Outside the museums (§2)

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Sunset Limited

“Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio.  […] La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere.”

Lo scontro è ormai alla fine. Con queste parole il colpo definitivo è assestato, il nero crolla, non sapendo più opporre resistenza. Qualche pagina dopo, l’incontro si concluderà, e non sarà un pareggio. Il nero ci ha provato, saltellando attorno al bianco per tutto il tempo, cercando di prenderlo per sfinimento, ma la caccia si è invertita, e l’assediato ha preso possesso del tappeto pian piano. Ciò che era nato come un tentativo di far redimere un povero aspirante suicida alla stazione dei treni, diventa per il nero una insopportabile decostruzione delle certezze che il Libro gli porge come salvezza per sè e per l’altro. E l’ateismo del bianco, la cui lucidità, la cui purezza in alcuni momenti ricorda il Kirillov insonne dei Demoni dostoevskjiani, ha modo di spaziare distruggendo ogni speranza, chiudendo ogni varco dal quale Dio, attraverso il nero, possa ancora provare a passare.
Si sa dall’inizio che, arbitro Mccarthy, non potrà andare in altro modo. La fede, nei suoi romanzi, è un amuleto potente, ma non regge mai l’incontro con il male insensato. Mai. E’ una lotta impari questo scontro teatrale, questa storia didascalica che solitamente lo scrittore inserisce nei suoi romanzi in quelle storielle paradigmatiche e misteriose raccontate dai suoi protagonisti. E’ come se fosse un estremo tentativo dello scrittore stesso di superare la sua rassegnazione ed arrivare ad una catarsi. Il suo ateismo annichilente trova espressione compiuta, nonostante lui stesso provi, attraverso il nero, a sollevare obiezioni a se stesso tramite argomenti forti, fatti però solo di pastosa speranza, che si sfalda di fronte al granito delle certezze nichiliste del bianco.
Non ci riesce, infatti. Il racconto scivola veloce verso la sconfitta, del nero, del bianco, di noi tutti, credenti e atei, di fronte all’unica conclusione che può aspettarci, soli e senza alcun Dio d’attorno.
E’ come se questa piccola pièce teatrale ci fornisse una lettura diversa e illuminata delle abnormi bassezze del pensiero morale del giudice Holden, della fine straziante ma necessitata di John Grady Cole, del lungo e pensoso sunset boulevard del suo compagno Billy Parham, e di tanti altri personaggi dei suoi romanzi abbandonati da un Dio che, semplicemente, è mancato in partenza.

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