Palla prigioniera

Nella città in cui vivo scorre un torrentello pretenzioso. Nel punto in cui taglia in due il centro storico, per circa un paio di km, il suo letto è molto ampio, grande quasi quanto quello di un fiume. Sarà che centinaia di piene su piene nei secoli hanno convinto gli emiliani del luogo ad erigere argini generosamente larghi, quasi a lasciar sfogare quei pochi momenti all’anno in cui il torrente si anima, vomita acqua e fango, spinge e percuote le sponde, sale pericolosamente verso l’alto a coprire per metà le arcate dei ponti, o sarà che queste sponde così ampie, questo lungofiume elegante e segnato da lampioni d’antan, sono l’ennesima botta di micro-grandeur che la città si dà in preda ad una costante invidia del pene della grande madre parigina.

Passo per uno di quei ponti due volte al giorno, la mattina e la sera. Mi fermo se ho tempo, sopratutto al ritorno dal lavoro, ad osservare la fauna che staziona tra le rive solitamente tranquille e poco profonde. Famigliole di anatre, qualche sparuto airone, ma sopratutto con lo sguardo cerco le nutrie, questa sorta di piccole marmottacce ingiustamente scambiate per topi, che solcano silenziose le rive e si posizionano sul greto solitarie e immobili.

L’altro giorno però è stato un pallone ad attirare la mia attenzione. Un pallone di gomma, di quelli economici con cui si gioca in spiaggia, era nel bel mezzo del fiume, proprio sotto al ponte, e non si muoveva. Il fiume procedeva verso valle, e il pallone rimaneva fermo, come fosse ancorato a mò di boa. Sballonzolava, rullava, lottava quasi come fosse un naufrago scuffiato dalla sua barca, ma rimaneva lì dov’era.

L’arcano era facilmente spiegato. Sotto il ponte c’è un piccolo dislivello artificiale. L’acqua passa sotto il fiume e poi compie un salto di circa mezzo metro, gettandosi e creando così una forza d’urto improvvisa. Questo salto, quest’acqua rovesciata a valle, crea a sua volta un riflusso di corrente uguale e contraria, come accade con le onde del mare dopo che si rifrangono sil bagnasciuga, solo che questa è come un’onda perenne, continua, che genera una corrente di reflusso altrettanto continua. Il pallone era posizionato proprio in mezzo, subito dopo il salto. Subiva la spinta della corrente che si precipitava a valle, e contemporaneamente la controspinta della corrente che risaliva. E dunque rimaneva lì, imprigionato da due forze costanti che non lo facevano spostare di un millimetro. Mentre il fiume scorreva e si portava via ogni cosa, il pallone rimaneva fermo, nervoso e scalciante, ma fermo.

E’ rimasto lì per diversi giorni. Ogni volta che ci sono passato mi sono fermato ad osservarlo, nella speranza che riuscisse a trovare il guizzo di un salto più lungo per liberarsi da quel giogo, oppure che riuscisse a scartare di lato ed incunearsi nei rivoli secondari del torrente. Niente da fare. Ogni volta che sono tornato, era ancora lì. Esausto, spossato, potrei dire, se non fosse un cazzo di pallone inanimato. Eppure mi ha comunicato via via con sempre maggiore forza una sensazione di disagio, di frustrazione, di impotenza. Ogni mattina, ogni sera, sono rimasto un po’ di più ad osservare, quasi a spingerlo con lo sguardo. Nulla. Solcava l’acqua affondandovi per poi saltellarvi sopra, e si riposizionava nello stesso punto. Avanti e indietro, rollìo e beccheggio però sussultori.

L’altra notte ha piovuto più del solito. Il livello del fiume si è alzato, la corrente verso valle è aumentata di intensità e velocità. La mattina il pallone era scomparso. Era riuscito a fare il salto, la corrente se lo era portato via di forza, più forte di ogni reflusso, di ogni resistenza contraria. Sono rimasto a guardare il fiume come uno stupido,  con dentro  la sensazione folle come se mi sentissi realmente liberato da qualcosa, eppure allo stesso tempo dispiaciuto.

Di non esserci stato nel momento del distacco, del proseguimento del percorso, di quello scatto più forte che  ha lasciato che il pallone proseguisse la sua corsa verso il Po. Mi sarebbe piaciuto esserci, ecco tutto.  Non per altro, ma per vedere come ha fatto, quale mossa segreta e se c’è una mossa segreta per liberarsi da quel tipo di empasse. Avrei pagato per esserci. Per assistere fisicamente ad un miracolo. O ad un movimento quasi contro natura. Come davanti ad un silenzioso grido liberatorio. O ad una pace finalmente in movimento, e dunque ritrovata.

Contro ogni stasi disperata, a sballottare chi è rimasto incastrato, mangiandosi il di lui tempo.

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5 Responses to Palla prigioniera

  1. non so se era quel che volevi, ma sta volta hai scritto qualcosa di molto poetico. bel post. 🙂

  2. Porzione ha detto:

    Commento rovinatore della poesia.
    Il tuo ponte è costruito su di una briglia, un salto artificiale, costruito in modo da avere dei tratti a pendenza costante in modo che il corso d’acqua non depositi ciò che ha in sospensione e non eroda il letto. Dopo la briglia è in genere posta una controbriglia, in modo da eitare che il salto mangi il terreno al piede della briglia, rendendola instabile. Il riflusso è tecnicamente detto rigurgito. Nel caso non vi fosse una controbriglia, potrebbe anche trattarsi di un rigurgito di Bidone, un transitorio che si ha quando l’acqua passa da corrente veloce a lenta o viceversa.
    Non posso dre altro se non mi dai un dato fondamentale: era un supertele o un supersantos?

  3. Paolo ha detto:

    Complimenti!
    per la “metafora” di come ci si senta in una situazione di stallo.

    Ciao

  4. punzy ha detto:

    guardare le cose che scorrono nei fiumi è uno dei miei passatempo preferiti.
    Soffro quando qualcosa si imbuta nel tevere, specie i barboni, ingombrano

  5. paperogaedintorni ha detto:

    farlocca: non so come possa essermi uscita una roba del genere, giuro che è l’ultima volta..
    paolo: grazie, ma cos’è una “metafora”?
    punzy: eh si, è come quando il grasso della fettina ti si incastra tra i denti, e non va su nè giù. ecco, era quella la vera metafora da usare…
    e veniamo al noioso porzione: grazie per la tua lezione di ingegneria idraulica o fiumettistica, ora so perchè si divertono a mettere quei salti. il pallone era simile ad un tango adidas anni ’80, di quelli che usavano un barile di petrolio per fare un solo pallone.

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