Highlander, praticamente (l’antefatto)

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La lotta tra Paperoga e le sigarette di suo padre è uno dei tanti episodi in cui i miei tentativi di cambiare il mondo e lasciarlo meglio di come l’ho trovato, come farebbe ogni bravo scout, si sono infranti miseramente e con grande fragore.

Mio padre fuma due pacchetti di Marlboro rosse, ogni giorno che Dio manda in terra, da quando aveva 15 anni. Non credo vi sia stato giorno della sua vita in cui sia sceso sotto al pacchetto al giorno. Anzi, ci metto la mano sul fuoco, spesso ha sforato i tre. Viceversa, la sola idea di mio padre che non fuma nemmeno una sigaretta dall’alba al tramonto, è più surreale di un qualsiasi quadro di Magritte.

Ho cercato sin da bambino di farlo smettere. Ma ahimè gli anni ’80 non mi erano d’aiuto. Erano anni selvaggi e sfrenati in quanto ai tempi, ai luoghi e ai modi consacrati allo sfumacchiare tabacco. Si fumava praticamente dovunque, fuori e dentro casa, negli uffici pubblici, in molti cinema, in macchina con tre figli sotto i dieci anni, in alcuni reparti di ospedale, e non metterei la mano sul fuoco che non lo si facesse anche in qualche chiesa, magari con lo stesso prete che celebrava l’Eucaristia mentre si gustava una Pall Mall. Insomma nessuna cultura anti-fumo, nessuna sana campagna rigonfia d’etica contro la sigaretta che mi potesse dare una mano. I processi contro le multinazionali erano lontani, così i maxirisarcimenti, insomma il vento di crociata degli anni ’90 era distante appunto un decennio, e ancora si tendeva a credere che il tumore al polmone che si beccava il fumatore incallito fosse il risultato del malocchio di qualche zingara.

Erano dunque tempi duri per un ragazzetto, fermamente convinto che suo padre dovesse smettere di fumare, non solo per preservare la sua salute, ma anche per non essere appestato dal suo alito  agghiacciante, impastato  com’era di cenere. Ma mio padre è uno tosto. E’ il classico fumatore che deve fumare, e del resto non gliene importa un cazzo. La mia lotta era destinata alla totale soccombenza, ma è stata lunga ed ha attraversato quattro fasi. Analizziamole:

Prima fase: il proselitismo parareligioso. Volantini raccolti in farmacia sui rischi del fumo e sui modi per smettere, un libro che suggeriva una terapia a metà tra l’ipnosi e il legarsi ad una sedia fino a che la voglia non fosse passata, monologhi in macchina sapientemente preparati….niente. Mi guardava sorridente, orgoglioso di un figlio che ci teneva a lui, ma poi si accendeva una sigaretta.

Seconda fase: il banditismo sardo. Dovunque le trovassi, facevo sparire le sue sigarette. Pacchetti intonsi, qualche volta anche delle belle stecche, il più delle volte pacchetti già semivuoti. Tutto finiva in un posto segreto, una gigantesca cassa sepolta in cantina sotto altre casse. Dopo qualche anno, quella cassa strabordava. Ma lui, maledetto figlio di mia nonna, a volte manco se ne accorgeva. Non le trovava? Le andava a comprare, semplicemente. A volte era sicuro di averle appoggiate lì, tirava due curate bestemmie ma poi filava dritto dal tabaccaio. Non ha mai sospettato che ci fosse un sequestratore che le teneva in cantina in attesa che lui finisse i soldi, la pazienza o chennesò. Ben più della prima, questa era una tattica idiota, lo riconosco. Più che una tattica, era un semplice e fetente dispetto. Il giorno che lo scopre mi fa nero, statene certi, anche se il reato è caduto in prescrizione.

Terza fase: il melodramma napoletano. In ginocchio come davanti ad un’amante, oppure ad un mafioso, gli ho scongiurato di smettere, ricordandogli di sua moglie e dei suoi figli, agitando le loro foto con la mano,  blaterando disperato che il nostro futuro dipendeva da lui, dalla sua salute, che era un egoista, e giù lacrime, capelli strappati, scene di autoflagellazione, latte di benzina pronte ad essere cosparse sulle mie paperoghiane piume. Risultato: manco per il cazzo.

Con gli anni ’90 e 2000 anche lui ha però dovuto adattarsi alla new wave moralista che ha colpito i fumatori manco fossero gli appestati del nuovo secolo, e dunque ha dovuto limitarsi, non solo per legge dello Stato, ma per ordinanza muliebre: mia madre, con la furia tipica della donna unita all’intolleranza media dell’ex fumatrice, gli ha intimato: “fumi solo sul terrazzo, anche se ci sono dieci gradi (siamo sempre in terronia, mica in Siberia n.d.r.). Dentro basta, è finita la cuccagna!” Dei suoi figli, nessuno ha seguito la sua strada. Oh, magari che i miei fratelli si sparino una serie infinita di canne non posso escluderlo, ma sigarette niente. Quindi nessuna solidarietà maschile. Solo altri improperi, processi, gogne.

L’unica consolazione per mio padre, in questo ostracismo ateniese che lo vede schifato e deriso ogni volta che accende una sigaretta, l’unica consolazione dicevo è Lei. Intendo la mia Lei. Quando i miei genitori  passano il Rubicone e vengono a trovarmi, il più bel momento per mio padre non è riabbracciare il suo primogenito dopo tanti mesi, ma fumarsi una bella sigaretta in santa pace con Lei dopo un ipercalorico pranzo a base di maiale emiliano. Si appartano fuori della trattoria, incappottati, confabulano carbonari alle mie spalle, lontani dai giudizi sommari e dalle ramanzine impettite, e lì, in quel preciso momento, lo vedi sorridente, felice, soddisfatto, con gli occhi socchiusi dalla contentezza, come raramente capita di vederlo. Roba da abbracciarlo. E poi tirargli un ceffone forte sul muso.

Ma noi non ci siamo arresi. Abbiamo provato la quarta e ultima fase: il terrorismo medico-chirurgico.

Qual’era il piano e qual’è stato il risultato? Al prossimo post.

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7 Responses to Highlander, praticamente (l’antefatto)

  1. come lo capisco a tuo padre!! io le malboro rosse le ho mollate secoli fa, mi limito al tabacco e mi faccio le sigarette da sola, puzzano meno, costano meno, ne fumo meno… ho pure smesso per amore per un po’, poi l’amore andò altrove e le sigarette rimasero 🙂 bel post

  2. ilmondodigalatea ha detto:

    Ho avuto anche io un padre fumatore. E anche una madre. E anche una zia. Praticamente, sono vissuta in una casa di ciminiere. Non si battono. Non li batte nemmeno la natura. Nemmeno quando si vendica con un infarto.

  3. prefe ha detto:

    confermo
    quanto dice galatea qui sopra
    nemmeno un infarto ferma un vero fumatore dal fumare (vero papà mio?), rassegnati.

  4. paperogaedintorni ha detto:

    fatemi concludere la storia e vedrete che non solo avete ragione, ma quello che dite, come direbbe Tex, “è puro Vangelo”…

  5. Punzy ha detto:

    Io pure fumo, anche se in periodi della mia vita molto poco. Mi sono abituata a essere trattata come un’appestata e per smettere aspetto soltanto che mia madre smetta di urlare al riguardo; non c’e’ alcun gusto a fumare se tua madre non ti rompe le scatole

  6. paperogaedintorni ha detto:

    ho passato un buon decennio della mia vita a fare il torquemada antifumo. poi, dopo la legge che finalmente ha riconosciuto il mio diritto a stare in un locale senza ingerire tonnellate di fumo passivo, mi sono calmato. e addirittura ora ritengo eccessivo il totale divieto sui treni. mi sono proprio rammollito….

  7. […] Highlander, praticamente (il fatto) (continua da qui…) […]

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