Il senso di un terrone per la neve (II)

(…continua da qui)

Esco dall’Agenzia un’ora e mezza dopo, con tempistiche quasi civili, civili quantomeno per l’Impero Romano d’Oriente durante l’Alto Medioevo. Il ritorno a casa è più o meno funestato dagli stessi fastidi. Poi cazzo manco posso prenderla in mano, sta nevaccia lurida tanto è incatramata di polveri sottili, o sentirne la soffice consistenza, insomma giocare a fare un po’ quello a cui piace tanto. No, mi fa cagare. Quella fila di neve ammucchiata dagli spazzaneve ai bordi della strada sembra la schiena di un interminabile bue muschiato di cui non si vede la testa. Quindi lascio perdere, e sempre a passo d’anatra torno verso casa. Quasi arrivato, mi fermo di soprassalto e dico: e la macchina, in che condizioni sarà? Boh, allungo di poco, e vado a vedere dov’è parcheggiata. Ci metto dieci minuti per capire dov’è, perchè tutte le macchine ferme da prima della nevicata sono ricoperte da quindici centimetri di neve. Dopo aver cominciato a spalare scrupolosamente a manate la neve da due macchine che non erano mie, al terzo tentativo la becco.  Da qui, la brillante idea di aprire lo sportello ed entrarci: una piccola slavina penetra in macchina beccando l’intercapedine tra il mio capocollo e il giubbotto, ovvero facendomi penetrare la neve lungo buona parte del dorso. Il ghiaccio sulla schiena me lo ricordavo più erotico, devo dire. La neve inoltre, come una d’annunziana pioggia nel pineto, cade altresì sul sedile, su alcuni documenti sparsi, su un paio di cd senza custodia salmastri ed arsi. Tutta questa poesia non mi impedisce di  smoccolare la prima bestemmia della giornata. Pulisco alla bene meglio, ovvero lascio che la neve si sciolga sul sedile e vaffanculo, chiudo la macchina e mi dirigo verso casa. Oltre ai pantaloni mi si è bagnato ormai il 70 per cento dei vestiti, sento il naso richiudersi come i ghiacci artici d’inverno, e la sinusite arrivare da lontano per occludermi i sensi. Dopo cento metri di cammino mi imbatto in un tratto di marciapiede di neve fresca quasi intonsa, saranno 10 centimetri almeno. Voglio provare la magia della neve, lo voglio lo voglio. Ci sprofondo il piede, poi l’altro, poi ancora l’altro: ehi insomma non è male, forse possiamo venire a patti io e te, neve…ma alla quarta pedata che affonda vedo schizzare dovunque, ma sopratutto sui miei pantaloni e sulle scarpe, della strana gelatina arancione. Come se avessi schiacciato le cervella di qualche strano essere dalle meningi arancioni. Anzi no, avete presente il film Tremors, e quei vermacci sottoterra? Bene, la scena in cui si spiaccicano sulla roccia?  Poltiglia arancione dappertutto. Non faccio in tempo a tirare la seconda bestemmia che mi accorgo che è un caco. Un caco. Sono sotto un albero di cachi, anzi, l’intera via è costeggiata da alberi di cachi, quasi ormai spogli, ma che ogni tanto sganciano la bomba. Ed io ho schiacciato un caco nascosto sotto la neve.Ma non uno di quelli che compri al supermercato, stitico e senza succo. No, uno bello maturo. Di quelli che ci mangiano in cinque. Tolgo quel che posso, pulisco con la neve, uso bastoncini di legno, non serve a nulla, il disastro è servito. Riprendo la strada, dopo cento metri incontro un pupazzo di neve, alto un metro: il solito pupazzo con la carota al posto del naso e due pomodorini al posto degli occhi, un bastoncino per bocca e un vaso di coccio per cappello. Che carino. Sono tentato dal colpo di kung fu, ma ci sono testimoni in zona pronti a cantarsela.

Arrivo a casa, mi spoglio, butto i vestiti nella spazzatura, poi ci ripenso e li metto in lavatrice, cerco di scaldarmi, apro l’acqua ma non ce n’è. Un gorgoglìo, ma di acqua nulla. Scoprirò più tardi che il maltempo ha rotto una tubatura che dà l’acqua a mezzo quartiere. Intendiamoci, otto ore senza acqua non sono molte, insomma non sono un uomo solo nel deserto, ho le mie brave esperienze di trekking dure e pure che mi hanno formato. Però le medicine le devo prendere con l’acqua, ed io ho avuto la brillante di idea di non comprare più acqua in bottiglia. Uso la caraffa col filtro, che fa tanto Al Gore. Ma ci vuole acqua per il filtro. E non posso chiederla al vicino, qualunque vicino, perchè ci metterebbe dentro della candeggina, dato l’odio inestinguibile che avvolge i miei rapporti di vicinato. Maledico le mie abitudini ecologiche ed aspetto privo di energie ed iniziative che l’acqua torni, in prima serata. Sporco, raffreddato, e pieno di pensieri omicidi, mi metto sulla poltrona a fare tutto ciò che il mio cervello potrebbe sopportare in questo momento, ovvero giocare in rete a Mario Kart col Nintendo DS, contro i soliti giapponesi che barano.

Ore otto e trenta, torna Lei. Lei non è terrona, of course. Poggia la borsa, mi guarda con quel sorriso estasiato da bambina, gote rosse su pelle bianca, gli occhi lucidi da freddo e mi dice:  “Ma hai visto che bella la neve?”

Io sto per sgranare l’ennesima bestemmia, ma la trattengo tra i denti, abbozzo il miglior sorriso che posso, le prendo il viso tra le mani e coi denti stretti le do un bacio in fronte.

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2 Responses to Il senso di un terrone per la neve (II)

  1. prefe ha detto:

    un paio di cose
    la prima bestemmia della giornata è arrivata a dirla tutta un po’ tardino.

    I giapponesi non imbrogliano. Sono solo molto più bravi. Se sono koreani ancora peggio. Mi spiace, è così.

  2. paperogaedintorni ha detto:

    a quindi sono coreani quei maledetti cheaters che vincono col trucco tutte le gare? bastardi….

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