Paulie Gualtieri, ovvero come eravamo

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(Premessa: I Soprano sono una delle serie televisive più geniali e profonde della storia. Appena se ne sono accorti, in Italia si sono precipitati a mandarli in onda rigorosamente dopo la mezzanotte, tra una televendita di Mediashopping e una replica di Don Tonino.)

Ci sono persone strambe che traggono dai grandi film di mafia significazioni filosofiche a getto continuo. Io sono uno di questi beceri praticanti della filosofia pop. (ci sono molte varianti, ad esempio sui simpsons, tipo questa) La trilogia del Padrino e Quei bravi ragazzi sono per me fonti di riflessioni filosofiche spicce, le uniche che posso concedermi di fare. I Soprano si sono aggiunti, in questa piccola biblioteca mentale, a completare ed amalgamare precedenti idee, portare nuovi spunti di pensiero, ritagliare nuove soluzioni in ordine ad alcuni problemi esistenziali. Non avendo studianto filosofia, e non potendo brandire in pugno la storia del pensiero occidentale come fa Chinasky77, posso e devo limitarmi a queste fiammate partorite come da una scoreggia con l’accendino.

E dunque volevo parlarvi di Paulie Gualtieri, uno dei capomandamento della mafia del Jersey, fidato e potente compare di Tony Soprano. Più che parlarvene, volevo mostrarvelo. In una prospettiva che impasta malamente frenologia e fisiognomica, Paulie Gualtieri rappresenta l’italiano come doveva essere 50-80 anni fa. Ho sempre pensato che, culturalmente e darwinianamente, l’emigrazione italo-americana abbia consegnato una fotografia indelebile dell’italiano della prima metà del novecento. Mentre noi ci imbarbarivamo con il grande boom, gli anni di piombo e quelle spiacevolezze chiamate anni ’80, gli italo-americani, pur divenendo americani a tutti gli effetti,  e dunque imbarbarendosi anche loro, conservavano tuttavia alcune scaglie di antichità tutta italiana, nei volti e nei modi, qualcosa che sopravviveva forse solo nei nostri nonni, e che noi abbiamo perso del tutto. Chi ha letto John Fante, sa che se vuole avere una immagine fedele di come erano gli italiani prima della barbarie che li ha sottratti al loro stato di primordiale e a suo modo straordinaria cattività, deve  tuffarsi nelle carni e nelle storie degli immigrati di prima e seconda generazione. Chi non lo ha letto, con tutto il rispetto, è un bel coglione.

Paulie Gualtieri ha la faccia del meridionale d’altri tempi, un guappo che non lo trovi più nemmeno tra Campania e Puglia, perduto nelle terre caposseliane d’origine, in un mondo sfrantumato di paesi a scomparsa, abbandonato tra quel pezzo di appennino nervoso e franoso che sta tra Napoli e Bari. Le sue smorfie sono quelle del terrone furbo, ma furbo veramente, non questa generazione di finti furbi smidollati di oggi che ho lasciato in terra natìa, che oramai hanno interamente perso l’astuzia dei contadini che eravamo, per conservarne solo l’eterno lamento. Le sue movenze ampie, vaporose, perennamente di maniera, sono tipiche di quella macchietta di meridionale che ormai è consegnata al teatro, ma che una volta era carne viva dalle mie parti. Il ringhio incazzato della minaccia a denti stretti, come un mastino, la presa per il culo dell’avversario attraverso battute grezze e dirette fin sui denti, sono l’immagine stampata a fuoco di una categoria di terroni d’antologia che ricordo solo come un ologramma d’infanzia. Bluffatori malconci, calcolatori col pallottoliere, eterni cascatori, maghi delle tre carte, bullacci da bar biliardo, grezzi gentiluomini perennemente con la femmina nei pensieri, lenti nei movimenti ma lesti nello scomparire, attendisti e sovrani della mossa sbagliata al momento giusto. Ecco quello che circolava nei paesoni, in molte lande del sud.

Adesso, pfui, ve li raccomando. Tutti rattrappiti nei due-movimenti-due che il cervello concede loro, hanno perso il pelo e il fiuto e, se gli rimane qualcosa, è una gratuita forza bruta, eccessiva e sproporzionata, come  a cercare di compensare l’involuzione della loro specie. Si guardano allo specchio, i guappi di oggi, e non vedono nelle loro facce pallide nemmeno la copia sbiadita di Paulie Gualtieri.

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3 Responses to Paulie Gualtieri, ovvero come eravamo

  1. Punzy ha detto:

    essendo napoletano e quindi meridionale e terrona, ho afferrato al volo l’essenza di quanto scrivi (oltre ad adorare i soprano); quando ero piccola mia nonna, che abitava in un vecchio quariere centrale ma popolare di napoli aveva, per i guappi, un misto di rispetto e riprovazione: tenevano il ferro (la pistola) ma erano “guaglioni che si sapevano sparare” ovvero: non ferivano passanti, non stupravano, non scippavano vecchiette. Criminali ma d’onore. Meno male che e’ morta prima di vedere che fine ha fatto napoli

  2. paperogaedintorni ha detto:

    Non ne ho conosciuti in prima persona. Ho conosciuto i loro figli, e i figli dei loro figli. Robaccia, derivati. Non che abbia in particolare simpatia questa categoria di persone, anzi, ma è certo che un misto di codice comportamentale, travisato onore e travisato rispetto ce l’avevano. Nei soprano, già imbastarditi, se noti sono dei nevrotici che passano da questo codice tramandatogli dai proprio padri alla bestialità più feroce senza soluzione di continuità.

  3. Punzy ha detto:

    dal codice alla bestialita’ piu’ feroce: e’ questo che mi fa impazzire di quel telefilm 🙂

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