Live in Emilia

cartinaIn Emilia ci sono arrivato dopo la caduta del Muro di Berlino, e dunque non ho potuto vivere direttamente quel tentativo di socialismo reale all’italiana che alcune realtà di provincia di queste terre avevano realizzato. Ne ho notato forse solo gli aspetti più evidenti e duraturi, i centri sociali per anziani sparsi in ogni quartiere, la parola “cooperativa” impressa nelle insegne e per le vie e dentro il nucleo duro della storia novecentesca di questi strani settentrionali, la strana toponomastica del suinicolo paesone emiliano d’adozione. La passione monomaniaca per il cibo saporito a base di paste ripiene affogate nel burro e sua maestà il maiale, per il (per lo più) scadente vinaccio che si beve da Bologna fino a Parma, ma che per uno strano miracolo a quel cibo si sposa benissimo, per le tavolate infinite dentro capannoni improvvisati e l’affannarsi rumoroso e predatorio attorno al cibo, come a reiterare una continua ed itinerante festa dell’Unità, solo una delle tante spiazzanti fotografie di quell’essere, senza vergogna, un pezzo di  “meridione del nord”.

E poi il rock. Il brulicare di locali dove si suona. Di postacci di provincia che ti affittano la sala prove. Di concerti gratuiti e vorrei anche vedere se devi pagare. Di migliaia di aspiranti rockers dispersi lungo la Via Emilia, a tentare di reincarnare il mito del cantate emiliano di successo, perchè è matematico che da qualche parte si nascondano i nuovi Vasco Rossi Ligabue Zucchero o Giovanni Lindo Ferretti, così come tra le Marche e la Romagna spunta sempre un Valentino Rossi ogni tot anni. Questione di cultura, più che di DNA. Fa parte di quel fascino non ancora sporcato dal  declino di quella particolarità del vivere emiliano, rispetto alla massificazione settentrionale che avanza come il Nulla nella Storia Infinita.

Vabbè, tutto sto pistolotto sociologico emiliano per dire che Copeland è tornato a suonare in un gruppo.

Eh si, il fratellino batterista, orgoglio di famiglia, geniale pestatore di piatti e charleston, dopo dieci anni secchi secchi di ritiro dalle scene (con conseguente perdita di milioni di dollari per la famiglia e per il suo mancato futuro agente) ha deciso di riprendere le bacchette in mano, si è preparato per un anno nel chiuso della sua magione dandoci sotto con una batteria elettronica, ed ha offerto al ruspante mercato emiliano infestato da giovani gruppi in erba il suo innato senso del ritmo.

Ovviamente, che ne parliamo a fare, ha trovato un gruppo nel giro di una settimana. Qualche prova, giusto per affiatarsi, e via subito col primo concerto, al quale ovviamente sono stato tosto invitato, e del quale parlerò qui a profusione. Anzi no, non proprio del primo, facciamo del secondo. Perchè in tutta questa fremente attesa per il rientro di Copeland nel mondo della musica dal vivo, capita che magari uno (io) si dimentica di andarci, al concerto, tirando un pacco mostruoso che ha attirato maledizioni  e geremiadi innominabili dal fratello germano.

Ad ogni modo, secondo concerto, me lo appunto su ogni dove, me me lo incido pure sul palmo della mano per non dimenticarlo. Emilia profonda, tra la pianura e i primi contrafforti del preappennino. Serata fresca, stellata, il locale è in mezzo al nulla solcato dall’ombra scura delle prime colline. Arrivo direttamente dal lavoro, borsa col portatile in mano, vestito però come una pezza da culo, come al solito, quindi passo inosservato.

Fuori c’è un sacco di gente. E’ un concorso tra band, ognuna suona venti minuti, vince chi raccoglie più voti dal pubblico per alzata di mano. Quindi ogni band ha radunato la sua claque più o meno spontanea, in realtà si tratta di parentame più o meno stretto, amici di amici, gente che ti deve un favore, gente a cui ha promesso la bevuta gratis, o che hai minacciato fisicamente, a cui garantisci il rimborso della benzina, insomma, pochi cazzi, bisogna radunare un sacco di gente perchè voti e la band passi al turno successivo.

Mio fratello non è stato da meno, è riuscito persino a radunare l’intera Famiglia dei Paperi per l’occasione, solitamente dispersa tra la Puglia e la Catalunya. Ci sono  i genitori, freschi freschi di traversata lungo l’Adriatica, e – nientepopodimeno che – Pfaff  l’emigrato con compagna al seguito.

Devo premettere che non sono un espertone di locali dove si suona, o di discoteche. Quindi immaginate la sorpresa quando, esibito il biglietto, il tizio alla porta mi si avvicina minaccioso con un enorme timbro. Io mi ritraggo impaurito, ma che vole questo, poi mio fratello mi spiega come si spiega ad un vecchio rincoglionito che si tratta del timbro che ti mettono per controllare le entrate e le uscite dal locale.  Mi calmo, ci rifletto, mi pare sensato, a vabbè, se è così, e lascio che mi timbri. Che poi, alla faccia del timbro, pare  un impiegato postale alle prese con una raccomandata, mi stampa sul palmo della mano un sigillo che mi rimarrà per giorni e giorni. Vabè. Si entra.

La Famiglia dei Paperi ha preso un posto strategico, mio padre ha calcolato spazi e distanze, e ritiene che sia quello il tavolo giusto. Non troppo vicino alle casse nè troppo lontano per ammirare l’unico erede con uno straccio di genio puro in famiglia. Copeland ha già preso il volo per sistemare la batteria, parlotta con i sodali del gruppo. Sono tutti ventenni sbarbatelli, insomma potrebbero essere miei figli (se ne avessi avuto uno a 14 anni). Vestono in modo sostanzialmente idiota come tutti i ventenni, in più cercano di rendersi carismatici apportando qualche specifica al loro abbigliamento da rocker. Il bassista è il più sgargiante di tutti, un misto di look fricchettone e scicchettoso, spille sulla giacca di velluto, cappello da gangster marsigliese. I due chitarristi sono più sobri, tant’è che quando il gruppo si esibisce manco li noti, sembrano due fermacarte col plettro. Anche perchè l’attenzione è tutta sulla cantante, e come non si potrebbe. Un metro e ottanta di valchiria che si agita sul palco, incazzata contro il mondo, alternando tonalità arrischiate a insensati “oooolrrait!” gridati a caso, alzando e agitando le mani facendo corna a profusione. Tant’è che mia madre stupita, che più o meno ne sa quanto me di gesti giovanili, mi chiede nel frastuono perchè la ragazza faccia le corna, e a chi le stia facendo.

Eh già perchè il gruppo di Copeland ha già iniziato, sono i primi, fanno un rock molto gradevole e ben suonato, pezzi loro che ovviamente attingono senza timor di plagio al rock anni ’90. Copeland segue il ritmo attento, lo vediamo poco perchè è sepolto dalla sagoma della valchiria, tant’è che Pfaff con la sua videocamera deve spostarsi più volte per catturare l’esile sagoma del fratellino annullata dalla virago. Io bevo una birra sgasata al tavolo e mi guardo intorno. Il locale è pieno di coppie di cinquantenni trasportate lì con la forza dai figli, sono ai tavoli più lontani, lo sguardo infastidito da quella penombra forzata e da quelle casse troppo alte, la musica incomprensibile come l’inglese dei testi. Li capisco. Capisco meno invece le loro versioni giovanilistiche, ovvero altri cinquantenni che sono sotto il palco a dimenarsi compiacendo i loro figlioli che suonano, accompagnano la musica con insopportabili smorfie e posture da adolescente, addirittura ululando in gesto di approvazione alla fine delle canzoni. Se avessi avuto una doppietta non avrei avuto tema di prenderli a fucilate come dei veri coyotes. I miei invece sono tranquilli, mio padre sorseggia il suo vino rosso come al solito, mia madre non comprende bene tutta la bellezza di quel rumoraccio, ma sente la batteria e basta questo a ricordarle che c’è suo figlio in quei suoni cacofonici, ed applaude convinta a caso, nel bel mezzo della canzone. Pfaff gira intorno al locale per riprendere la performance, poi torna da noi e ci riprende, io con lo sguardo incazzoso come al solito, mia madre che sorride ebete un po’ stralunata, mio padre che addirittura si mette ad imitare mio fratello ciondolando pesantemente la testa su e giù come un fan dei nirvana  al ritmo della musica. Io, inorridito, prometto a mio padre che se lo ripete di nuovo lo ammazzo a mani nude.

Intanto i pezzi del gruppo stanno finendo, arriva la fine, la front-woman incazzata ringrazia tutti, un po’ la sua postura aggressiva cede alla contentezza di avere un pubblico numeroso, e si lascia andare ad un “vi vogliamo bene”. Ma i suoi fan più antichi, che la conoscono bene, sghignazzano. E allora lei si ricompone, abbandona i buoni sentimenti, e chiude con un microfonato “e tu che cazzo ridi, testa di cazzo!” Mia madre è a disagio, mi chiede, ma che succede, ma che modi ed io quasi riesco a convincerla che la ragazza ce l’ha proprio con lei, la madre del batterista. Comunque ci alziamo per votare, alziamo la mano, mia madre è piccoletta e viene presa in braccio dallo stesso Copeland, io da bravo terrone cerco di votare con due mani sia mai nella selva capita che mi conteggiano doppio.

Il secondo gruppo entra in scena. Fa musica italiana, con dei testi ridicoli che ti viene da colpire chi li sta declamando con una cerbottana (cuore-amore, vita-ferita, paura-avventura, almeno ci fosse spazio anche per un, che ne so, bene-imene,  vivo-preservativo, legna-fregna, figa-castiga…). La musica è presa direttamente dalle nenie delle boy-band italiane, quelle che andrebbero bruciate in piazza per prime se vi fosse la necessità di un sacrificio umano per placare gli dei. Dopo la prima canzone si presentano, vengono dallo stesso paese de Fratelli Cervi, e tu che pensi se ci fosse un po’ di giustizia magari potrebbero fare la loro stessa fine, tra l’altro molto più meritata dei benemeriti eroi della Resistenza. Davanti al palco si agitano ragazzine come se fossero un gruppo famoso, in realtà si tratta sicuramente di sorelle o cugine trascinate con la minaccia di pubblicare le loro foto osè su qualche sito internet, non si spiegherebbe altrimenti il loro entusiasmo. Dopo quattro canzoni lo strazio si conclude, c’è da votare anche loro, io vorrei una fionda con delle noci per beccare in testa il cantante col suo ciuffo spiritosissimo e restituirgli un po’ del dolore che mi ha causato.

Il terzo gruppo si presenta ed è un trionfo di pubblico, arriva da ogni dove. Veniamo sepolti da gruppetti di femmine isteriche e maschi ineducati, mi madre lamenta la sordità ad un orecchio, mio padre ha esaurito le scorte di vino che gli impedivano di lamentarsi del postaccio nel quale è intrappolato, poi è un’ora che non fuma e comincia ad avere reazioni violente.  Decidiamo di andar via. All’uscita io sono molto timoroso, cerco di nascondermi tra i miei fratelli, che provano solitamente molto fastidio al solo contatto fisico con me, quindi mi respingono come un povero lebbroso. Ma che hai, chiedono. Voglio evitare che mi facciano un altro timbro, dico, hai detto che ti fanno un timbro quando esci e quando entri. Loro mi guardano come si guarda una pozzanghera di vomito ricoperta di segatura, e manco mi rispondono. E in effetti all’uscita il guardiano non mi si fila di pezza. Ti fanno il timbro solo all’entrata, razza di demente, chiosano in una botta di amor fraterno.

Fuori, capiamo il perchè di quella folla oceanica arrivata per il terzo gruppo: hanno affittato addirittura un pulmann. Noi abbiamo riunito una famiglia i cui componenti sono scagliati a caso in Europa, la gente non sa quanto poco ci vediamo durante l’anno. Insomma, che cazzo, il nostro voto dovrebbe contare il doppio, il triplo. E invece vale solo per cinque, non ci fanno fare manco la giuria di qualità. La mettiamo sul cibo, mio padre si mangerebbe un cinghiale vivo, una manciata di chilometri, dico io, e c’è un’osteria dove fanno il miglior gnocco fritto della zona. Non lontano dalla mitica piazza dove la testa fina di Lenin fa capolino nell’ombelico del mondo dell’Emilia rossa, in una piazza desolata e simil-sovietica.

“1/4 al benessere, 1/4 al piacere, 1/4 all’ideologia, l’ultimo quarto se li porta tutti via”, cantava il poeta. Non hai ancora capito bene cosa volesse dire dopo dodici anni di Emilia, però in questo pezzo di sera, quasi equidistante tra un locale rock, un piatto di gnocco fritto con salumi e la statua del più grande rivoluzionario russo, qualcosa in testa pare muoversi, e per un attimo questa terra ti sembra quasi affascinante.

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6 Responses to Live in Emilia

  1. prefe ha detto:

    cazzo pape
    quei concorsi no
    non va bene che li facciano
    non approvo.

    Quella è robaccia, fidati!

  2. Porzione ha detto:

    Certo che almeno il nome del gruppo di Copeland potevi metterlo.
    P.S.
    Il primo che scrive “i Police” soffrirà di disfunzioni erettili.

  3. sunofyork ha detto:

    non concordo sulla rima “bene-imene”, per il resto pena di morte a quelli che non conoscono Piazza Lenin e gli Offlaga e si spacciano per rockettari.
    sun

  4. paperogaedintorni ha detto:

    prefe: ci sono mali peggiori, l’atmosfera era gradevole, poi quanto hanno pelato ad ogni gruppo di quota non saprei
    porzione: proteggo la privacy (e l’onore) della famiglia
    sun: mi prendi in contropiede perchè solitamente sono io a distribuire pene di morte a iosa. mi sa che ne farò un post a parte. nel qual caso, però, non mi sentirei di infierire così tanto fino ad invocare il patibolo. e poi piazza lenin sarà anche carica di simbolismo, ma non è proprio piazza dell’anfiteatro di lucca..

  5. punzy ha detto:

    senti, credo che siamo parenti o fratelli di karma o roba del genere.
    identica situazione alla prima teatrale di mio fratello con scofanata di pizza finale

  6. dieghermaister ha detto:

    gnocco fritto, tigelle, pesto modenese, chili di crudo e lambrusco a fiumi. brutto serial killer duodenale. mi hai quasi accoppato e nonostante la mia proverbiale capienza gastrica sto ancora vomitando i frutti della “affascinante” emilia…

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