Compagni cittadini fratelli paperoghiani

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Paperoga, come tutti gli impolitici, si trova a disagio nelle manifestazioni di piazza. Le scansa, non vi aderisce, rischiando così di essere confuso con la molle maggioranza silenziosa che non si espone. L’unica eccezione a codesta putrida ignavia è il 25 aprile quando, anche se non sempre, scendo in piazza e per le vie assieme alla gente per festeggiare la cacciata a calci di un manipolo di zuzzurelloni il cui ricordo delle epiche gesta dalle nostre parti ha sempre avuto (ed ha) molta eco e fortuna.

C’è un modo di partecipare ad un corteo e mantenere intatta la propria impoliticità, ed io l’ho sperimentato varie volte: aspettare che passino tutti ed aggregarsi in coda alla fila, per poi risalire il corteo a passo sostenuto fino alla testa. In tal modo non si corre il rischio di trovarsi intrappolati nella rappresentazione visiva di un”idea specifica, che poi è l’incubo di ogni impolitico.

Ecco dunque che nella mia città, come in ogni città paese o borgo emiliano che si rispetti, si svolge un corteo ben nutrito e molto vissuto di celebrazione della Resistenza. Abito in un quartiere popolare del centro dove la Resistenza l’hanno fatta davvero, dove ogni via ricorda le barricate, gli eroi caduti sono ora effigiati nei borghi e nelle piazze, le corone di fiori tricolori sempre fresche agli incroci e negli slarghi. Mi basta dunque uscire di casa per trovare un chilometro di corteo buono sfilare lungo la via centrale della città. E’ una splendida giornata, posso permettermi di uscire senza giacca. Aspetto che passi tutto, chiuso dalle camionette delle forze dell’ordine, e poi comincio a risalirlo. Ora, non so se sia stata una cosa voluta, ma nelle varie sigle che aderiscono al corteo c’è un ordine preciso, diciamo che si risale dal più massimalista la più moderato. Da subito infatti mi imbatto nei manifestanti più estremi, aderenti alle sigle della sinistra più incazzata. Nell’ordine, risalgo gli striscioni del centro sociale più grosso della città, che urla slogan narranti di fascisti di carogne e di fogne, e sventola bandiere rosse consunte tenute in mano da ragazze coi capelli più folli che abbia mai visto in vita mia, delle punkettone l’una con una criniera centrale bionda montante su capelli neri rasati, di quelle che ti chiedi come cazzo dorma la notte, l’altra con una sorta di mezza stella le cui enormi punte viola partono a raggiera dalla fronte per poi scendere fin dietro la nuca. Le vecchiette ai bordi della strada le guardano con tanto di occhi e di espressioni sconvolte, e i commenti vanno da un “o mamma” fino a “ocristodiddio”  passando per un “madonninamadonninasanta”.

La sigla successiva è più seriosa ma anche più incazzata, sono i comunisti duri e puri, quelli i cui giovani volontari si presentano a casa tua in giacca a cravattino a venderti la loro rivista di lotta di classe. Maglioni larghi rossi, bandiere della 3° internazionale, Marx Engels e Lenin assieme appassionatamente, qualcuno ha la copia del proprio giornalino ciclostilato in mano, persino il Manifesto qui sarebbe troppo di destra. Mi guardano con simpatia per via del barbone, però il mio abbigliamento è troppo casual per non farmi assomigliare al qualunquista che sono, dunque il sorriso si trasforma in muto disprezzo dopo nemmeno qualche istante.

E’ il turno della sinistra extraparlamentare, che oggi non significa certo Lotta Continua o Potere Operaio, bensì molto più modestamente i vari frammenti di rifondazioni trombati alle scorse elezioni. La gente è infatti molto più compassata, nessuno slogan, bandiere del Che in ogni dove, si incrociano le prime famiglie con bimbo in carrozzina con bandana rossa, il cane con bavaglio partigiano alla collottola, bandiere di partito, bandiere della pace.

Davanti a loro sfilano gli studenti dell’Onda. Sono pochi rispetto a quelli che mesi fa riempivano le piazze, e dagli sguardi pieni di occhiaie e sbadiglianti si capiscono due cose: che sono tornati tardi a casa e che la lotta dura senza paura ha rotto un po’ i coglioni. Canticchiano un bella ciao, le ragazze più vispe ballonzolano con tutto il loro armamentario adolescente attorno agli striscioni attirando le attenzioni delle bave dei vecchi ai bordi delle strade.

E’ l’ora delle associazioni di volontariato, delle cooperative di lavoro per immigrati, le bandiere sono più colorate, il Che è sempre il più sventolato, riconosco tra gli immigrati che sfilano il mio amico Mohammed, che mi nota e mi restituisce una faccia seriosa e compassata, dovuta non certo all’importanza della data, ma ai recenti disastri della nostra Juventus. Due vecchietti notano il gruppuscolo di immigrati sfilare e si chiedono in rigoroso dialetto: ” E adesso che c’entrano questi immigrati qui con la festa?”

Infine, prima delle autorità e dei reduci partigiani, c’è la frazione di corteo più grande, quella del maggiore partito (mi dicono) di opposizione del Paese. Mentre risalgo il corteo, arrivati nella via dei grandi bar all’aperto, sento la gente ai tavolini lamentarsi di tutto quel casino, e che i comunisti non ti fanno neanche prendere un caffè in pace.

Si arriva finalmente in piazza. Sul palco ci sono le autorità e i reduci partigiani. Sono rimasti in tre, vecchi come Matusalemme, uno in sedia a rotelle e due con un bastone che sembra il vincastro di Mosè. Il solo guardarli ti ispira una commozione improvvisa e dal profondo, come quando vedi cose che credevi scomparse, estinte, sepolte. Non so, tipo degli italiani di cui si può essere orgogliosi. La gente infatti applaude, applaude i  reduci e anche quelli che non lo sembrano poi tanto, tipo quattro o cinque sessantenni che puzzano un po’ tanto di sola, e fanno capolino dietro agli altri tre. Avranno l’età di mio padre, e non credo abbiano partecipato poi così attivamente alla lotta, almeno se non si vuole considerare lotta politica attaccarsi al seno, rigorosamente sinistro, della propria mamma, e darci dentro.

La banda militare suona marcette, canzoni partigiane, poi l’inno nazionale, manca solo il po-popo-popo-po mondiale. Qualcuno chiede i Tokio Hotel. Prende il microfono il sindaco della città. Per Paperoga l’impolitico, è il momento di voltarsi ed andarsene.

Mentre mi faccio strada tra la folla ferma che assiste al discorso, e mentre da dietro rimbombano sempre meno distinte parole come libertà, pacificazione, eguaglianza, oppressione, un vecchietto mi guarda in faccia e poi mi indica qualcosa sotto la mia pancia. “Hai la patta tutta sbottonata”, mi dice. Mi guardo, mi si notano i boxer da mezzo miglio. Beh, mi dico mentre la tiro su, è la prima volta che anche io sventolo una bandiera durante la manifestazione. Che stia diventando anche io un compagno incazzato?

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3 Responses to Compagni cittadini fratelli paperoghiani

  1. punzy ha detto:

    naaaaaaaaaaaaaa la patta non vale come bandiera.
    Certo è comunque un simbolo

    un simbolo del c*****

  2. prefe ha detto:

    io ho festeggiato privatamente

    nel senso che me ne sono sbattuto, come da 27 anni a questa parte.

  3. prefe ha detto:

    28, diamine, 28 !

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