Melting Coop

ipercoop

Con una casa ormai svuotata di qualunque genere di prima necessità, sono tornato a fare la spesa al supermercato dopo secoli. Credevo che andarci il mercoledì di Pasqua fosse una mossa prudente, ad evitare l’affollamento da stadio della gente che, quando vede una festività, impazzisce e corre a svaligiare la grande distribuzione portandosi a casa di tutto.

Mi sbagliavo. Parcheggio praticamente a 400 metri dall’ingresso dell’Ipercoop, se lo avessi saputo mi sarei portato una borraccia d’acqua e della carne essiccata per superare indenne il lungo trekking nel deserto cementificato costellato da centinaia di vetture. Durante l’avvicinamento assisto a plurime litigate tra parcheggianti troppo lenti in uscita e troppo smaniosi in entrata, roboanti mandate affanculo perchè uno ha fottuto il posto all’altro, e intanto più m’avvicino più vedo macchine che si aggirano come cani randagi alla ricerca del miracoloso posto a tre metri dall’ingresso. In vita mia ho visto molti più accenni di rissa in un parcheggio che allo stadio o fuori da un’osteria, e se fossi un sociologo potrei scriverci un agile e ficcante pamphlet. Ma non lo sono, dunque tiro avanti.

Col mio carrello sferragliante a sbandare –  per la legge di murphy estraggo sempre è quello in cui le rotelline funzionano alla cazzo di cane – mi introduco nel magico mondo dell’ iperconsumo cooperativo. L’ingresso del supermercato vero e proprio è intasato di gente. Hanno piazzato in offerta centinaia di tipi di uova di Pasqua, e la gente sembra proprio non poterne fare a meno, caricano come facchini uova su uova nei carrelli, soppesano le sorprese, scegliendo inevitabilmente le uova dalla confezione più pacchiana. Io, che ritengo le uova di Pasqua una delle inutilità più lampanti create dal consumismo delle festività, spingendo e tuzzando i carrelli alla fine riesco a passare indenne. Il cioccolato lo prendo a barrette, è cinque volte più buono e lo pago diciotto volte meno, sembro voler dire con il mio sguardo pietoso alle coppie adulte che fanno incetta di simil cioccolato. E ancora non ci avete rinunciato al fatto che la sorpresa fa sempre cacare? Odio chi non si rassegna alle costanti della vita.

Ma non è della mia spesa che voglio parlarvi, figuratevi cheppalle. Ma di due famigliole di stranieri in cui mi sono imbattuto a qualche minuto di distanza l’una dall’altra. Di due esempi di integrazione nella nostra ancora nascente società multietnica e in particolare qui, nelle alcaline terre emiliane, da sempre terra di accoglienza – dicono – ma recente nuovo territorio di caccia – dico io – di visi pallidi sempre incazzati con abbacinanti camicie verdi.

Esempio di integrazione numero 1

Sono davanti agli scaffali dello scatolame, di fronte a cinque metri di distese di polpa di pomodoro. Leggo i prezzi al chilo, valuto le marche, confronto le confezioni. Cogito socraticamente, considero, prevedo, programmo, comparo. Alla fine scelgo la marca più sfattona, dove probabilmente ai pezzi di pomodoro saranno stati aggiunti anche torsoli di mela, giornali cinesi e scaglie di sapone, il tutto per insaporire. Dietro di me sento confabulare amenamente in una lingua misteriosa, i cui accenti arcaici ho sentito solo al cinema durante i dialoghi tra Frodo e la dama Galadriel. Mi volto e vedo una famigliola di rom, o almeno così paiono, che discute animatamente sul vasetto di maionese da accattare. Decidono, prendono, si muovono, il tutto con gesti improvvisi e nervosi, il carrello tenuto quasi alla briglia, il loro passo è sì ciondolante ma veloce, non perdono tempo inutile. Li seguo da dietro, mentre avanzano ciarlanti e sorridenti, sono tre donne praticamente identiche tra loro, secche secche coi loro scialli sgargianti da vecchie prozie, scure e grinzose come la strega Bacheca, un uomo sulla cinquantina altero con la barba grigia, una sorta di Raz Degan 20 anni dopo, e dopo almeno due enfisemi. Li seguo ancora un poco, prendono qua, mollano là, e si avvicinano alle casse. Io proseguo per la mia strada, e lì sì che partono infine le mie considerazioni sociologiche.

Hai visto, dicono tutti degli zingari che rubano, dei rom, di questi incivili che non sanno rispettare le regole, che vivono ai margini della società per scelta. Questi stanno belli tranquilli qua a fare la spesa, a spingere il loro carrello, a comprare il cibo, non danno fastidio a nessuno, se non fosse per quegli scialli provenienti dai magazzini dell’Anas manco li noteremmo.

Mentre ancora mi beo nei miei pensieri multiculturali arrivo alla cassa, ed oltre le casse, nel corridoio di uscita, vedo la mia famigliola rom preferita uscire scortata da due guardie giurate, una davanti e una di dietro. Gli agenti hanno i loro sacchetti della spesa in una mano e lo scontrino nell’altra, dove pare che manchino alcuni prodotti che magicamente appaiono invece nelle buste. Raz Degan è infervorato, agita le mani alla Fra Cristoforo, cerca di spiegarsi in un misto di italiano e lingua locale, roba da mal di testa, mentre le tre erinni si agitano nei loro scialli confabulando segretamente e poi scagliando maledizioni innominabili a caso verso il primo innocente avventore che le incrocia. Infine lo strano codazzo scompare dalla mia vista in una segreta stanza, che probabilmente è l’ingresso della Guantanamo dell’Ipercoop in cui i 4 presunti ladri saranno costretti alla confessione mediante plurime ingurgitate coattive, mediante imbuto, di pesto modenese fino al collasso cardiaco.

Esempio di integrazione n. 2

Alla cassa, ove mi trovo dopo aver assistito al fallimento dell’integrazione di cui al n. 1, mi ritrovo davanti una famigliola centro-africana. Il padre sembra Ben Johnson in muscoli e steroidi, veste in giacca nera e camicia bianca, bassino tarchiato a con un collo da toro che suggerisce larvatamente e in proporzione anche le dimensioni della sua micidiale sleppa nascosta. La moglie è un caterpillar immenso, non è grassa, è solo tanta. Altissima, avrà cinquantachili d’ossa come il Nuvolari della canzone di Dalla, due mani curate e smaltate che però staccherebbero di netto la testa ad un tacchino, uno sguardo attento sempre all’erta attento a che i due bambini non facciano casino. L’uno, il maschio, avrà settanni e si aggira tra le uova kinder agitandole anche con troppo vigore, visto che gli vedo sfracellare almeno tre ovetti, che prontamente il padre, dopo una bestemmia in lingua originale, provvede a mettere nel carrello per riparare al danno dell’erede. La bambina è uno scricciolo di un anno e mezzo due, due nerissimi occhi fuori dalle orbite a notare quello che accade nel mondo. L’hanno vestita come una Shirley Temple giovane, carina, e anche abbronzata, direbbe con fare garrulo qualche spiritoso barzellettiere. Si agita nel carrello, ad un certo punto mi fissa e si vede che mi punta la barbona nera, perchè guardandomi si tocca il mento e le guance alla ricerca degli stessi peli ispidi sulla sua pelle.

Ad ogni modo la famigliola paga, si allontana, tocca a me, e la mia spesa da buon Arpagone consta di soli 33 euro di spesa e ben due sacchetti pieni di carne di serpente, merendine fosforescenti, scarti di teste di pesce, detersivo/ammorbidente che tende a corrodere la stessa sua plastica, sacconi di biscotti già belli che triturati, insomma, la spesa di un re. Verso l’uscita decido di fare una capatina dall’ottico e ci trovo dentro l’allegra famigliola al completo: Ben Johnson, la Virago, il Castigo di Dio, e Shirley Temple. Ques’ultima è sempre imprigionata nel carrello, ma sta giocando con una confezione di cereali agitandola costantemente credo da almeno dieci minuti. Il Castigo di Dio contempla gli occhiali esposti in griglia e tenta di saltare come un grillo per prenderne uno. Moglie e marito invece stanno scegliendo le montature parlando con l’inserviente.

Virago: Signorina, ho chiesto l’altra montatura, non questa…

Ottica: Si, signora, mi scusi, adesso gliela do.

Virago: Signorina, si sbrighi, dobbiamo andarcene.

Ottica: Prego, tenga.

Virago (che le strappa di mano la montatura e indossa gli occhiali): Come sto?

Ben Johnson: No, no, male, brutta, ma non avete altre montature, fanno tutte schifo qui..

Ottica (che inspira e respira tentando di placare la rabbia omicida): Possiamo provare questi…

Virago (schifata come se le stessero mostrando uno stronzo fumante): NO, NO, tutti brutti, andiamo via.

Manco salutano ed escono dal negozio, con Castigo di Dio che quasi c’era riuscito a prendere l’occhiale e viene placcato da Ben Johnson. Si allontanano così, ancora lamentandosi ad alta voce e lanciando occhiatacce alla commessa, brulicanti di recriminazioni offensive, aprendo uno snack appena comprato e mangiandolo con ingordigia, cazzo sembrano proprio dei buzzurri italiani qualunque. E mentre rifletto sul prezzo che si deve pagare per ogni integrazione che si rispetti, Shirley Temple da lontano mi nota, mi sorride e si rimette la mano sul mento a tastarselo, come se avesse o quanto meno bramasse, un lungo e luciferino pizzetto.

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9 Responses to Melting Coop

  1. Porzione ha detto:

    Già ti si sopporta da avvocato, juventino ed arbitro. Perchè fare il sociologo? Se vuoi essere linciato dalle folle ti suggerisco un master per diventare agente assicurativo e commercialista al tempo stesso.

  2. paperogaedintorni ha detto:

    porzione, hai ragione, come sociologo faccio ridere. se si potesse dire la stessa cosa di te come umorista saremmo due a zero per te. invece non ci si muove dallo stallo…. (faccine sorridenti a profusione)

  3. Punzy ha detto:

    UUUUUUHHHHHH qui nell’urbe gli immigrati si sono coattati per bene e da tempo, aggiungerei..

  4. paperogaedintorni ha detto:

    mi accorgo or ora di come il mio post abbia dato il là, in altre latitudini internautiche, a considerazioni razziste sui rom. non sprecherò mai i commenti per spiegare i miei post, ma certo mette un po’ di tristezza leggere insulti indistinti ad un popolo indistintamente bollato, come fosse un unico schifiso essere vivente, come ladro e giuda e infido. dissociarmene vorrebbe dire dare una qualche dignità a questi commenti, ma tant’è, i tempi che viviamo sono questi.

  5. Allegra ha detto:

    aspetta! io ho adorato questo post! ho riso fino alle lacrime (il chè vuol dire che mi son ritrovata nei tuoi pensieri e nella tua esperienza) e poi ho afferrato il tuo messaggio, caro paperoga, ho apprezzato moltissimo questo testo e ti ringrazio di questi 5 minuti di ‘stuzzica-coscienza’che hai ben scritto con la giusta dose di ironia e riflessione!

  6. Porzione ha detto:

    Insomma mi hai annullato il goal? Vabbè. No comment.
    Comunque, mi permetto di riprenderti: hai parlato nel tuo commento di popolo bollato come ladro, giuda ed infido. Hai scordato “rapitore di bambini”.

  7. Punzy ha detto:

    ..mica ce l’hai con me? ero tornata per dirti che tu ieri hai scritto un post con degli zingari dentro e anche io ho scritto un post con gli zingari dentro

  8. paperogaedintorni ha detto:

    allegra: gracias, speravo fosse chiaro che forse non c’era alcun messaggio
    porzione: non ti ho annullato il gol, semplicemente non lo hai segnato, non finchè non farai una battuta umoristica di attualità degna di questo nome…
    punzy: ma scherzi? ho letto il tuo post, bello come al solito, non ci avevo fatto caso alla solita coincidenza, e forse in sostanza il nostro atteggiamento di fronte a quello che abbiamo visto è lo stesso. mi riferivo ai commenti lasciati a margini di un aggregatore in cui il mio post è stato segnalato.

  9. prefe ha detto:

    pape

    bel post, molto chiaro il messaggio. Dov’è che hai scatenato considerazioni razziste? Voglio vederle!

    Comunque
    un solo appunto
    le uova di cioccolato sono sì una stupidaggine, MA ci sono le uova di cioccolato kinder grandi.
    Mi spiace dirlo. Ma sono ineguagliabili.

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