A spasso tra le religioni

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Esco dallo studio Cavaturaccioli, sono le sei e mezzo del pomeriggio. Mi dirigo verso il bus  che mi condurrà alla macchina che mi condurrà a casa. Nei portici della strada principale del centro storico, la gente già sta scemando. Questa è una città di un fracco di abitanti in cui alle sette di sera non trovi nessuno in strada manco a scannarlo, poi però gli autoctoni si lamentano che la sera ormai in giro ci sono solo extracomunitari. Ve lo dice per caso il dottore di rinchiudervi nei vostri tabernacoli appena tramonta il sole per  sfondarvi di lambrusco casalingo e ciccioli frolli?

Ad ogni modo, nei portici stretti della via, tra gli strilloni del giornale locale, qualche improvvisato tappeto di oggetti di un qualche vu cumprà, movimenti strani e circospetti degli spacciatori di turno, crocicchi di dopolavoristi che parlano di calcio, intravedo un banchetto con degli opuscoli ben ordinati, e due persone ai lati, erette e un po’ legnose, come guardie di una fantomatica porta della conoscenza, che si guardano intorno sostanzialmente tranquilli.

Guardo gli opuscoli, e riconosco subito il mitico “Svegliatevi!”, periodico di punta dei Testimoni di Geova. Sapevo già che molti Testimoni di Geova ormai organizzano tavolini nelle piazze anzichè vagare nelle città a prendersi secchiate di vaffanculi, però non li avevo mai osservati. Magari ci sono da anni, però mi viene da pensare che è un cambio di strategia di marketing quasi epocale. I sostenitori del proselitismo spinto, del tentativo continuo di convertire le coscienze a suon di campanelli suonati la domenica mattina, sempre in due, sempre sorridenti, sempre decisi a farti cambiar vita, hanno forse visto che il gioco non vale più la candela. Ovvero, che forse guadagnano qualche fedele, ma ormai hanno la nomea della setta che cerca di coartare le coscienze con queste girovagazioni a piedi, sono  sinonimo di spaccacazzi, di invadenti fanatici, di irrispettosi mercanti di fede. Dunque, come ogni associazione politica o culturale, come ogni lega in difesa dei cani abbandonati o degli uccelli con l’ala spezzata, anche i Testimoni di Geova si mettono con il loro banchetto nelle vie e nelle piazze, e lasciano che sia il pubblico a servirsi del loro sapere e a volere approfittare della loro proposta di salvezza. La quale, prevedendo che se ti capita qualcosa ed hai bisogno della più elementare delle trasfusioni, ti scazzi e piuttosto tiri le cuoia, credo rimanga comunque poco appetibile. A questo si aggiunga che questo neo-proselitismo soft non farà certo bene all’espansione della setta. Se qualche fedele, anzi molti, li hanno tirati su, lo hanno fatto solo arrivando a rompere il cazzo come nessuno sulla terra. Rimanendo impalati come maggiordomi di corte, mentre manco un’anima se li fila di pezza per ore, non credo che la strategia potrà dare i frutti sperati. Apprezzo però un fatto: che una confessione religiosa così rigida e  bizzarra abbia potuto dare prova di elasticità mentale, flessibilità nei metodi di vendita, voglia di adeguarsi ai tempi e al sostanziale  boomerang del loro continuo scampanellare.

Lascio dietro le mie spalle i due testimoni e le loro interessanti proposte per morire redenti, e arrivo alla fermata del mio autobus. Cerco di leggere l’orario, ma qualche testa di cazzo di writer si è divertito a disegnare incomprensibili segni che impediscono la lettura di alcunchè. Spero che vi cada la ciola, maledetti writers, con tutti i muri che ci sono e in cui potete sfogare il vostro temperamento artistico, scegliete proprio un cartello di 20 cm per 20?

Quindi mi tocca aspettare il bus senza sapere quando arriverà. Vabè. Mi siedo sulla panchina e attendo. Arriva un bus, ma non è il mio. Scende un immigrato maghrebino di mezza età. Mi guarda, si siede sulla panchina e comincia a guardarmi di nuovo. Poi me li chiede:

“Hai qualche euro per un panino?”

Io solitamente sono un pezzo di pane, dico no una due volte, alla terza apro il portafoglio. Ma stasera ho i coglioni girati.

“Non, non ho una lira”, dico ancora così, come se fossimo nel 1970, ovviamente lui non capisce cosa io voglia dire, e chiede di nuovo.

“Non ho una lira, mi dispiace”, continuo, anche se dovrei dire “non ho un reddito”, che è una cosa molto più vera e molto più decisiva ai fini dell’elemosina, dato che non potrei permettermi oboli giornalieri, guadagnando meno di impiegato di concetto part-time.

Lui prova a richiedermelo, poi vede che non c’è trippa per gatti, mi saluta sorridendo si alza e se ne va.

Io lo guardo andar via zoppicando con aria dimessa, e ovviamente mi scatta la sindrome del buon samaritano. Ovvero, gli do il fottuto euro. Solo che zoppica zoppica questo si sta allontanando, e mica posso chiamarlo ad alta voce o fischiargli dietro come un pecoraio. E non posso rincorrerlo, che potrebbe arrivare il mio bus. Calcolo le distanze, la mia velocità di corsa, preparo l’euro, e mi involo verso il vecchio. Lo raggiungo, gli porgo l’euro, lui si apre in volto ringraziandomi come fossi un sultano che ha elargito parte delle sue ricchezze ai sudditi, io lo ringrazio in fretta, mi volto per tornare al mio posto e vedo l’autobus che mi sfreccia a fianco, che si è già bello che fermato e ripartito. Adesso mi tocca aspettare altri 20 minuti. E mentre mi risiedo accasciandomi sulla panchina, maledico me e il mio retaggio cristiano del buon samaritanesimo (o forse solo il mio retaggio scout del fare ogni giorno una buona azione), che spesso si traduce in un frustrante autolesionismo che ti lascia al collo solo la medaglia d’oro del buon coglionastro.

Arriva finalmente il mio bus. Salgo, mi siedo. Ci sono un paio di immigrati silenziosi e da parte che guardano fuori dal finestrino, due emiliani quarantenni che non so perchè leggono le rispettive polizze assicurative, infine due mormoni in piedi, con la solita faccia da bravi ragazzi americani appena ventenni, in doppio petto, belli ma anche terribilmente sfigati, che parlano nella loro brava lingua sconosciuta. Mi sono sempre chiesto dove vadano a raccattare questi ariani belli come il sole, costretti a passare la loro giovinezza, anzichè a trombarsi l’impossibile, a rompere il cazzo alla gente con il libro di Mormon. Insomma, mi dico, ma davvero non si accorgono di star buttando via giovinezza ed ormoni? Non possono andare in giro per le strade come due eunuchi quando avranno 50 anni? Vabbè che dopo si consolano con le loro famiglie poligamiche e le loro spose bambine, però, diamine, mi fanno tenerezza a guardarli.

Ad una fermata sale una ragazza bionda, carina, ma niente di più. Dà le spalle ai mormoni, i quali, quasi in una sorta di illuminazione mistica, cominciano a fissare il culo alla bella tosa. Si guardano, commentano con lo sguardo, agitano anche una mano in segno di apprezzamento. Alla faccia della salvezza, della morigeratezza dei costumi, del santo lavoro di portare Dio alle case di tutti. Questi sono due zozzoni che devono trattenersi dallo zompare addosso alla malcapitata. La quale, per fortuna, scende alla fermata successiva.

Io li guardo, e sti mormoni non mi stanno mica così antipatici. Diavoli, poligamia a nastro, piaceri della carne, il pensiero della figa in testa. Che sia davvero la religione del futuro?

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4 Responses to A spasso tra le religioni

  1. prefe ha detto:

    beh
    una cosa è certa, i mormoni ispirano simpatia per alcuni loro atteggiamenti da cowboy di dio.

  2. Porzione ha detto:

    Ti consiglio di vedere l’episodio di South Park sui mormoni. Na sciccheria.

  3. paperogaedintorni ha detto:

    sui mormoni, Utah e poligamia consiglio la serie Big love della HBO.

  4. punzy ha detto:

    paperoga, io vedo big love, li chiamo, familiarmente, “i puzzafame” sinonimo punzesco di “straccioni dentro” e si, mi sento perversamente attratta da quella serie
    cmq, la religione del futuro é il buddismo: nessun dio da adorare, nessun testo sacro da rispettare, solo l’uomo e le sue immense capacità da sviluppare con la meditazione che, diciamolo, puoi pure fare comodo comodo sul divano

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