Scortesie per gli ospiti

27 luglio 2011

Durante l’anno trascorso mi sono dovuto coattivamente sorbire in tv alcuni programmucci tendenzialmente irritanti (grazie Sunofyork) trasmessi da un canale digitale che pare vada molto di moda, Real Time.

Mi procura l’orticaria il taglio insopportabilmente snob dei programmi che vi sono trasmessi. Trasmissioni che ci spiegano quanto ci vestiamo male, altre che ci insegnano come vendere la nostra casa di merda migliorandone i singoli ambienti grazie al tocco di un geniale architetto, altre ancora come cucinare qualcosa di decente senza infilarlo nel microonde. I conduttori di queste trasmissioni sono dei singolari sacerdoti del buon gusto, fintamente alla mano, che vivono abitano mangiano e vestono meglio di noi, e dunque ci usano la cortesia di educare le nostre vite al divinamente bello e al sommamente figo.

Il programma simbolo di questo odioso e mellifluo paternalismo dispensato a noi comuni mortali da questi agiati snob è Cortesie per gli Ospiti.

Per chi non lo conoscesse, eccovelo riassunto. Tre espertoni di come si sta al mondo sono invitati a casa di gente comune (che poi comune una ceppa, c’hanno tutti il casale ai Castelli o l’attico in zona Prati).

Uno è un cuoco, che almeno è un mestiere vero, e giudica le pietanze cucinate dal padrone di casa. Una è arredatrice di interni (anzi, è una interior designer come si tiene a precisare, che detto così mi sa di una che dipinge con gli intestini degli animali) e giudica la casa, l’arredamento e la disposizione degli ambienti.

L’ultimo è l’esperto di buone maniere, che ditemi voi che cazzo può mai significare nel 2011, e che starà attento alla disposizione della tavola, al comportamento degli ospiti, alle cadute di stile, al tenore delle conversazioni.

Il risultato, dietro la finta ironia e la finta convivialità dei personaggi (i cui stacchetti tra scena e scena sono il momento più triste e imbarazzante di televisione mai visto dopo i varietà anni ’80 targati Mediaset), il risultato dicevo è però antropologicamente interessante.

Per un attimo infatti ho immaginato di essere io il padrone di casa che accoglie questi tre simpaticoni a casetta sua. Facciamo che ho pulito le stanze, fatto la spesa, cucinato, apparecchiato tavola, preparato l’aperitivo e driin, eccoli sotto casa. Apro, salgono e ci si presenta, ciao mi chiamo Tizio, piacere Caio, ecc. E manco ti sei salutato che l’esperto di buone maniere ti fa subito la punta al cazzo e ti dice che “no, piacere non si dice mai, non puoi mai sapere se sarà un piacere”. E lì, se te lo dicesse in diretta, sapresti rispondergli tipo che “ma tu cazzi più grandi da cacare nella vita non ne hai mai avuti?”.

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Appunti per un film sul collasso dell’Occidente

10 giugno 2011

Esterno giorno di una grande città del nord.

Piano sequenza sull’entrata di un avvilente, impersonale fast food, fintamente accogliente, maldestramente ordinato. La gente entra ed esce senza sosta, e da dietro il vetro si intravede una triste umanità in fila indiana in attesa di ingollarsi di pessimo cibo che sa di tristezza.

Camera a mano. Si entra nel fast food. Quel profumo chimico di niente nient’altro è che carta moschicida, fatto per attirarvi gli insetti.

Piano americano. Due persone affossate sui tavolini mangiano il panino ingobbite tenendolo con due mani, sgocciolando sebo animale e artificiale (inquadra il sebo).

Primissimo piano su uno dei due avventori. Le sue volitive mascelle affondano “come se non vi fosse domani” erodendo materia inconsistente che tende a sformarsi al primo morso. Il cibo masticato diviene poltiglia ben presto, anzi quel panino è già poltiglia prima di finirvi dentro, chè potrebbe essere ingoiato intero senza alcuno sforzo.

Il campo si allarga ad inquadrare altre due, dieci, cento persone affondare e masticare, sgocciolare e deglutire la pappetta.

Ancora esterno giorno, fuori dal fast food. La camera stacca sui cornicioni del fast food e dei palazzi adiacenti. Ovunque è pieno di piccioni. Uccellacci rigonfi del loro stesso guano sono appollaiati sopra questa miseria di civiltà pronti a nutrirsi ingordi dei suoi scarti mollati a caso sui marciapiede. Brevi fotogrammi dove i piccioni sono sorpresi a beccare la qualunque, mangiare la plastica, assaporare il bitume, punzecchiare le cicche di sigarette, divorare la mollica di pane annerita e spalmata dai pneumatici, abbeverarsi nelle pozzanghere come nei rigagnoli di urina.

In un ciclo che pare incapace di interrompersi, migliaia di piccioni in ogni città beccano, ingoiano e cagano. Leggi il seguito di questo post »


Kay Inghilterra è un cittadino del mondo

7 giugno 2010

In una strada del centro storico, in qualunque ora del giorno di questa tarda primavera, sui marciapiedi e le isolate panchine di metallo ciondolano seduti crocicchi di immigrati. Parlano animatamente lingue sconosciute, ridono sguaiatamente e alle volte puoi notare le donne di colore abbozzare dei passi di danza al ritmo di pop music americana. I kebab sono semipieni, e persino gli odori sgocciolano fuori dal locale dalle carte bisunte e dalla finzione d’agnello rasata per l’occasione. Nei pomeriggi liberi gironzolo spesso in bicicletta attorno al quartiere, ed ho notato da diverso tempo che proprio in mezzo a questa stada c’è un cortile con un piccolo giardino maltenuto, all’interno del quale c’è uno stanzone quadrato che funge da minimarket africano. Appena dentro il cortile, seduto su una sedia di legno e appollaiato come un mezzobusto ubriaco su un pesante bancale di legno, c’è un tizio con un faccione butterato ed enormi occhiali da sole che fissa sempre l’esterno giorno sorridendo. Sotto il bancale c’è scritto con una vernice rossa “Kay Inghilterra”. Contro ogni evidenza e in spregio al buon gusto, pare sia il suo nome.

Non so di preciso quale sia il ruolo di Kay Inghilterra nel minimarket. Anzitutto, lui non mi pare per nulla africano. Intorno a lui invece è uno sciamare di nerissimi bambini che si rincorrono nel cortile, e dentro il tutto è gestito da un paio di donne ipercinetiche, madri di quasi tutti i marmocchi, che nei confronti del vecchio mostrano un rispetto quasi familiare. Come una famiglia disneyana piena di soli nipoti e zii, qui mancano i padri, e Kay Inghilterra con fare quasi padrinesco li sostituisce tutti, sorseggiando strani intrugli che a brevi intervalli una delle due donne rifornisce portando via il vuoto.

Kay Inghilterra veste di una camicia a quadri colorata e jeans, sembra un improbabile boscaiolo avvolto da enormi occhiali neri che pare Ray Charles, e involontariamente imitandolo a volte tamburella le nocche sul bancale, oscillando con la testa e sorridendo. Il quartiere mi pare diviso sulla sua figura, Temuto e rispettato da molti, i giovani entrano nel market non senza salutarlo e scambiare qualche parola, ottenere furtive autorizzazioni o semplici preziosi consigli. Altri invece passano dall’altra parte del marciapiede dando un’occhiata furtiva e bisbigliando qualcosa. In effetti Kay Inghilterra potrebbe passare facilmente per il boss del quartiere o per il principale informatore della polizia, e forse non escludo che dietro quegli occhiali si nascondano entrambi. Che poi, per dire, non escludo che qualcuno di quei bambini sia proprio suo, ha l’aria di chi non ha ancora smesso di sforzare i lombi. Leggi il seguito di questo post »


Day of the locusts

10 marzo 2010

Affanculo questa serietà questa lealtà
tutta questa impresa
poi il sabato all’iper a far la spesa

Scordatevi l’elegia caposseliana per il rimpianto dei tempi andati, la rabbia e la rassegnazione del non esser più eroi, e l’ultimo grande sforzo per una uscita in grande stile.

Qui si parla solo di un sabato all’iper a far la spesa, e la citazione iniziale è una cialtronata da schiaffi.

Confesso che so programmare abbastanza bene i miei tempi. Essendo un ansioso precursore di ogni possibile imprevisto, cerco di evitarli  e comunque elaboro ottimi piani di ripiego. Lo spesone bisettimanale nell’ipermercato, ad esempio,  richiede la stessa meticolosa preparazione di una battaglia ottocentesca.

Anzitutto c’è la fase della scelta sul “dove”. Qui mi aiutano gli zelanti distributori di pubblicità che, profittando della cassetta della posta esterna alla casa di marzapane, mi ci infilano qualunque volantino, iper, discount, mobilifici, idraulici a domicilio, offerta di finanziamento strozzinesche, quintali e quintali di carta straccia. Ad ogni modo, il giovedì sera, ogni due settimane, stendo questi enormi fazzolettoni pieni di offerte per terra, e con compasso e matita, come un tattico da battaglia, enumero le offerte speciali, i 3×2, i 2×1, i punti spesa, i punti fragola, i punti soci, i sottocosto, gli infracosto, gli affaroni e i prezzi stracciati, e decido quale ipermercato merita la mia scelta per il giorno successivo.

Il venerdì sera, dopo l’uscita dal lavoro, mi reco direttamente al supermercato scelto, profittando dell’orario ormai prossimo alla chiusura, ed in effetti riesco a comprare quel che devo senza eccessivo stress e code. Succede però a volte che non faccio in tempo, e in quel caso scatta il piano B, ovvero il sabato mattina presto, all’apertura. Rinuncio al sonno e al cazzeggio del sabato mattina, però ne guadagno in salute.

Il piano C però non c’è, e lì sono cazzi. Perchè se ti ritrovi in un ipermercato al sabato in un orario qualsiasi, beh, signori, quello è il giorno delle locuste. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo II, Antropologia)

23 febbraio 2010

Continua da qui…

Al di là delle provenienze geografiche, il concorsista rimane una creatura affascinante a prescindere. I motivi per cui partecipa ad un concorso sono spesso vaghi, inconcludenti, o viceversa figli di un progetto ben preciso. A volte, nipoti della disperazione. All’atto di spedire la raccomandata, egli sa che sta per imbarcarsi su un carrozzone che avrà tempi biblici, rinvii a cascata, correzioni interminabili, graduatorie rimandate, cancellate, annullate e poi riscritte, e infine assunzioni scaglionate nel tempo. Chi si iscrive ad un concorso oggi, sa che se lo vince sarà assunto tra 5 anni minimo. Chi cazzo gliela fa fare?

La risposta la conosciamo tutti, e si chiama posto fisso. E’ il sogno di poggiare il culo su una sedia, la stessa sedia (preferibilmente non una diabolica sedia stokke) per tutta la vita, percepire uno stipendio sicuro, tendenzialmente basso ma sicuro, tendenzialmente sempre quello ma sicuro. E’ un sogno di merda per tutti quelli che hanno progetti più alti nella vita, o per chi ha velleità artistiche, o sogni da realizzare, o vuole anche solo provare l’ebbrezza e il rischio della libera professione.  Le persone che si ritengono dotate di talento, le persone coraggiose, le persone che aspirano ad elevare la loro esistenza dalla piattezza del consueto, fanno bene a rischiare del proprio e a mettersi in gioco.

Per tutti gli altri c’è il posto fisso, meglio se pubblico.

Non potrai certo realizzarti professionalmente, ma almeno avrai le porte spalancate per un mutuo. Non potrai certo realizzare chissà quale progetto lavorativo, ma avrai tempo libero sufficiente per realizzarti in altro. Non potrai creare nulla di tuo, nè sentire dentro il sacro fuoco dell’intuizione divenuta successo, ma le tue ferie saranno tutte pagate, a Natale avrai la tredicesima.

La vita si distingue tra chi osa e chi si fa due calcoli, tra chi non riesce a concepire di poter ambire alla sola sopravvivenza e chi ha il terrore di trovarsi alfine con il culo per terra.

Ecco il premio di queste lotteria, la sopravvivenza garantita, nulla di più, nulla di meno.

Se il premio è questo, come ce la si fa? Quale l’atteggiamento, lo stato d’animo, le reazioni emotive del concorsista medio durante questa lunga traversata nel deserto, tra bandi e preselezioni, scritti orali graduatorie e lettere di assunzione?

Durante la mia lunga esperienza concorsuale ho imparato a distinguere alcune categorie, che vi propino tosto senza presunzioni di completezza:

1) Il concorsista in preda al panico

Il concorsista in preda al panico si sta giocando l’intera sua esistenza. Che siano le preselezioni, gli scritti o gli orali, la sua faccia tradirà muta disperazione. Il maschio suda copioso, ho visto ascelle pezzate e schiene adese alla pelle davanti al mio banco, e puzze rancide che ti viene da lacrimare. Scorte di medicinali, perchè hanno sempre la febbre o credono di averla. La femmina invece piange, e se non escono lacrime il suo sguardo non è meno impegnato nello sforzo di farlo. Si guarda intorno attonita, alla ricerca di un gancio in mezzo al cielo. Sia il maschio che la femmina sfogliano il manuale fino all’ultimo secondo, furiosamente, sentono bisbigliare in giro di possibili argomenti e quello sfogliare diviene ancor più compulsivo, nevrotico, violento. Al momento della dettatura del tema, il momento cruciale di qualsiasi concorso, guardano il presidente della commissione come si guarda iddio quando ci giudicherà alla fine dei giorni con san pietro chiavi in mano al suo fianco. Dopo la dettatura, qualsiasi sia il tema, si accascia sul banco, o piange, o fissa davanti a sè invocando il teletrasporto verso casa. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

22 febbraio 2010

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza. Leggi il seguito di questo post »


La lunga strada verso Parmaperopoli (Da BO Marconi fino alla casa di marzapane)

10 febbraio 2010

(continua da qui)

Dunque sono arrivato a Bologna. Le 23,10, un’ora di viaggio e sono dall’altra parte dell’Italia, che magia. Fuori ci sono 10 gradi in meno di quelli che ho lasciato. Nebbia, umido rappreso di aria sporca, nient’altro da segnalare. Mi avvicino alla fermata del bus per la stazione, il bus più costoso del mondo: 5 euro per un quarto d’ora di tragitto in un anonimo pulmino urbano ridotto tra l’altro male. Pensi a Lisbona, Madrid e chissà quante altre città europee, e poi ti ritrovi qui nella provincia del nord a spendere il doppio o il triplo, maledizione, triplo accidenti. Ad ogni modo attendo una decina di minuti prima che arrivi l’autobus. Accanto a me nel frattempo due piccioncini tubano che è un piacere (per loro). Arguisco dai pochi dialoghi non troncati da un limonare che annoda le lingue come fossero due anguille di foce, che lei ha accompagnato lui all’aeroporto in autobus e adesso tornerà in autobus a casa. Già in sè è il trionfo della follia, ma dico, capisco avessi una macchina, ma che senso ha accompagnare uno in bus alle 11 di sera e poi tornare a casa sempre in bus? Mi sorbisco promesse assurde di felicità condite da zuccherevoli raccomandazioni e bambineschi timori, il tutto ben lubrificato da sane passate di lingua. Arriva l’autobus, entro, mi sistemo dietro, ci sarà da attendere venti minuti prima che parta. La coppietta si saluta a strappi, no aspetta solo un minuto, lei sale, poi scende, un altro bacio ancora, infine lui capisce che sta perdendo l’aereo e va via. Lei sale e si sistema davanti a me. Tempo tre minuti e squilla il cellulare. No, non sono partita, che fai, quanto mi manchi, e via ad altri dieci minuti di rottura di palle, e tu pensi che quando l’amore sconfina nell’idiozia è un sollievo non essere uno dei due idioti.

Il bus parte, finalmente, sono le 23.40. Io do un’occhiata assente alla periferia della città, poi prendo il portafoglio e, come quando sono veramente annoiato, comincio a spulciarlo e a togliere scontrini, biglietti e roba varia. Ma mi fermo di botto. Nel mio portafoglio ci sono un sacco di soldi in contanti, prelevati in giorno prima. Molti, credetemi. In un attimo mi balena l’ipotesi che me li possano fottere da qui all’uscio di casa. E’ un rischio minimo, ma se accade posso anche andarmi a sparare o a lavorare in miniera per ripagare i miei debiti. Quindi il lampo di genio. Come facevano gli emigranti o a volte fanno ancora i pensionati, arrotolo quei pezzi da 50, mi tolgo una scarpa, e li infilo sotto il piede. Annodo la scarpa e voilà, mi sento uno stratega della furbizia e un povero mentecatto al tempo stesso. Leggi il seguito di questo post »


Un misantropo al cinema: guida pratica di sopravvivenza

2 febbraio 2010

Diciamo che sono mediamente intollerante, inutile nasconderlo. E siccome sono anche mediamente misantropo, e le due cose sono fatalmente legate a vicenda in un rapporto di simmetrica causa-effetto, capirete facilmente che la mia intolleranza misantropa risulta pacificata e sotto controllo solo quando mi trovo indisturbato nei miei spazi, a condurre la mia vita solitaria. Per farvi capire quanto ci tenga, vi basti pensare che ogni mese spendo una quintalata di euri in più rispetto a chi, ben più furbamente, divide casa con due-tre persone e risparmia per i giorni a venire. Io invece finisco il mese a secco, ho un conto corrente concavo, carte prepagate caricate coi gettoni dell’autolavaggio, e tutto questo lo faccio per poter la sera tornare a casa, prepararmi la cena, sedere in poltrona a guardare una serie tv, senza che ci sia nessun estraneo tra le balle ad innervosirmi con la sua semplice alterità.

I problemi iniziano sempre oltre la soglia di casa. Quegli stoccafissi dei vicini che non salutano manco morti (io sono un misantropo cordiale ed educato, tsè), i bigliettai trenitalia cinquantenni baffuti e pugliesi che lentamente vagano sul loro schermo usando il mouse come fossero ipovedenti per rinnovarti uno straccio di abbonamento, e ti si rivolgono sgarbatamente forti dei loro doppi vetri di protezione, gli edicolanti che sbuffano se non gli dai 2 euro e settanta precisi per il Dylan Dog, i mendicanti che ti chiedono sorridendo i soldi e quando non glieli dai ti sfanculano tra mille orribili maledizioni in lingue slave ormai estinte.

Insomma, una vitaccia verso chi nella vita ha un solo obiettivo e una sola granitica convinzione: l’obiettivo è che la gente non mi rompa i coglioni, e la convinzione è che il mondo è costellato, che dico, invaso, che dico, suppurato di stupidità e di stupidi, e tutto quello che ci è dato fare è tentare di resistere mantenendo una qualche speciale dignità silenziosa, anche a costo di apparire tali e quali a stronzi cotti e mangiati.

Capirete anche però che, per uno come me, il momento di massimo conflitto tra dignità e stupidità, tra tensione verso la decenza e la suburbia della mediocrità compiaciuta, è infilarmi in quei luoghi chiusi dove la gente è tanta e con la quale, per qualche ora, sei obbligato a convivere in una sorta di Grande Fratello senza telecamere, ma per questo nondimeno orribile.

Ad esempio è dura per me andare al cinema. E’ dura perchè mi piace, amo molto l’atto stesso di andarci, di entrarci e di sedermi, amo le sale, le poltrone, i colori le luci e il buio, amo lo schermo grande e il suono definito, ne amo i ritmi affusolati e i caldi silenzi. Amo sopratutto i silenzi. Ma la gente no. La gente al cinema viene per parlare. Ed io mi trasformo in una belva assetata di sangue.

Ora voglio apparire quanto più brutale possibile e perdermi buona parte dei pochi lettori che ho: AL CINEMA NON SI PARLA. AL CINEMA SI STA ZITTI, PORCACCIA LA PUTTANA. Non ci sono “se” e non ci sono “ma”, scuse, giustificazioni, alibi. Non venite a dirmi: pago il biglietto e faccio che mi pare, perchè il biglietto ve lo infilo senza piegarlo dove non batte il sole. Il cinema è magia fintanto che gli unici rumori sono quelli ovattati di un ambiente che ti mette a tuo agio nel goderti una mise en scene: il contatto diretto con la storia che si dipana, con i personaggi con cui ci si confronta, la sensazione di percepire gli odori di una stanza, di interpretare i silenzi della pellicola, il tutto inondato da quello schermo grande quanto il mondo, è il motivo per cui pago il biglietto anzichè noleggiarlo in dvd e vederlo a casa.

E tu, testa di cippirimerlo che parli al cinema, non mi rovinerai questa magia senza sentirti mandare a cagare dal sottoscritto, te lo garantisco fino a che campo. Ecco dunque che, se siete degli stronzi intolleranti come me, vi offro dei brevi consigli maturati nel corso di anni e anni di litigate furibonde con teste su teste di beneamata minchia. Dedicato a coloro che amano il cinema ma non tollerano l’idiozia. Leggi il seguito di questo post »


Lo shopping coattivo del maschio medio

29 dicembre 2009

Il sogno della mia vita – sia chiaro in un ambito squisitamente e futilmente vestiario – è sempre stato quello di indossare gli stessi capi  in modo ossessivo-compulsivo, incurante delle mode e dei tempi. Come un personaggio dei fumetti, avere licenza di essere riconoscibile dagli stessi abiti, vita natural durante. Qualcuno critica a Tex la sua orribile camicia gialla? O a Dylan Dog la sua camicia rossa e la giacchetta da quattro soldi? E allora perchè mi si deve rompere le palle proprio a me? Perchè non ho la pistola a portata di mano? Magari perchè non sono un fumetto, in effetti, e questo spiace. E sì che avrei continuato a portare il giubbotto jeans dei miei 14 anni, o ancora meglio il bomber dei primi anni 90, comodissimo giubbotto ideale per gli inverni miti salentini. Ma le mode, supreme idiozie eteroimposte, mi hanno sempre remato contro.

Per quanto mi riguarda, datemi un jeans e un maglione, quest’ultimo sostituibile in base alla stagione da una polo, da una camicia o da una maglietta, e credetemi mi basterà. Non mi interessa la marca, il colore, il tessuto, e non parlatemi di abbinamento di colori, perchè vi avverto che non distinguo il nero dal blu, o il blu dall’azzurro, così come non conosco quel sottobosco di sfumature che voi femmine così abilmente masticate e mistificate, come il verde acqua, il turchese, il bianco panna o altre invenzioni che non esistono in natura e che mai riconoscerò come colori in carne ed ossa, ma solo come posticcie creazioni di fervide menti malate.

Quindi capirete, date le premesse, quanto io ami andarmi a comprare qualsivoglia capo di abbigliamento. A parte le scarpe da ginnastica, con le quali vivo, dormo, mangio e faccio anche sesso nei periodi di magra, a me va bene fondamentalmente qualsiasi cosa che non mi costringa a estenuanti vie crucis nei negozi, legato al guinzaglio della donna di turno. Davvero, fate voi, compratemi quel che vi pare. Sono un manichino, mi abituo a tutto, vesto qualsiasi cosa, se i pantaloni vanno larghi metto la cintura, se vanno stretti trattengo il fiato, se il cavallo è alto rinforzo i boxer, se il maglione è sformato o va stretto nulla quaestio, indosso e sto muto. Ma vi prego, niente shopping. Leggi il seguito di questo post »


Gastone e l’arte dello scrocco (e del taccheggio)

15 dicembre 2009

Gastone in realtà non l’ho mai chiamato così. Quindi probabilmente faticherà, inizialmente, a riconoscersi in questo post. A differenza di Vlad, del dottor Kildare e del Merda, lui è sempre stato chiamato con altri soprannomi, notevolmente più insultanti di Gastone. Io però lo chiamerò così perchè, a parte l’ovvio ricorso al mondo disneyano (che prima o poi mi costerà una causa per decine di miliardi di euro) in fin dei conti il tratto distintivo tra me e Gastone si riassume nel fatto che a lui, nella vita, è sempre andato tutto diritto.

Come gli dico spesso, non senza nascondere il mio furibondo odio e la mia lacerante invidia, lui cade sempre sulle zampe come i gatti. Potrete metterlo nel pasticcio più incasinato, calarlo nella situazione più precaria, carambolarlo nell’emergenza più disperata, Gastone ne uscirà senza un graffio, a situazione risolta e con un buon margine di guadagno. E spesso, credo, nemmeno lui saprebbe spiegarti come ha fatto. Mentre io mi sono sempre arrabattato, lento e impedito nel risolvere casini, trovare lavori e sistemazioni, far quadrare il mio quotidiano, lui ci ha sempre messo due secondi due. Due, tre mosse, e lo trovavi sempre due metri avanti a te. Il che alla lunga diventa frustrante, capirete, se lui è uno dei tuoi migliori amici.

Io ho desiderato una sorella per almeno dieci anni sacrificando ogni genere di agnello agli dei delle cicogne e la sorella non è mai arrivata? Ecco che a lui arriva una sorellina così, tranquillamente, quando ha già venti anni passati.

Io ho fatto “cinquanta concorsi novanta domande e duecento ricorsi” per trovare uno straccio di lavoro, dopo un quinquennio dedicato alla beneficienza gratuita? Lui trova lavoro quando vuole, se vuole, nel giro di 5-6 giorni. Così, quasi controvoglia, allo schioccare delle sue dita affusolate.

Potrei continuare con molti altri esempi del genere, ma non è di questo lato di Gastone che voglio parlare. E sì che avrei una larga scelta sul campo ove sputtanarlo, tipo la sua concezione della pulizia, dove ha elaborato sudicie leggi empiriche che rispetta con religiosa applicazione, o la sua incapacità di coordinare le lunghe leve anche nel più normale movimento sportivo, alla sua voracità da oca nell’ingurgitare cibo sano senza masticarlo, alla sua capacità vescicale che gli permette di bere anche un litro di birra in pochi minuti senza che il piscio gli esca poi dalle orecchie.

Niente di tutto questo. Gastone è anzitutto il grande artigiano dello scrocco, il maestro di bottega del taccheggio. Essendo fondamentalmente un tirchiaccio dickensiano che gira con enormi basettoni e il borsellino a catena dentro i pantaloni ampi e logori, Gastone ha sempre teso a risparmiare tutto ciò che potesse essere umanamente risparmiabile, e ciò in ogni modo lecito, ad esempio costruendosi da sè ciò che gli occorreva anzichè comprarlo, dimostrandosi sin da subito un piccolo Macgyver del Salento, o indossando per mesi gli stessi vestiti (e le stesse mutande); ma sopratutto in modo illecito, elaborando un suo sistema etico-morale profondamente relativista che io ho sempre riprovato e stigmatizzato, e per il quale mi sono ripromesso di denunciarlo alle autorità competenti. Leggi il seguito di questo post »


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