Outside the museums (§3)

carver

Vuoi star zitta, per favore?

“Riattraversò l’appartamento in penombra e tornò in camera da letto. Lui se ne stava tutto aggrovigliato al centro del letto, con le coperte ammucchiate sulle spalle, la testa mezza sepolta sotto un cuscino. Aveva un’aria disperata, immerso com’era in quel sonno profondo, le braccia gettate sopra la parte del letto dove avrebbe dovuto essere lei, le mascelle serrate. Mentre lo guardava, la stanza si fece sempre più chiara e le lenzuola pallide sbiancarono in modo quasi osceno sotto i suoi occhi.

Si inumidì le labbra con uno schiocco e cadde in ginocchio. Appoggiò le mani sopra il letto.

“O Dio”, disse. “Dio mio, per favore, aiutaci tu!”.”

I pensieri inquieti di una cameriera che serve al tavolo un obeso; l’attrazione inspiegabile di un irreprensibile dottore per una spostata che comincia a telefonargli; la solitudine di un ragazzino che avverte sottopelle il disfacimento del legame tra i propri genitori; una serata disperante di alcool e patatine di alcune coppie di amici, tra fotogrammi di tradimenti e tacite immani recriminazioni; la notte insonne di una donna in preda a foschi timori mentre il marito dorme; l’abbandono di un cane come un auspicio di nuova vita o un alibi per i propri fallimenti; la visita di una casa diroccata scelta per una nuova vita assieme e la paura di non farcela; i compromessi umilianti rinfacciati con violenza di una coppia sommersa dai debiti.

E’ un campionario di bassezze, infelicità e disperazioni messe a tacere in un angolo, coi sorrisi sfoggiati per ingannare se stessi. Ammissioni a metà dei propri fallimenti si accompagnano al rimuginare sordo della non vita presente e futura, blande speranze per il domani messe a tacere dalla vigliaccheria. Losers su losers sfilano negli anni ’80 dei racconti brevi di Carver, senza soluzione di continuità,  e nessuno di essi pare esser stato semplicemente sfortunato. Mediocri, nevrotici, impotenti, dimessi, implosi, i personaggi di Carver danno vita a brevi quadri di quotidiana alienazione, sottomissione, un suicidio reiterato senza sussulti di dignità. Nessun coraggio, nessuna svolta li attende dietro l’angolo.

Lo stile preciso e immediato di Carver restituisce una inaudita potenza ai suoi personaggi, capace di fotografarne l’anima senza spendersi in inutili contorsioni letterarie. Lo scrittore agisce per continua sottrazione, dando un senso, un colore, una plasticità alle singole parole, che finiscono per pesare dannatamente nella mente di chi legge, stampando a fuoco nella memoria una galleria di esistenze tristi e condannate.

Se tutto questo lo si vuole chiamare minimalismo, si faccia pure. Io credo si tratti semplicemente di una delle pagine più riuscite dell’intera letteratura del ‘900.

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3 Responses to Outside the museums (§3)

  1. Cormack lo conosco poco, sto leggendo the road proprio ora e quindi non ho da dire su di lui, mentre Carver lo conosco meglio e be’, hai ragione, la definizione minimalista addosso a lui non la capisco. Bel post.

    • paperogaedintorni ha detto:

      farlocca. fammi sapere cosa pensi di the road. certo, se è il primo libro che leggi di mccarthy, lo troverai forse eccessivamente cupo e angosciante. consolati: gli altri non sono granchè più allegri.

  2. per ora (sono a metà) lo trovo bellissimo. certo se voglio ridere apro mafalda non lui, ma la cupezza di un libro non mi ha mai fermato, infatti sono riuscita a leggere tutto d’un fiato anche l’oscura immensità della morte di carlotto (bellissimo)… al confronto the road è un fumetto di fantascienza 🙂

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