Al di là delle provenienze geografiche, il concorsista rimane una creatura affascinante a prescindere. I motivi per cui partecipa ad un concorso sono spesso vaghi, inconcludenti, o viceversa figli di un progetto ben preciso. A volte, nipoti della disperazione. All’atto di spedire la raccomandata, egli sa che sta per imbarcarsi su un carrozzone che avrà tempi biblici, rinvii a cascata, correzioni interminabili, graduatorie rimandate, cancellate, annullate e poi riscritte, e infine assunzioni scaglionate nel tempo. Chi si iscrive ad un concorso oggi, sa che se lo vince sarà assunto tra 5 anni minimo. Chi cazzo gliela fa fare?
La risposta la conosciamo tutti, e si chiama posto fisso. E’ il sogno di poggiare il culo su una sedia, la stessa sedia (preferibilmente non una diabolica sedia stokke) per tutta la vita, percepire uno stipendio sicuro, tendenzialmente basso ma sicuro, tendenzialmente sempre quello ma sicuro. E’ un sogno di merda per tutti quelli che hanno progetti più alti nella vita, o per chi ha velleità artistiche, o sogni da realizzare, o vuole anche solo provare l’ebbrezza e il rischio della libera professione. Le persone che si ritengono dotate di talento, le persone coraggiose, le persone che aspirano ad elevare la loro esistenza dalla piattezza del consueto, fanno bene a rischiare del proprio e a mettersi in gioco.
Per tutti gli altri c’è il posto fisso, meglio se pubblico.
Non potrai certo realizzarti professionalmente, ma almeno avrai le porte spalancate per un mutuo. Non potrai certo realizzare chissà quale progetto lavorativo, ma avrai tempo libero sufficiente per realizzarti in altro. Non potrai creare nulla di tuo, nè sentire dentro il sacro fuoco dell’intuizione divenuta successo, ma le tue ferie saranno tutte pagate, a Natale avrai la tredicesima.
La vita si distingue tra chi osa e chi si fa due calcoli, tra chi non riesce a concepire di poter ambire alla sola sopravvivenza e chi ha il terrore di trovarsi alfine con il culo per terra.
Ecco il premio di queste lotteria, la sopravvivenza garantita, nulla di più, nulla di meno.
Se il premio è questo, come ce la si fa? Quale l’atteggiamento, lo stato d’animo, le reazioni emotive del concorsista medio durante questa lunga traversata nel deserto, tra bandi e preselezioni, scritti orali graduatorie e lettere di assunzione?
Durante la mia lunga esperienza concorsuale ho imparato a distinguere alcune categorie, che vi propino tosto senza presunzioni di completezza:
1) Il concorsista in preda al panico
Il concorsista in preda al panico si sta giocando l’intera sua esistenza. Che siano le preselezioni, gli scritti o gli orali, la sua faccia tradirà muta disperazione. Il maschio suda copioso, ho visto ascelle pezzate e schiene adese alla pelle davanti al mio banco, e puzze rancide che ti viene da lacrimare. Scorte di medicinali, perchè hanno sempre la febbre o credono di averla. La femmina invece piange, e se non escono lacrime il suo sguardo non è meno impegnato nello sforzo di farlo. Si guarda intorno attonita, alla ricerca di un gancio in mezzo al cielo. Sia il maschio che la femmina sfogliano il manuale fino all’ultimo secondo, furiosamente, sentono bisbigliare in giro di possibili argomenti e quello sfogliare diviene ancor più compulsivo, nevrotico, violento. Al momento della dettatura del tema, il momento cruciale di qualsiasi concorso, guardano il presidente della commissione come si guarda iddio quando ci giudicherà alla fine dei giorni con san pietro chiavi in mano al suo fianco. Dopo la dettatura, qualsiasi sia il tema, si accascia sul banco, o piange, o fissa davanti a sè invocando il teletrasporto verso casa. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato da Paperoga 