Essere Pierluigi Collina (o della tensione verso la neutralità)

roja

Quando dico a qualcuno che faccio l’arbitro di calcio, l’interlocutore (dopo avermi squadrato per dieci secondi per ricordarsi com’è fatta la faccia di uno sfigato a denominazione di origine controllata) mi pone la fatidica domanda: “Perchè?”

In quella domanda così concisa si nascondono una infinità di varianti ben più specifiche e meno diplomatiche, del tipo:

“Perchè sei così coglione da andarti a beccare un’ora e mezza di insulti dagli spalti, senza poter replicare, e anzi mantenendo un aplomb impeccabile che il tuo sistema nervoso o il tuo senso di autostima pagheranno per il resto della settimana a venire?”

Oppure:

“Perchè per 27 euro di diaria (rimborsi benzina a parte) mandi a puttane ogni sacrosanto sabato o domenica, invece di andartene una giornata in Liguria o in Toscana a goderti un po’ di aria buona, un piatto di testaroli  al pesto o un bicchiere di chianti classico?”

O ancora:

“Quali colpe ritieni di aver commesso in una precedente vita per autofustigarti in modo così masochista rapportandoti con educazione con ventidue ominidi che dopo una settimana di lavoro sottopagato vengono a sfogare la propria frustrazione dando calci a palloni, stinchi, gambe, e vomitandoti in faccia tutta la loro ignoranza e italico spregio delle regole?”

Potrei continuare ancora. Ma è meglio che rispondo subito.

Alcuni dei miei colleghi lo fanno per un motivo francamente penoso: esercitare uno straccio di potere. Perchè di potere si tratta, beninteso. Per un’ora e mezza tu sei giudice, giuria e giustiziere. Puoi sgridare omaccioni che digrignano i denti e che fuori da lì ti menerebbero come un tappeto bukara, puoi mettere a sedere come alunni  discoli degli iracondi allenatori cinquantenni che ti staccherebbero un braccio a morsicate. Puoi espellere, concedere o annullare gol, dare o non dare un fuorigioco, insomma interferire pesantemente nella gioia e nel dolore di un discreto mucchietto di persone e nella loro tristerrima vita. E se questo non fa certo sentire un Dio, solletica però l’ego piallato di molti miei colleghi.

E dunque sgombriamo il campo da strani pensieri: non sono un ubriaco di potere, e non sventolo in preda a raptus nazisti cartellini rossi a caso (anche se ne sventolo parecchi, in campo sono inflessibile riguardo ad educazione e rispetto).

Dunque perchè lo faccio? Perchè mi consente il privilegio – e badate che nella vita reale questo non mi è mai concesso  – di svolgere un compito senza avere alcun personale interesse nelle questioni di cui mi occupo. Perchè mi permette di svolgere una funzione, diciamo un lavoro in senso lato, senza dover perseguire alcun obiettivo, alcun traguardo, che non sia l’assicurare il totale rispetto delle regole del gioco. Perchè guardo questo tragicomico microuniverso girarmi intorno, dimenandosi senza motivo alla ricerca disperata del successo, con il distacco e la libertà che sono proprie solo di chi non gliene frega un amato cazzo.

Quaggiù in campo e ai bordi o sugli spalti assisto allo scontro di chi dà il peggio di sè, alla lotta spesso ingaggiata senza alcuna remora, all’agonismo esagitato degli scimmioni, e ognuno di quei protagonisti cerca di procurarsi vantaggi personali, che si chiamino vittoria o gol, calcio di punizione o rigore. Io ho  il privilegio di assistere a questo chiassoso teatro di strada da una posizione di riguardo, da un palco d’onore. Osservo tutta la malafede, l’ostinazione a voler fottere l’altro, la cattiveria e a volte la violenza gratuita, la disperazione dei gesti e degli sguardi,  da un luogo mentale sideralmente lontano, come se fossi in piscina e stessi nuotando, e accanto a me nuotassero altre 20 persone, ma rimanessero per forza di cose lontani dalla mia percezione.

Non ho niente da guadagnare, alcuna soddisfazione personale da prendermi. Non me ne entra nulla in tasca. Devo ricordarmi le regole, omaggiarle, applicarle. Il resto non mi interessa. I lamenti continui, gli sguardi falsi di chi cerca  di accaparrarsi simpatie, l’espressione di odio puro di colui che sto cacciando fuori dal campo. Non mi interessa.  Ologrammi.

E’ una forma di astrazione fisica, la mia tensione verso la neutralità. Mi permette di essere nella gara, senza parteciparvi. Di essere un corpo estraneo, che esercita il potere supremo senza cedere alla tentazione dell’arbitrio. E’ una forma di autodisciplina a cui non so rinunciare.

Questo delirio testè vomitato comprende in sè anche il nocciolo duro del perchè sarei un ottimo funzionario pubblico, un ottimo dipendente dello Stato, un ottimo magistrato. E anche del perchè sono un pessimo leguleio. Perchè non c’è persona più immune di me dal diavolo tentatore del mettersi in gara in proprio, parteggiare, distorcere il proprio potere per un personale sollazzo o tornaconto, scadere nella disonestà intellettuale, fabbricarsi alibi su alibi per giustificarsi allo specchio.

O forse basta così, non autoincensiamoci troppo.

Forse sono un ottimo arbitro nella vita perchè, molto più semplicemente,  sono solo un fottuto voyeur.

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11 Responses to Essere Pierluigi Collina (o della tensione verso la neutralità)

  1. Direi che non fa una piega.

  2. punzy ha detto:

    ergo, nella vita sei un pò..come dire..“non decisionista”?

  3. paperogaedintorni ha detto:

    punzy: no, non credo si tratti di decisionismo. Anzi, arbitrando le decisioni le devi prendere e alla svelta, spesso impopolari, è una buona palestra in tal senso. Diciamo solo che mi piace la sensazione di operare in modo del tutto disinteressato rispetto a quanto accade intorno. E’ una sensazione abbastanza libera.

  4. prostata ha detto:

    Babbene, ma non hai detto la cosa fondamentale, cioè se sei favorevole o contrario alla supermoviola in campo!

    • paperogaedintorni ha detto:

      favorevole? arbitro le terze categorie nei campetti di periferia con 20 spettatori, figurati che cazzo me ne può fregare. in linea di principio, il non volere accettare l’errore arbitrale in sè che mi fa sorridere. accettiamo errori madornali di giocatori, portieri e allenatori (e anche presidenti) come naturali nel calcio, ma gli errori arbitrali no, cazzo, vanno corretti con la moviola. mah. facciano pure. vedrete che palle due ore e mezza di partita con pause e contropause per vedere i peli nel culo del fuorigioco fantasma.

  5. ho capito cerchi l’illuminazione e dato che star seduto a meditare ti rompe le palle, eserciti il “essere nel mondo senza essere del mondo” tutte le domeniche… uhmm ne aprlerò ad un paio di amici molto zen, vediamo se si convertono.

  6. Daniele ha detto:

    Concordo con te, collega AE.
    I primi anni li passi ad affannarti a perseguire il successo e scalare rapidamente gli scalini delle categorie, facendo a gara con gli altri amici arbitri. Qui si sbaglia perchè si diventa arroganti e presuntuosi. Passati gli anni della “fatica” ho finalmente riscoperto il piacere di arbitrare con le giovanili (provinciali o regionali) andando in campo più rilassato di un tempo. E alla fine tutto paga. Mi piace correre sul campo, arrivare al campo di calcio ma anche tornare a casa sapendo di avere fatto il meglio che potevo e avere magari contribuito ad aiutare ed “educare” quei ragazzi che forse diventeranno buoni calciatori o semplicemente brave persone.

  7. WebmasterMascherato ha detto:

    questo post merita l’adozione di un link paperoghiano sul mio blog ^^

    auguri, fratello gobbo

  8. paperogaedintorni ha detto:

    daniele: io sono un po’ più cattivello, o sospettoso, sia dei dirigenti che dei giocatori. sono lì per fotterti, spesso…
    webmaster: fratello gobbo, dove diavolo è il tuo blog?

  9. WebmasterMascherato ha detto:

    blogdiout.wordpress.com

    passaci a trovare qualche volta

  10. dieghermaister ha detto:

    si che ci fai i weekend ad arbitrare invece di andare a giocare a tennis con gli amici?
    …e giacchè stai a fà sta vita, che ne pensi di toni alla roma?

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