsivo giro reiterato per i locali della movida.

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11 Responses to Paperoga versus Movida

  1. CMT ha detto:

    Dopo una serata così mi ritirerei a vita pseudomonastica per un mese @___@ (a parte, sia detto, che neanche attaccandomi a un paranco mi ci trascinerebbero a una serata così)

  2. Sally Cinnamon ha detto:

    Io in vacanza alle nove sono già a letto… Altro che movida bailata…

  3. prefe ha detto:

    mh
    io torno martedi prossimo.

    Guarda pape, il casino mi fa incazzare, ma per una breve vacanza quei locali spagnoli li reggo.
    E poi si trova sempre qualcuno che offre da bere!

  4. punzy ha detto:

    sei vecchio dentro
    pure io
    schifavo la discoteca e la movida pure a 20anni

  5. sunofyork ha detto:

    Forse la madrilena non era gnocca abbastanza, sennò stavi ancora a fà la macarena

    sun

  6. Marco ha detto:

    Su, su, che non è poi cosí male…
    Ma non avete approfittato delle “terrazas” (tavoli e banconi all’aperto)??
    È il meglio della primavera/estate a Madrid…

  7. Porzione ha detto:

    No, Sun è una questione di principio.

  8. sunofyork ha detto:

    @porzione: principio? Neanche io ballo (cioè, non in posti pubblici, in camera mia a finestre sprangate ballo che dio la manda, ma nessun fortunato fino ad ora ha assistito a un simile scempio), però oggettivamente non è mai venuto Ethan Hawke a chiedermi di ballare. In quel caso penso che avrei accettato, palesandomi in tutta la mia grazia da ciocco di legno, e mi sarei giocata qualsiasi chance con Ethan Hawke.
    Forse fa bene Paperoga a non ballare, ora che ci penso.

    sun
    (sì, Paperoga, lo sappiamo che non è un post sul ballo e che io e porzione non dovremmo svernare qui da te, ma ci garba parecchio)

  9. paperogaedintorni ha detto:

    cmt, sally, punzy: ed io che credevo di essere l’unico giovane vecchio sulla terra.
    marco: io ho visto solo locali al chiuso, al massimo nelle piazze c’erano tavoli all’aperto.
    prefe: la birra a buon mercato è stata certo una cosa positiva, e poi col mio solito fare subdolo sono riuscito anche a farmela offrire tre volte su quattro.
    porzione e sun: non badate a me, continuate pure. mi piace accogliere barboni pugliesi sotto i portici del mio umile blog

  10. Lei ha detto:

    …in fondo , alla fine, credo che ti abbia fatto bene ..a noi la tua presenza finto statica e non bailante ci ha dato molto..

  11. […] Conclusa la parentesi madrilena, Vlad è tornato ad essere un vampiro pigro ed abitudinario, assuefatto alla provincia salentina. Quelle poche volte che sale al nord, lo fa col senso di stupore dell’emigrante con la valigia di cartone. […]

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