Qui giacerà Paperoga

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Quando torno al mio paese, di solito mi guardo bene dall’uscire di casa e fare quattro passi. Anzitutto, perchè è un paesaccio di quindicimila e rotti abitanti, brutto sgarrupato e popolato da gente irragionevole, in cui il tempo pare essersi sì in parte fermato, ma produce nell’aria un immobilismo tragico e per nulla affascinante. Sa di stantìo, per la precisione. Di rancido. Ecco, il mio è un paese rancido. Inoltre, l’ infanzia l’ho passata chiuso nel mio adorato sansificio dall’enorme portone di ferro verde che sbarrava il passo agli ultracorpi (leggi, i miei compaesani), e le uniche fughe erano verso la città poco distante, in cui ho fatto le scuole, il catechismo, ho trovato gli amici, la ragazza, e insomma, capirete che ben poco mi lega a questo abnorme ammasso di case spesso abusive e quasi sempre condonate.

L’unica eccezione alla regola è data dalla mia abitudine di andare al cimitero ogni qualvolta torno in Terronia. In quel caso esco di casa e mi smazzo un paio di chilometri a piedi, percorrendo una fetta di paese esemplificativa delle sue tante storture.

Anzitutto, la prima cosa che capisci vagando nel paese è che il codice della strada, come Cristo, si è fermato ad Eboli, e qua non ci è arrivato. In che senso? C’è ben poco da spiegare: ognuno sceglie il senso di marcia che gli pare, dà la precedenza che gli aggrada, parcheggia dove cazzo gli salta in testa a lui, e se osi protestare, il minimo che rischi è di assistere allo spettacolino da sceneggiata paesana che la faccia tosta di turno organizza in un misto di ignoranza manifesta e dolosa consapevolezza di essere nel torto ma sbattendosene alla grande. Il peggio che ti può capitare è che l’energumeno ti meni. O, se emergumeno non è, ti fa menare. O che dopo tre giorni ti sparisce la macchina. O te la trovi col parabrezza fracassato.

I negozi del paese, alimentari esclusi, sono un capolavoro di sovvertimento delle regole dell’economia. Non ci va nessuno, ma sono sempre aperti da quando sei nato, e saranno aperti per sempre. Probabilmente nel mio paese si usano i soldi del monopoli, oppure si ricorre ancora ad un sano baratto, del tipo io di dò dieci kili di olive in cambio di un maglione, insomma non me lo so spiegare tutta sto gran pavese di negozi aperti pieni di merce invenduta. I proprietari o le commesse sono tutti fuori, a fumare, seduti su una sedia, e aspettano che si palesi l’avventore. E mi guardano strano, di sottecchi.

Già. Perchè al mio paese non mi conosce nessuno. Da sempre. Ora, non dico che in un paesone si conoscano tutti, è una balla colossale buona per i romanzi. Però i paesani riescono a captare quando di fronte c’hanno qualcuno che non c’entra un cazzo, uno straniero, insomma uno che non è del paese. E non dico uno del paese vicino. Dico proprio uno che non sai come ci è capitato là in mezzo. Un turista, un settentrionale, uno extracomunitario, fate voi. Io per loro sono questo. Mi guardano, si chiedono sicuramente ma questo di chi è figlio e dove abita, no questo non è manco pugliese, sarà del nord. Saranno i capelli e la carnagione chiara in un paese dove trovi gente letteralmente abbrustolita, caramellata dal sole, sarà il fare discreto e silenzioso in mezzo a gente che comunica gridando e mulinando le braccia, sarà il passo incerto di chi non è mai sicuro che la traversa per il cimitero sia quella, visto che anche l’urbanistica, come Cristo e il codice della strada, si è fermata nella fottuta Eboli. Un coacervo indistricabile di viuzze tutte uguali, manco un cartello che ti indichi “di qua” o “di là”, come nella vecchia cara Paperopoli, e tu che vaghi sbandando da un marciapiede all’altro maledicendo l’assenza di una bussola.

Tutti mi scrutano, in questo zig-zagare, anche dopo che sono passato, e per i vecchi in vestito gessato e cappello  seduti fuori dal Bar Inter all’incrocio con la statale, rappresento un argomento di conversazione a monosillabi e sguardi teatrali che durerà un minutino scarso, fino alla prossima scatarrata per terra.

Al mio paese, per strada, non senti nessuno parlare italiano. Con una pesante cadenza che storpia il suono di ogni  vocale, i paesani  comunicano in un dialetto stretto, non so quanto fedele, ma comunque distante mille miglia dalla lingua madre. Però poi, quando devono scrivere sui muri, si trasformano in dantisti. Sui muri della zona artigianale antistante il cimitero, infatti, trovi decine e decine di scritte sui muri che cingono i capannoni. Con una tecnica da writers incerta, gli innamorati si scambiano messaggi d’amore eterno, e lo fanno in un italiano corretto e a volte anche pretenzioso.

Amore mio, ti ho incontrata ieri ed hai trasformato la mia vita

Orsetto, ogni giorno con te mi rende eterna la vita

Mau, insieme a te, contro tutto e tutti, in testa solo la felicità

Giovanna sei una maledetta zoccola

A parte l’ultima frase, un pochino colorita ma tendenzialmente corretta (Giovanna è una zoccola, confermo), questo fiorire di dolcestilnovo in piena frontiera terronica mi lascia tramortito, dato sì che immagino quale tamarrone di frontiera abbia scritto quelle frasi, come vesta e come parli nella vita reale.

Arrivo a destinazione. Il cimitero è aperto appena quattro ore al giorno, devi proprio beccare lo spaziotempo adatto per evitare di fare un viaggio a vuoto. Ma quando è aperto, è più frequentato dei giardini comunali o dei bar della piazza principale. Un casino di gente, parcheggi pieni, un andirivieni di uomini e donne seriosi e compunti, alcuni commossi, altri disperati, taluni sollevati. E’ incredibile come in un paese in cui tutti odiano tutti, in cui le faide familiari fanno invidia agli sceneggiatori di Dallas o Dinasty, una volta morto tutti accorrano alla tomba del bastardo, per omaggiarlo e piangerlo. Il fioraio, va da sè, fa affari d’oro. Nasconde il suo raggiunto benessere in quella topaia abusiva di lamiere in cui vende i suoi fiori sempre un tantinello vecchi di un giorno, ma sono sicuro che nel garage di casa c’ha la Maserati, visto che i miei paesani comprano quintali di fiori al giorno di ogni forma e  dimensione.

A me piace un sacco andar per cimiteri. No, non sono un tombarolo o un nazista profanatore di sepolcri ebraici. Semplicemente, non so spiegarlo meglio, i cimiteri mi pacificano, mi sollevano, mi rasserenano. Non c’è un gran dolore in giro. Rassegnazione, ricordo, cura, quelli sì, ma il dolore terribile è alle spalle, qui si tratta di darsi pace, di reiterare gesti all’apparenza inutili, come mettere fiori, cambiare l’acqua, pulire, fermarsi a pregare, parlare silenziosamente col defunto, ma sono gesti di progressiva elaborazione del lutto. Il cimitero è il posto in cui il lutto lo si lascia scalare come ogni cosa della vita, cronologicamente, non vedo molta esasperazione in giro, nè tantomeno della necrofilia. E poi è il posto della giustizia che alfine trionfa, il posto in cui giacciono sotto due metri di terra o incubati in un loculo, un sacco di figli di troia  che nella vita hanno fatto danni e rotto il cazzo, rubato, esasperato, sfruttato, vilipeso. E adesso tacciono, forzatamente, dentro ad una foto, e tu sei libero di passare in mezzo a loro e nessun male potrà più esserti fatto. In quel senso, andare al cimitero è una bella sensazione di potere. Il potere dei vivi, l’unico che ti è dato esercitare.

Con buona pace della livella di Totò, la morte riproduce nel cimitero buona parte delle distinzioni sociali imperanti in vita. Ci sono i quartieri popolari, fatti di cappelle collettive in cui stretti stretti albergano centinaia di loculi uno sopra l’altro, ci sono le cappelle familiari, testimonianza della rispettabilità goduta nel paese, con tanto di tragico tentativo di arte scultorea da parte del Fidia di turno, e i sepolcri deposti sul terreno, forse gli unici a dare l’idea dell’unicità della condizione della morte. Io sfilo centinaia di fotografie, di segni, di omaggi, e ne traggo una impressione di tranquillità, non mi turba tutto questo silenzio, tutte queste fini tragiche o attese divenuti pietra e terra.

Anzi no. Una sola cosa mi turba, diciamo che non mi fa proprio piacere. Non sono superstizioso, ma nel mio paese ci saranno una decina di cognomi in tutto. Non so esprimere quello che provo nel vedere, ciclicamente, una tomba su dieci, recare il mio nome e cognome nelle foto di giovani, vecchi, padri di famiglia, infanti in fasce. E’ una sensazione quasi premonitiva che ogni volta mi sveglia dal troppo indugiare tra i sepolcri, e mi convince ad uscire dai cancelli e a tornare alla vita vera per compiere nuovi danni.

Tanto qua, prima o poi, pare che dovrò proprio tornarci.

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10 Responses to Qui giacerà Paperoga

  1. CMT ha detto:

    In questo sono fortunato, il mio cognome è su una sola tomba in tutto il cimitero (ma anche se fosse su mille, non ci vado mai al cimitero, quindi non me ne accorgerei…)

  2. sunofyork ha detto:

    bè, il problema è che “sotto due metri di terra o incubati in un loculo” non giacciono solo dei figli di troia, sennò ci si andrebbe tutti volentieri a passare le pasquette.
    comunque a casa mia abbiamo già tutti i nostri bei loculi già pronti, non vogliamo farci cogliere impreparati.
    i più lungimiranti hanno già il nome, il cognome e la data di nascita incisi nel marmo, il tutto coperto da uno spesso strato di nastro isolante. una scelta di grande gusto e sobrietà.
    Io sulla mia non chiedo molto, chiedo solo che la scritta in carattere Garamond o Baskerville, iniziali in maiuscoletto giustificata a sinistra con margini regolari. Possibilmente se possono copiare l’impaginazione da Adelphi mi fanno un favore, e niente fiori finti. Solo una dignitosissima grafica minimal, visto che l’understatement per me è sempre stata una scelta di vita
    sun

  3. Porzione ha detto:

    Prima di tutto, permettetemi di confermare che la fama di Giovanna è arrivata anche a Bari.
    Detto questo, devo rimarcare la superiorità di Bari rispetto al tuo paesone. Ma più che di Bari, del mio quartiere. Difatti sui muri antistanti il mio isolato, hanno fatto bella mostra due scritte. La prima, purtroppo cancellata da qualche idiota, recitava:

    “LEGA E SEGA: DUE MOVIMENTI DEL CAZZO”;

    la seconda, in inglese, e questa l’ho mostrata a fior di bloggers miei testimoni:

    “WHEN ARE YOU GONE?”

    già perchè qui a Bari, gli amanti si inseguono nello spazio, ma anche nel tempo.

  4. punzy ha detto:

    sai, anche io sono straniera in patria
    sono appartenuta a quel posto ma quel posto non mi appartiene, non so se mi spiego
    la cosa mi rende triste e quando ci penso mi viene voglia di cantare qualche canzone da emigrante, tipo santa lucia, per esempio, in giro per l’urbe sul motorino
    ah, io voglio essere cremata, le mie ceneri spargetele su brad pitt, grazie

  5. paperogaedintorni ha detto:

    cmt: nelle mie visite cimiteriali il mio nome e cognome paiono richiamarmi da ogni dove. sembra un film dell’orrore.
    punzy e (sopratutto) sun: la fate troppo complessa la questione della sepoltura: io voglio essere dato in pasto ai cani.
    porzione: sono contento che la pensi come me su giovanna. sulla superiorità di bari sul mio paesone, hai gioco troppo facile. persino un trogolo la vince sul mio paesone.

  6. CMT ha detto:

    @Paperoga: questa cosa potrei usarla per qualche racconto! ^___^
    @Porzione: la prima di quelle scritte l’ho vista, o è molto diffusa o sono passato dal tuo quartiere ^__^

  7. Porzione ha detto:

    @CMT: non l’ho mai vista altrove, comunque io abito lì di fronte.

  8. CMT ha detto:

    @Paperoga: sono passato dal “potrei usarla” a “l’ho usata”, spero non ti spiaccia. Se sì, evita di farmi causa… ^__^;;;

    http://deliriletterari.blogspot.com/2009/03/aria-di-casa.html

    @Porzione: comunque non ricordo dove l’ho vista, per cui… ^__^;;

  9. paperogaedintorni ha detto:

    cmt: figurati..

  10. prefe ha detto:

    al mio quartiere il cimitero sembra un centro commerciale. Esteticamente intendo. E’ una cosa mostruosa, te lo giuro.

    Ci sono entrato una volta in vita mia, costretto ad andare a un funerale di un coetaneo (al tempo ero minorenne) e c’erano davvero troppe croci in giro.

    Un altro paio di volte ho assistito a sepolture di familiari. Poichè siamo atei non ho visto ombra di funzioni di alcun genere, ma solo un cadavere in una bara, poi chiusa e seppellita nel silenzio di sette otto persone.
    Trovo il tutto piuttosto superfluo, a rischio di sembrare cinico. Morto… sei morto. Nel mio caso una volta giunto al capolinea mi basterà che qualcuno si prenda qualche organo che gli serve, poi darò ordine bruciare quel che rimane e buttare pure in un portacenere.
    Li dentrò non ci voglio andare.

    I cimiteri non li capisco.

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