Ci sono luoghi in Emilia che mi sono divenuti familiari. E, in qualche strano modo, anche affascinanti, talmente imbevuti come sono di “emilianità”, da risultare quasi clichè di ciò che ci si aspetta da questa mia terra di adozione.
Il primo giorno in cui arrivai in Emilia, 17 anni or sono, ero reduce da ben 11 ore di treno. Salento ed Emilia distavano un’ora, ora e mezza in più di quanto non distino oggi, grazie alle magie delle FS. Stanco sporco sudato ed affamato, giunto in un pomeriggio fresco e accolto da un verde cittadino quasi inaccettabile agli occhi di un terrone, avrei voluto passare la serata in casa di mio cugino Caronte, mentore locale nonchè compagno di viaggio nonchè abile traghettatore della mia giovinezza salentina verso più adulte sponde emiliane. Ma il cugino non era di quell’idea, dopo ore ed ore di noia e stasi aveva voglia di sgranchirsi gambe e ventre, ed alle 21 di una serata di fine agosto già fresca e pungente, mi portò con sè, scaraventandomi in uno dei topoi più classici dell’estate emiliana: la festa dell’Unità.
La Festa dell’Unità, o sai il cazzo come si chiama oggi, è il condensato gastronomico/politico/cultural/sociologico di questa terra. In qualche centinaio di ettari di parco, gazebo su gazebo, tutti uguali e puliti ed accoglienti, che sono un po’ fiera, un po’ giostre, un po’ bar di paese, un po’ ritrovo politico, un po’ laboratorio di idee, un po’ porto turistico. Accanto alla gigantesca libreria c’è il ristorante, accanto alla sala dibattiti il pungiball. Dietro gli stand delle macchine agricole, il concerto rock. E sopratutto, gioia passione e monomania degli emiliani, c’è tanto di quel cibo, e c’è il maiale.
Un po’ spaesato e piacevolmente sedotto da quella imponente ed ordinata fiera del benessere agricolo provinciale condita da una spruzzata di impegno politico, rock e beneficenza, mi feci guidare da mio cugino che invece a lunghe falcate si dirigeva verso la meta prefissa: un chiosco stretto e colorato, sulla cui facciata campeggiava la scritta “gnocco e baccalà”.
Ora io stavo morendo di fame, quindi mi andava bene pure mangiare baccalà e gnocchi, anche se l’idea di mangiare gnocchi di patate in piena estate mi lasciava un po’ perplesso.
“Non, non sono gnocchi di patate, è gnocco fritto, è…come dire….niente, li devi mangiare, è inutile spiegarti”, mi fa mio cugino misterioso e conturbante. Che diavolo sarà mai sto gnocco? Cosa avrà di tanto strano da non poter essere descritto? Arrivati al nostro turno, mio cugino ordina 10 pezzi di gnocco fritto e dell’affettato. Dopo un paio di minuti ci recapitano due sacchettoni di carta unti di olio, e una guantiera di affettati misti.
Ci sediamo, accanto ad una bottiglia di lambrusco secco comprata da Caronte. Apro il sacchetto e prendo questo strano coso fritto, questo cuscinetto quadrato di pasta fritta, bombato e vuoto all’interno, leggerissimo e dorato.
“Beh, tutto qui? mi aspettavo qualcosa di più pesante, in tutti i sensi. Ne hai presi dieci, mi sa che facciamo la fame a sfamarci solo di questa roba“.
Caronte nulla dice, e mi invita a mangiare. Chiudo a metà lo gnocco (anzi, “il” gnocco, amici reggiani, so bene come si chiama...) ci metto dentro del prosciutto crudo, e addento…. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato da Paperoga
In Emilia ci sono arrivato dopo la caduta del Muro di Berlino, e dunque non ho potuto vivere direttamente quel tentativo di socialismo reale all’italiana che alcune realtà di provincia di queste terre avevano realizzato. Ne ho notato forse solo gli aspetti più evidenti e duraturi, i centri sociali per anziani sparsi in ogni quartiere, la parola “cooperativa” impressa nelle insegne e per le vie e dentro il nucleo duro della storia novecentesca di questi strani settentrionali, la strana toponomastica del suinicolo paesone emiliano d’adozione. La passione monomaniaca per il cibo saporito a base di paste ripiene affogate nel burro e sua maestà il maiale, per il (per lo più) scadente vinaccio che si beve da Bologna fino a Parma, ma che per uno strano miracolo a quel cibo si sposa benissimo, per le tavolate infinite dentro capannoni improvvisati e l’affannarsi rumoroso e predatorio attorno al cibo, come a reiterare una continua ed itinerante festa dell’Unità, solo una delle tante spiazzanti fotografie di quell’essere, senza vergogna, un pezzo di “meridione del nord”.