Copeland (come potevo vivere di rendita con il rock)

simpson-nirvana

Pfaff e Copeland sono i miei fratelli. Sputati fuori dal ventre materno ad intervalli regolari, mentre io già muovevo i primi passi solitari d’infanzia, hanno avuto il destino dei fratelli più piccoli nelle fauci di un precoce merdoso misantropo aspirante figlio unico: sono stati dapprima rifiutati, poi ignorati, poi sfruttati, infine apprezzati.  Approntando un veloce bilancio della mia vita con loro, mi accorgo con un filo di fastidio che la lista dei motivi per cui ringraziarli  (senza che lo sappiano) è zeppa di un discreto mucchietto di cose. Il loro principale apporto però è senz’altro il fatto che i loro successi, universitari e post tali, hanno contribuito a controbilanciare davanti ai miei genitori, giudice giuria e giustizieri, i miei clamorosi ritardi, le  mie costanti incertezze, insomma i miei altisonanti fallimenti. Per quanto ne fossi dubbioso in età infantile, ho dunque dovuto convenire che avere due fratelli ha i suoi vantaggi, quando arrivi a superare i tuoi squattrinati trentanni senza aver dato ai tuoi primissimi datori di lavoro un motivo valido per giustificare un investimento di migliaia e migliaia di euro.

Per converso, c’è un motivo per cui ce l’avrò a morte con entrambi, da qui all’eternità: ognuno di loro poteva diventare ricco sfondato e farmi vivere di rendita, e non l’ha fatto, per motivi che vanno dal futile all’idiota. Maledetti.

Copeland, soprattutto.

Sin da piccolo, aveva un’abitudine particolarmente fastidiosa per noi altri: a tavola era solito ticchettare con le dita sul tavolo, producendo un piacevole suono legnoso e ritmato, ma che dopo due minuti soleva mandare mio padre, che già per sua natura non era un esempio di mitezza e pazienza, letteralmente in bestia. Il fermo e ringhioso ammonimento del genitore maschio, cui seguiva l’insistenza ribelle dell’ultimo dei fratelli, provocavano improvvise fughe attorno al tavolo con mio padre fuori dalla grazia di Dio ad inseguire e Copeland a cercare aiuto per evitare furibonde mazzate. Ma neppure l’ abuso di mezzi correttivi del padre  servì a fargli passare quell’abitudine (a tal proposito, mio fratello è solito raccontare una storia gustosissima, ma chiaramente inventata, ovvero che un giorno, dopo aver preso l’ennesima solenne mazzolata da mio padre, estenuato e ferito chiamò il Telefono Azzurro, ma trovò occupato..).

Dunque Copeland crebbe con il ritmo nel sangue e nelle sue nervose dita affusolate, e per l’intera sua pubertà qualunque superficie orizzontale adatta risuonava del suono secco e legnoso delle sue nocche. Arrivato a 15 anni, chiese in regalo una batteria. Ora, una batteria costa un pozzo di soldi, e noi non eravamo mica i banchieri Rothschild. Ma mio padre, evidentemente, era talmente sfibrato da quel ticchettare a tavola, che il giorno dopo gliela fece trovare in cantina tutta infiocchettata, sperando che ciò lo facesse desistere dalle sue prandiali e tribali abitudini.  Tutti dietro a mio fratello che prendeva confidenza con il mezzo e ci regalava la sua prima performance, dovemmo ammettere che, per uno che una batteria vera e propria non l’aveva mai suonata prima d’ora, il ragazzino si faceva davvero onore.

Nella città con le pezze al culo dove sono cresciuto, di gruppi musicali ce n’erano parecchi, ma di batterie ben poche.  E siccome a voler imitare i Neri per caso non erano in tanti, quando la voce di una batteria nuova di pacca in giro per la città si sparse, mio fratello se lo cominciarono a contendere un sacco di gruppi, se così generosamente vogliamo chiamarli. Rock, grunge, alternative rock, punk, mio fratello si fece le ossa subito in quella marmellata di generi musicali. Chi se lo riuscì ad aggiudicare, ebbe una doppia botta di culo, trovando in un sol colpo batterista e sala prove, dato che la cantina di casa nostra si prestava, per dimensioni e insonorizzazione, a fare da culla ogni pomeriggio a due o tre inascoltabili gruppacci in erba che volevano tutti diventare The Cure.

Il primo gruppo di mio fratello me lo ricordo bene, non so come si chiamavano veramente, ma io li battezzai subito “Gli Odori Mefitici”. Emanavano infatti, presi da soli e soprattutto sommati assieme, un misto di odori di cannabis di cattiva qualità, sudore ascellare rappreso, capelli unti di olio rifritto, indumenti impestati di cenere. Ogni giorno mia madre disinfestava la cantina con qualunque intruglio chimico, ma quell’odore non se ne andò mai. Quello strano gruppo di ominidi tra l’altro ce l’ho stampato bene in fronte, perchè credo che mio fratello sia l’unico tra loro che non sia attualmente in prigione.

Ancora me li ricordo, i pomeriggi di primavera, con i gruppi che storpiavano a manetta Afterhours o Nirvana, ed io sopra in camera che cercavo di studiare un tomo di duemila pagine di istituzioni di diritto romano, tra indicibili nevralgie e ancor più indicibili bestemmie. Però intanto il fratellino cresceva, imparava, e i primi ingaggi arrivarono, nei locali o nelle feste provinciali dell’Unità. Io, in tutto questo, lo aiutavo a smontare la batteria, metterla in macchina, montarla sul palco, riprenderlo con la videocamera ma, sia ben chiaro, non facevo tutto questo per amor fraterno. Dentro di me già pregustavo infatti l’ingaggio di Copeland in un gruppo coi controcazzi, altro che quegli sfattoni, e poi soldi, soldi e ancora soldi. Come manager o come semplice fratello, avrei poi avuto la mia parte, con tanti saluti al lavoro che mi attendeva oltre la laurea.

Stava andando tutto bene quando mio padre decise che si cambiava casa, che basta dare soldi in affitto, si comprava una magione tutta nostra. E la nuova aveva sì la cantina, ma con i muri di gesso e soprattutto situata al centro di un mostruoso condominio di circa un trilione di abitanti che, dopo il primo assolo di mio fratello, non persero tempo a chiamare polizia, carabinieri, vigili urbani e anche la guardia costiera. Il risultato fu che, dopo qualche tentativo per trovare altre locations, la metà dei gruppi di mio fratello si sciolse, e ancora oggi ringraziamo il buon Dio di questo, mentre l’altra smise di provare, lanciandosi direttamente in orripilanti improvvisazioni dal vivo.

Giunse poi l’università e l’emigrazione anche per Copeland che, nel frattempo sfiduciato, non aveva più il sacro fuoco nelle braccia. Si iscrisse ad una facoltà emiliana, ma non si portò dietro la batteria,  proprio là dove avrebbe potuto fare il grande salto, là dove i gruppi rock abbondano, i locali anche, e i nuovi Vasco Liga Zucchero o CCCP che siano aspettano solo di uscire allo scoperto, e magari cercano un batterista. Niente da fare, Copeland mollò, maledetto terrone fatalista rassegnato. La mitica Yamaha, testimone delle sue gesta, credo giaccia ancora in una qualche cantina, deformata dall’umidità.

Da qualche tempo, mio fratello ha ripreso in mano le bacchette, ed ha comprato una batteria elettronica. Prende lezioni, si è dato da fare. Ma forse è troppo tardi per il successo, i soldi, la fama, la droga e le puttane.  Dream is over. Almeno il mio.

E quindi mi piace ricordarlo semplicemente così, anche adesso, ogni volta che ticchetta con le dita sul tavolo. Sarà fastidioso, forse, e mio padre continua a non gradire quando ne incrocia  le ritmiche. Ma bisogna ammetterlo: forte dei suoi cinque anni da batterista di grande livello, Copeland pesta le dita sul tavolo come nessun altro.

E  lo fa da Dio.

Annunci

10 Responses to Copeland (come potevo vivere di rendita con il rock)

  1. prefe ha detto:


    Pape, tu ben saprai che suonacchio pur’io, ed in effetti tutto l’incitamento che mio padre mi ha sempre dato probabilmente non è per amore paterno. Ora che mi ci fai pensare.

  2. porzione ha detto:

    Sicuro che tuo fratello non sia in carcere? Scherzi a parte, anche io ho dovuto abbandonare il sogno di essere mantenuto dai fratelli minori. Spero nei nipoti.

  3. paperogaedintorni ha detto:

    prefe: nulla si fa per nulla. l’amore in particolare
    porzione: io spero ancora in mio padre, sono un tradizionalista.

  4. Amaracchia ha detto:

    I miei mi han spinto a suonare 3 anni il clarinetto.Il clarinetto, ci rendiamo conto?Vhe razza di rocker diventavo?ALmeno il flauto traverso dico io….ma non il clarinetto!

  5. Punzy ha detto:

    eh..come non capirti caro..in famiglia ci dilettiamo tutti con il teatro, facciamo parte da decenni di compagnie amatoriali..ma mio fratello..il mio geniale fratello..ha un talento che donandone il 90% rimarrebe comunque al livello di Gassman.. invece di diventare il nuovo Strehler ha sfruttato il suo talento per diventare un fantasmagorico bugiardo..ah se avesse invontrato vanzina, C.de sica si sarebbe attaccato al..

  6. sunofyork ha detto:

    perché sperare negli altri quando ci si può illudere di fare i soldi da soli in un modo relativamente comodo(tipo scrivendo un libro e desiderando di venderne un bel numero di copie – quando si ha un discreto talento per la scrittura?).
    Sun

  7. paperogaedintorni ha detto:

    amaracchia: si guadagna anche bene a fare i concertisti. ma non si arriva a mantenere in proprio fratelli pigri
    punzy: è la motivazione della rinuncia, più che il fatto stesso, a farmi girare le palle. un po’ più di volitività, che diamine (sta parlando l’ameba…)
    sun: credo proprio tu possa scrivere un libro di successo. Mi prenoto nella lista-mantenuti. Io? Io non pazienza per scrivere più di due-pagine-due. Il mio tentativo di scrivere è un altra “lasciata” sulla quale non nutro rimpianti.

  8. sunofyork ha detto:

    maledizione, io voglio fare l’editore, non la scrittrice: non sono abbastanza prima donna.
    pertanto, per come è messa l’editoria italiana attuale, contare sulla possibilità di essere mantenuti da me è condannarsi a una vita di stenti 🙂

    Sun

  9. dalle mie parti abbiamo un fratello regista, bravo porca miseria e pure impegnatissimo a cercare di farcela. al momento siamo entusiasti del fatto che riesca a mantenere se stesso e pupo, però molto esplicitamente, ogni tanto, gli diciamo quanto contiamo sulla sua prossima villona alle eolie dove speriamo di passare splendide estati… be’ pure a sperlonga o al giglio ci va bene…

  10. paperogaedintorni ha detto:

    sun: l’editoria italiana attuale pubblica cani e porci. forse è meglio fare gli scrittori.
    farlocca: non volevo essere ospite della sua villa, volevo una villa tutta mia, mica sto a fare lo scroccone..

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: