Per Kevin è tutto un vaffanculo

22 febbraio 2011

L’altro ieri qualcuno è passato ed ha lasciato l’avviso di un pacco. Ieri, tornando da lavoro, ne ho trovato un altro, con l’avviso ferale: “il pacco è in giacenza presso il nostro magazzino di Inculonia, se vuoi ritirarlo cerca di sbrigarti che tra 10 giorni rimandiamo tutto indietro e poi ti scazzi.” Di fronte alla prospettiva di divorare quanto prima un libro affascinante come “Strutture dell’Italia romana (sec. III-I a.c.)”, non potevo, tornato dalla dotta Bologna, non infilarmi in macchina e smazzarmi 15 kilometri per raggiungere una tipica zona industriale della bassa emiliana.

Parcheggio, entro in sede e consegno l’avviso. L’impiegato grasso e nervoso, evidentemente a fine turno, mi fa cenno di aspettare e rotola bofonchiando verso il magazzino: se la prenderà comoda.

Ma io non mi lamento, anzi, lo ringrazio. Perchè in questi 5 minuti ho avuto la possibilità di conoscere Kevin. Dietro di me infatti è appena entrato un corriere appena tornato dal suo giro. Basso, tarchiato, cappellino rosso e tuta blu, sembra un Super Mario Bros africano e senza baffi. Si affaccia davanti all’ufficio principale e si appoggia agli stipiti della porta. Appare sfiancato.

Kevin tutto bene?”, gli fa un impiegato da dentro l’ufficio. E’ una domanda evidentemente provocatoria, che offe il “la” per un monologo che ha del mitologico. Ora io ve lo riferisco per quanto possibile in modo fedele, dategli pure la voce che credete. Sappiate che ha circa 35 anni, è ghanese, e non parla benissimo l’italiano. Il suo tono è rutilante, lamentoso, incazzato, senza soste.

Tutto bene? Niente bene! Un casino, oggi casino più di ieri. Sempre casino!”

Non esagerare dai, sempre la stessa storia, che ti è capitato oggi?”. Leggi il seguito di questo post »


Kay Inghilterra è un cittadino del mondo

7 giugno 2010

In una strada del centro storico, in qualunque ora del giorno di questa tarda primavera, sui marciapiedi e le isolate panchine di metallo ciondolano seduti crocicchi di immigrati. Parlano animatamente lingue sconosciute, ridono sguaiatamente e alle volte puoi notare le donne di colore abbozzare dei passi di danza al ritmo di pop music americana. I kebab sono semipieni, e persino gli odori sgocciolano fuori dal locale dalle carte bisunte e dalla finzione d’agnello rasata per l’occasione. Nei pomeriggi liberi gironzolo spesso in bicicletta attorno al quartiere, ed ho notato da diverso tempo che proprio in mezzo a questa stada c’è un cortile con un piccolo giardino maltenuto, all’interno del quale c’è uno stanzone quadrato che funge da minimarket africano. Appena dentro il cortile, seduto su una sedia di legno e appollaiato come un mezzobusto ubriaco su un pesante bancale di legno, c’è un tizio con un faccione butterato ed enormi occhiali da sole che fissa sempre l’esterno giorno sorridendo. Sotto il bancale c’è scritto con una vernice rossa “Kay Inghilterra”. Contro ogni evidenza e in spregio al buon gusto, pare sia il suo nome.

Non so di preciso quale sia il ruolo di Kay Inghilterra nel minimarket. Anzitutto, lui non mi pare per nulla africano. Intorno a lui invece è uno sciamare di nerissimi bambini che si rincorrono nel cortile, e dentro il tutto è gestito da un paio di donne ipercinetiche, madri di quasi tutti i marmocchi, che nei confronti del vecchio mostrano un rispetto quasi familiare. Come una famiglia disneyana piena di soli nipoti e zii, qui mancano i padri, e Kay Inghilterra con fare quasi padrinesco li sostituisce tutti, sorseggiando strani intrugli che a brevi intervalli una delle due donne rifornisce portando via il vuoto.

Kay Inghilterra veste di una camicia a quadri colorata e jeans, sembra un improbabile boscaiolo avvolto da enormi occhiali neri che pare Ray Charles, e involontariamente imitandolo a volte tamburella le nocche sul bancale, oscillando con la testa e sorridendo. Il quartiere mi pare diviso sulla sua figura, Temuto e rispettato da molti, i giovani entrano nel market non senza salutarlo e scambiare qualche parola, ottenere furtive autorizzazioni o semplici preziosi consigli. Altri invece passano dall’altra parte del marciapiede dando un’occhiata furtiva e bisbigliando qualcosa. In effetti Kay Inghilterra potrebbe passare facilmente per il boss del quartiere o per il principale informatore della polizia, e forse non escludo che dietro quegli occhiali si nascondano entrambi. Che poi, per dire, non escludo che qualcuno di quei bambini sia proprio suo, ha l’aria di chi non ha ancora smesso di sforzare i lombi. Leggi il seguito di questo post »


Stewart odia Obama e non so perché

25 gennaio 2010

Stewart non è un mio cliente. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, io non ho clienti. Nel mio ufficio assiso a produrre pseudo-giustificazioni giuridiche per salvare dall’espulsione questo o quell’altro clandestino, io conosco i clienti dello studio Cavaturaccioli solo riflessi nelle carte che li riguardano, nei volti irriconoscibili delle fotocopie dei loro passaporti. La gestione del cliente vis-à-vis, dunque, non è compito mio, hanno capito qua dentro che non sono tipo da pubbliche relazioni, sono un freddo e metodico giuristocrate che analizza sentenze, precedenti, norme di legge, anche perchè ho una innata propensione a mandare a cagare chi mi fa perdere del tempo.

La mia stanza è però contigua allo studio di una avvocatessa che di clienti ne riceve a bizzeffe in ogni momento del giorno. Ci separa solo una improbabile parete di cartongesso, col risultato che lei ascolta tutto il giorno il mio ticchettare, sfogliare, sgranocchiare, ma anche il mio ruttare e il mio petare, mentre io conosco a menadito tutti i suoi clienti e le loro grane, pur non avendoli a volte visti mai manco di striscio.

Stewart è un signore congolese alto e magro, vestito sempre di tutto punto, un completo scuro, una camicia colorata, delle scarpe nere nere e lucide lucide. Quando lo incrocio in sala d’aspetto, mi ricambia il saluto con un grugnito incazzato prima ancora che con un buongiorno. Eh si, perchè Stewart è sempre perennemente incazzato come una bestia. Ha intentato cause civili e penali nei confronti di chiunque. Istituti previdenziali, questure, avvocati, amministratori di condominio, nessuno è sfuggito a qualche sua citazione, denuncia, esposto, querela, segnalazione. In Italia da anni, ha imparato ad abusare delle aule di tribunale come il più litigioso dei meridionali, come il più spaccacazzi dei settentrionali. Quando entra nello studio dell’avvocatessa, pretende che sia fatta giustizia, portando con sè voluminose prove dell’ennesimo torto subito, fogli, brogliacci, analisi radiologiche, fotografie di macchine, articoli di giornale congolesi, sentenze dei tribunali svizzeri.

In realtà io non capto tutto quello che dice. Tende infatti per la maggior parte del tempo a borbottare con un filo di voce, temendo di essere ascoltato in giro. Maniaco dei complotti, ci tiene ad una assoluta privacy, e dunque spiattella i suoi racconti come se fossero confidenze tra comari in chiesa. Poi però non regge la tensione, e lo sprezzo per l’ingiustizia subita ogni tanto esplode con esagitate filippiche contro il sistema, alternate da pugni sbattuti pesantemente sul tavolo. Chiama in causa chiunque, nella ricostruzione dei suoi guai, dal vicino di casa al passante in bicicletta, fino a citare due VIP che hanno segnato ogni sua disavventura giudiziaria, ovvero Bossi ed Obama. Nei suoi discorsi alternati tra soffuse voci e grida intemerate, si evince che la colpa del suo divieto di sosta come della cartella esattoriale è, gira che ti rigira, addebitabile tra gli altri a Bossi e ad Obama. Cerco di captare meglio le sue geremiadi, ricollegando i fatti alle figure dei due politici, ma alla fine ne so come sempre, ovvero nulla. Posso anche capire che un congolese ce l’abbia con un leghista, anche se non so cosa c’entri con il pagamento delle quote condominiali con quei simpaticoni del carroccio, però sta cosa che ce l’ha a morte con Obama mi incuriosisce parecchio. Attacco la recchia al cartongesso e cerco di capire, ma Stewart sragiona per due ore ininterrottamente, e alla fine mi ritrovo solo un gran mal di testa e il torcicollo. Leggi il seguito di questo post »


Jonas vuole far gol

12 novembre 2009

mondiali2010L’autunno mite soleggiato e limpido di un sabato pomeriggio, ad esempio, è un buon momento per vivere. Anche in Emilia e anzi forse sopratutto in Emilia, considerato il tappeto di foglie cadenti di cui si ricoprono le piste ciclabili della periferia cittadina e l’appennino che si staglia enorme e riposante come una luna piena, come fosse appena fuori  o sopra la città.

Che poi alcuni quartieri di periferia sono di un bello che ti chiedi perchè non ci sia stato quel minimo di garbo necessario per costruirli anche nelle tue terre, dove è bastata una colossale colata di cemento per creare dormitori popolari e covi di sacre delinquenze riunite in aperta campagna a due passi dalle discariche abusive dove troneggiano i frigoriferi e le batterie per auto.

Questi quartieri sono ugualmente popolari e lontani dal centro, spesso assegnati a prezzo sociale, ma la gente che ci vive se li cura e se li vive, e tu che ci passi come un viandante te ne accorgi dell’attenzione, del rispetto, di quel legame tra la gente che una volta si soleva chiamare comunità.

In questo meraviglioso quartiere, fatto di spazi verdi a dispersione, di palazzi anni ’60 curati, di centri sociali anziani e centri sportivi e laboratori di danza e biblioteche di quartiere, il tutto comunale e pubblico, il tutto di tutti, insomma, io mi ci sono recato vestito di nero come un corvo, perchè arbitro sono e in uno dei tanti campetti in erba di quella zona di arbitrare mi toccava.

Nello spogliatoio, prima di iniziare la partita, a noi arbitri pervengono le liste dei giocatori e dei dirigenti che scenderanno in campo o si siederanno in panchina. Per me è sempre molto curioso leggere i nomi dei ragazzi, perchè è molto indicativo dei gusti diciamo un po’ pop dei loro genitori emiliani, il fatto che molti nati nell’86 si chiamino Maverick (vedi Top Gun) oppure Jonathan (vedi lo spopolare del libro Jonathan Livingston grazie all’omonimo programma di Ambrogio Fogar) senza parlare di storpiature anglosassoni come Maicol, Maikol, Gionatan, e compagnia bella. Inoltre la lista dei giocatori è interessante perchè su 18 giocatori ce ne sono sempre almeno 5-6 che sono figli di stranieri, magari nati in Italia, magari no, ma che hanno nomi e provenienza indiscutibilmente non italiane. Che ne so, trovare sotto il cognome Bossi, terzino padano, il cognome Onaymeyang, centrale difensivo nigeriano, oppure Arsim, ala albanese, è un paradosso effimero che spinge al sorriso.

Ad ogni modo nella squadra di casa, complice l’enorme afflusso in zona di immigrati, è un fluire di cognomi impronunciabili, di provenienze esotiche e di fisiognomiche tendenti al cosmopolitismo. Un ragazzo in particolare richiama la mia attenzione: Jonas, angolano, il cui documento è un allegato di permesso di soggiorno del padre, rifugiato politico. Quando vado a vedere chi è mi ritrovo un soldo di cacio nero nero di dodici anni, con la maglia tutta arrotolata nei pantaloncini, tutta la casacca è enorme e spropositata per quel nanetto tutto ansioso di andare in campo, maglia numero 10 a saltellare mentre faccio l’appello.

In campo, mentre arbitro lo osservo. Osservo anzitutto che negli spalti, tra i genitori, ci sono molti immigrati, ed in particolare una coppia attira la mia attenzione: un uomo vestito in doppio petto, tutto elegante, giacca nera e camicia bianca con cravatta, fermo immobile come un palo di ebano che pare un becchino a cui manca solo la pala e il metro da sarto. La moglie, al suo fianco, è uno sprigionarsi di colori sgargianti col suo vestito ampio e vaporoso, e invece si agita come un’ossessa, gridando a Jonas mezzo in italiano, mezzo in portoghese, mezzo in sa dio cosa. I genitori di Jonas, dunque. Leggi il seguito di questo post »


Moses era il principe del suo villaggio

26 ottobre 2009

img_79695_lrg

Nello studio Cavaturaccioli ove mi pregio di lavorare è arrivato nientepopodimeno che un principe. Nessuno mi aveva avvisato di cotanto sangue blu, e nemmeno che sarei stato addirittura io a riceverlo. Altrimenti mi sarei attrezzato se non con un tappeto rosso, quanto meno con una giacca e una cravatta, una volta tanto.

Ad ogni modo, il principe fa ingresso nella mia stanza. Non che esista una fisiognomica della nobiltà, certo, però me lo sarei aspettato più principesco, elegante nella postura e nelle movenze. E invece mi trotterella davanti un ragazzino nero e basso e magro, sgusciante di movimenti, con un sorriso un po’ stordito. Sembra un elfo, anzi, se il Signore degli Anelli fosse stato ambientato in Gambia anzichè nella Terra di Mezzo, il principe avrebbe potuto interpretare degnamente il ruolo di Legolas.

Cosa induce a bussare a sto convento addirittura un principe? Questioni successorie? Noie diplomatiche? Casini fiscali? No signori, qui è un problema di esilio. Il principe Moses, così si chiama, viene da me perchè è stato costretto alla fuga e all’esilio dal suo villaggio, ed ora pretende giustizia. Arrivato in Italia con mezzi di fortuna, mescolandosi alla profanità di altri volgari immigrati comuni, il principe ha subito chiesto di essere dichiarato rifugiato politico. Ma scandalosamente, una commissione territoriale lo ha impunemente offeso negandogli qualsiasi protezione, anzi dicendogli che se ne può tornare allegramente dove è venuto e che la sua storia risulta poco o per niente credibile. Una vergogna, un affronto. Scopriamo qual’è la storia di Moses, e da soli potrete rendervi conto dell’ingiustizia subita dal nostro principesco cliente.

Davanti a me ho il fascicolo sull’asilo politico richiesto dal principe. Quello che c’è scritto è francamente incredibile, l’ho riletto più volte perchè non posso credere che ci sia scritto proprio quella roba lì. Quindi chiedo a Moses di spiegarmi la sua storia con parole sue, che pare facile, perchè l’angloafricano è una lingua misteriosa che farebbe ammattire il più colto dei linguisti. Purtroppo, nonostante sia un principe, sono costretto a dargli del “tu”, perchè credetemi, se si da del “lei” o del “voi” ad immigrati anglofoni che parlano male l’italiano, il risultato è la totale incomunicabilità.

“Dunque Moses, qui c’è scritto che eri il principe del tuo villaggio? Du iu rilli vuas de Prinz of de villag? Uot mins iu vuas the prinz of de villag?

Lui non si scompone: “Mai fader uas prins of mai village antil i dai. After is det, ai bicheim de prinz.”

Lo guardo come si guarda il più spudorato dei cazzari. “Bat iour villag is not a kingdom, Moses, Gambia is a repablic, INSOMMA DI CHE CAZZO STAI PARLANDO? (l’ultima domanda l’ho solo pensata).

Lui ripete la stessa solfa, sdegnosamente ignorando i miei dubbi sull’autenticità di quella versione ufficiale. Leggi il seguito di questo post »


Momò ha 9 anni e un futuro nella mafia cinese

22 settembre 2009

gta-chinatown-wars-box-designQuando sono in treno, durante i miei spostamenti casa-lavoro-casa, sono solito avere postura e modi del tutto abitudinari. Anzitutto non do confidenza ad anima viva, e non perchè sia misantropo (figuriamoci, chi, io?), ma perchè non ho tutta sta gran passione per il chiacchiericcio da treno che si instaura tra sconosciuti. Diciamo forse che non ho una gran passione per gli sconosciuti in generale (sulle sconosciute il discorso è più complesso e possibilista).

Quindi sono solito passare quei venti minuti in due modi totalmente diversi: la versione del Paperoga impegnato che si aggiorna sul mondo e che legge Internazionale, e la versione del Paperoga cazzone e perennemente ragazzino che gioca al Nintendo DS. Le due modalità si innestano con fare assolutamente random, così, in base a come mi gira quando salgo sul treno.

Tempo fa ero in modalità “ragazzetto di 14 anni”. Tutto ricurvo sul mio Nintendo, ignoravo chiunque mi si presentasse davanti (faccio eccezione solo per la gnocca). Ad una fermata salgono padre e figlio, palesemente africani. Si siedono davanti a me, ma non sono belle gnocche, quindi ricevono lo stesso destino di indifferenza. Però passano due minuti e mi sento osservato. Ma proprio osservato in modo costante, invadente, siamo quasi a livelli di stalking. E’ il bambino. Mi guarda adorante.

E’ destino, penso, attraggo solo bambini e vecchie carampane.

No, pezzo di idiota, quello lì sta adorando il tuo Nintendo.

Ah, già.

Lo guardo. Lui mi sorride a 56 denti di latte. “Come ti chiami”. “Momò”. “Da dove vieni”. “Sono del Mali”.

Insomma sto bambino è nato a Torino, la mamma ha la carta di soggiorno, il papà si è ricongiunto solo l’anno scorso alla famiglia. Il genitore mi guarda e mi sorride, ma di italiano palesemente non capisce una mazza. Il bambino no, invece, parla gesticola, bello arzillo, pure troppo per un vecchio orso come me. Ma poi arriva al punto che gli prude.

“A che stai giocando? Posso giocare anche io?”

“E’ un gioco violento, è roba per grandi.” (Giù le mani dal mio Nintendo).

In effetti è vero. Mai sentito parlare di Grand Theft Auto – Chinatown Wars? E’ un gioco in cui giri per una città americana investendo pedoni, sparando alla polizia, andando a puttane, gestendo traffici di droga e facendo esplodere negozi ingrassandoti con le estorsioni. Quindi non credo che un bambino di 9 anni dovrebbe giocarci. Lo dico per lui, mica perchè sono un ragazzino che non vuole spartire il suo gioco con un altro ragazzino (sono adulto, io..)

Ma per lui non è un problema. In un attimo mi salta letteralmente in groppa sul sedile, poi si sistema a fianco a me e mi mette una mano attorno al collo. Io sono imbarazzatissimo, guardo il padre, cerco di spiegare che non ho fatto nulla. Il padre continua a sorridermi. Leggi il seguito di questo post »


Nardeep fa la colf per i suoi fratelli

18 settembre 2009

quiquoqua

Arrivano insieme, in fila. Identici, tre gemelli omozigoti, o se non lo sono vuol dire che vedo triplo. Vestiti uguali, con una tunica bianca, stessa carnagione olivastra, capelli crespi e neri, folte sopracciglia, un accenno di baffetto sopra le labbra. Un viso da ragazzini, e infatti non hanno più di 25 anni. Educati, silenziosi, timidi, fa tutto molto indiano. Nei passaporti c’è scritto che si chiamano Pandeep, Sandeep e Nardeep.

I primi due sono regolari in Italia, il terzo no. E quindi Nardeep farà la colf per i fratelli, ottenendo così il suo bravo permesso di soggiorno.Ed io sono lì per aiutarli a realizzare il sogno di Nardeep, ovvero pulire i cessi intasati di feci dei suoi fratelli.

Si siedono davanti a me. Sapete, ho bisogno di vari documenti per compilare la domanda di sanatoria. Quisquilie, una formalità, tutto molto semplice.

Ma qui inizia la tragedia, altro che commedia degli equivoci, altro che Plauto.

“Dunque, mi servono i documenti d’identità dei datori di lavoro, quindi di…ehm…Pandeep e (cinque secondi a scartabellare furiosamente nel fascicolo) Sandeep”. Dico tutto questo rivolgendomi però a Nardeep, che infatti mi indica col dito i suoi fratelloni. “Ah, siete voi”, faccio voltandomi verso Pandeep e Sandeep.

Vabè, può capitare.

Due minuti dopo.

“Ho bisogno poi dei documenti del lavoratore, dunque, ehm (dieci secondi di consultazione) Sandeep? No, Par…ah, sì, Nardeep” epperò mi sto rivolgendo a Pandeep, che mi indica col dito la sua futura colf.

Sta diventando tutto molto più complicato del previsto.

Cinque minuti dopo.

“Dunque, il datore di lavoro principale deve mettere una firma qui, quindi, ehm, Mandee…Pard…Ramsete…no, Sandeep, si si, Sandeep”, e così riesco a divincolarmi, leggermente ubriaco, con la lingua attorcigliata da scioglilingua terribili sotto forma di  una selva di nomi anagrammati.

Però mi sto rivolgendo a Nardeep, che mi indica col dito il suo prossimo datore di lavoro.

Sudo dalla schiena, dal culo e dalla fronte.

Quattro minuti dopo.

“Allora, la dichiarazione dei redditi 2008 di Man…Pram…Pandeep, si, Pandeep, la sommiamo a quella del fratello Tardeep, no, Sanjab.. Sampei….Sandeep, cristo, Sandeep, si…”

Questa volta però mi faccio furbo e non guardo nessuno, attendendo che uno dei tre mi fornisca il documento, perchè a capire chi è Sandeep mi ci vorrebbe un aruspice. Nessuno però si muove. Maledetti bastardi. Quindi alzo lo sguardo e punto quello che credo sia Pandeep. E invece è Sandeep, che mi indica col dito suo fratello.

Dentro di me diverse divinità indù vengono orribilmente lese nella loro dignità. Leggi il seguito di questo post »


Misteriose presenze a Paperopoli

28 luglio 2009

2A_KKK Card_Front

La via che mi ha ospitato per la bellezza di cinque anni, e che mi accingo a lasciare a giorni, è un budello lungo stretto e sovrappopolato. I bravi cittadini con il polso per gli affari hanno ricavato case anche dai garage e dalle cantine, e le affittano non certo a buon mercato agli studenti o immigrati di turno. Che le riempiono, i primi, di amici e alcool con cui giocare ogni sera a fare la vita da universitari spensierati; i secondi invece ci piazzano gioiosamente mogli, figli, parenti, amici di parenti, zii di cugini.  Risultato, nella mia via abitano credo almeno 700 persone.

Ecco dunque che, per chi non sa, l’impatto con la mia via è traumatico. Voci, grida, musica, chiacchiericcio, litigate furiose, il tutto in una babele di lingue sconosciute ai più, diventano la colonna sonora della tua giornata, sopratutto in primavera ed estate, quando le finestre sono spalancate e le vite e i cazzi degli altri diventano facilmente conoscibili anche senza tendere l’orecchio come delle comari.

Nella mia via però vige una legge di buon senso sostanzialmente rispettata da tutti, sia da chi il casino lo fa, sia da chi il casino lo subisce: a meno di comportamenti assurdi, tipo musica a palla alle 2 di notte o madornali litigate preludio di omicidi familiari, nessuno si mette a chiamare la polizia o a lamentarsi ad alta voce insultando l’altro. C’è un fil rouge di sostanziale tolleranza che in cinque anni non è mai stato spezzato.  Fino all’altro giorno.

Sotto casa mia si sono trasferiti un paio di mesi fa una giovane coppia dalla tipica aria scoppiata, poco più che ventenni, di quelli che lombrosianamente ti accorgi subito che non sono altro che dei coglioni cotti e mangiati. Lui sembra Pisellino di Braccio di Ferro, con in più un cappello da baseball che non toglie credo neanche quando va a letto, probabilmente nascondendo una inquietante alopecia a scacchiera. O una lobotomia. Lei è una simil dark dall’aria ovviamente incazzata, che sbatte porte e portoni e si muove a scatti sbuffanti.

Nulla mischiato con niente, ho detto tutto.

Davanti al mio condominio, italianissimo e finto per bene, c’è un condominio di vecchi pensionati abbastanza mal messi, prostitute sudamericane ed una famigliuola di rifugiati politici che sforna un figlio all’anno. Questi ultimi parlano una strana lingua mista ad un italiano fluente, non capisco da dove vengano e come si mantengano, visto che passano tutto il giorno in casa. Fatto sta che, grazie ai tripli vetri delle loro finestre, non li si sente per 9 mesi all’anno. Quando aprono le finestre, però, si rovesciano sulla via le vicende quotidiane di una madre grassa e nervosa, in perenne crisi isterica, che catechizza, sgrida, picchia, accarezza le proprie figliuole senza soluzione di continuità. Ovviamente, essendo una donna passionale, oltre che dalla prolificità quasi conigliesca, non si trattiene dal manifestare i suoi stati d’animo, letteralmente sbattendoli in faccia all’intera via che assiste silenziosa a questa sorta di Casa Vianello in versione extracomunitaria.

Io, dopo un primo momento di smarrimento, ho imparato anzi ad apprezzare le loro vicende quotidiane, ho visto crescere quelle bambine, la più grande delle quali ha ormai quasi sette anni, e dalla finestra di casa mi sono spesso messo a guardare quel monolocale mal messo, pieno di separè, in cui questa famiglia ha organizzato il proprio menage. Ho visto e sentito il padre raccontare le favole alle figlie quasi dormienti, ho visto la madre menarle come un tappeto persiano dopo aver rotto un vaso, ho visto parenti spiumare e sventrare uno strano animale da cortile prima di cuocerlo. Dalla finestra del mio primo piano, il loro piano terra davanti al mio è stato  una sorta di reality giornaliero,che mi ha tenuto compagnia in tutti questi anni.

Ma la coppia di scoppiati non la pensa così, evidentemente. Abitando al piano terra, si sorbiscono Casa Vianello come se fossero in prima fila, e pare che vogliano il rimborso del biglietto. Già da tempo li ho sentito bifonchiare di sotto, minacciare di chiamare i carabinieri, bestemmiare ad alta voce, ma il tutto era rimasto in quei margini. Io stesso, alcune volte, ho maledetto le corde vocali di quella virago. Leggi il seguito di questo post »


Tony incendiava le case

7 luglio 2009

Pinocchio1-0ec0e

Nel loft preterintenzionale in cui mi trovo assiso nell’esercitare il mestiere più antico del mondo (avete capito bene, è proprio l’avvocatura) ogni tanto si palesano in carne ed ossa dei clienti, a strapparmi dalla furiosa scrittura di atti giuridici stilisticamente ineccepibili ma che sostanzialmente non dicono un beneamato cazzo.

Tony capitò qualche tempo fa, per una richiesta di asilo politico da istruire, e non ci misi molto a capire che apparteneva ad una delle categorie più imprevedibili di clienti che ti possono capitare: i commedianti, e chiamiamoli così per amor di eufemismo.

Allor dunque dovete sapere che chi viene a chiedere asilo politico ha spesse volte reali esigenze di trovare uno Stato che lo accolga in fuga da un paese che non gli permette l’esercizio delle libertà e dei diritti fondamentali. Altre volte è un solo un modo per ottenere di rimanere in Italia, inutile girarci intorno. Nella seconda categoria ci sono quelli che hanno un minimo di pudore, che raccontano storie di ordinaria povertà e miseria, che non ti garantiscono l’asilo ma capisci tante cose comunque. E poi ci sono i cazzari. Quelli che per ottenere l’asilo fanno a gara a chi la spara più grossa, a chi si inventa la storia più incredibile . E manco a dirlo, i cazzari vengono tutti allo Studio Cavaturaccioli, attirati come calamite verso gli atti che poi io, con enorme vergogna di me stesso, dovrò scrivere e che i miei capoccia, con vergogna diciamo minore, andranno a rileggere e firmare.

Tony è un gigante d’ebano con un collo del diametro della mia testa. Ha certe mani che me lo immagino mentre apre  stritolando facilmente un barattolo di spinaci stile Popeye. Parla l’inglese tipico delle ex colonie africane dell’impero britannico. Un inglese maccheronico e spudorato, eppure per me incomprensibile, data la mia idiosincrasia con quella lingua per commercianti di patate. Riesce però a parlare un italiano ancor più maccheronico, e quindi sono salvo. Vi risparmio i vari “lost in traslation” e vi sbobino un dialogo che pare quasi normale ma che, vi assicuro, normale non è stato.

“Allora Tony, che ti è successo che te ne sei scappato fino a qui per chiedere asilo?”

“Un giorno sono venuti alcuni militari dell’etnia nemica nel nostro villaggio. Hanno cominciato a uccidere le persone con i machete. La casa dei miei genitori e dei miei fratelli è bruciata”.

“Sono morti?”

“Non lo so, non li ho più visti.”

Gli chiedo quando è successa questa cosa. Due anni fa, mi dice. Cerco qualcosa, qualsiasi cosa, che assomigli ad un eccidio più o meno in quella regione, più o meno nell’anno indicato, su internet. La ricerca mi restituisce una pernacchia. Sul sito di Amnesty international poco ci manca che esca una schermata con un dito medio.

“E tu che hai fatto?”

“Ho radunato la gente della mia etnia.  Ho cominciato a bruciare le case dei nemici. Indicavo le case da bruciare e i miei compagni bruciavano.”

La mascella mi cala e rimango come un ebete con la bocca aperta. Di cazzari ne ho sentiti, ma uno che si autoaccusa di pulizia etnica per avere un asilo politico non era ancora arrivato. Leggi il seguito di questo post »


Kabir risveglia l’ipocondriaco che è in me

3 giugno 2009

mycobacterium-tuberculosis

Premetto che, avendo constatato come le chiavi di ricerca del mio blog facciano accorrere da ogni dove gente piena di nei, fratturati al coccige, e persone in preda ad ansia da fascicolazioni, è il caso di sfruttare questo filone continuando a raccontare della mia perenne lotta contro l’ipocondria. In assenza di ghiotte rivelazioni sulla mia attività sessuale, e in mancanza di tags di carattere pornografico, per far campare il blog devo usare questi mezzucci.

Nella storia della mia ipocondria la paura di beccare una malattia infettiva ha sempre pesato in modo preponderante. A parte qualche isolata paura di avere un tumore, era anzitutto l’idea di prendermi un virus di quelli indistruttibili che ti spediscono a suonare il liuto davanti al Creatore, a nutrire la mia macerante paura di non essere sano.

E in effetti, il mio primo attacco di ipocondria risale a quando avevo 21 anni. A quei tempi, a metà anni ’90, l’AIDS esisteva ancora, e giustamente c’erano fior di iniziative e pubblicità per informare i cittadini sulla malattia, sui rischi e sulla prevenzione. I preservativi in tv andavano a qualsiasi ora, e se ricordate il tormentone “di chi è questo?” pronunziato in una classe scolastica da un professore che aveva trovato un goldone per terra, beh, avete capito a cosa alludo. Oggi per fortuna l’AIDS non c’è più, e quindi i preservativi sono tornati ad essere un oggetto sconosciuto e giustamente condannato da intelligentissimi uomini con lunghe gonnelle bianche come inutile ed informe sacca di lattice empia e per nulla casta.

Beh, io a quei tempi, guardando un depliant informativo sulla malattia, mi accorsi che si poteva prendere l’HIV anche tagliandosi con lame o lamette usate da altri. Non so da quale lontano tugurio del mio cervello venne l’idea, ma un mese prima mi ero tagliato con un coltellino di ignota provenienza. Facendo due più due, il mio cervello bacato aveva contratto l’HIV. Quindi telefonai al numero verde, chiedendo informazioni. Mi risero in faccia, ovviamente, ma questo non mi placò. Dovevo fare il test, e lo feci, pagando di tasca mia perchè di chiedere al mio dottore una impegnativa in tal senso non mi andava proprio. Ovviamente, il test era negativo e, se avesse potuto parlare, quel foglio di carta avrebbe anche scritto, dopo la dicitura “negativo”, anche la dicitura “sei un povero demente”.

Un’altra crisi ipocondriaca di carattere infettivo avvenne qualche anno fa, quando mi convinsi che avevo la scabbia. Ora non vi dico, per motivi di ovvia privacy, da chi potevo averla presa, nè chi, ancora più ipocondriaco di me, mi mise la pulce nel cervello, fatto sta che cominciai ad avvertire un fottuto prurito in ogni parte del corpo e che infine corsi in farmacia a chiedere un farmaco contro questa simpatica malattia. La farmacista mi guardò tradendo un lievo senso di disprezzo, infine mi diede queste potentissime fialette da spalmare sul corpo solo dopo essersi fatti una doccia. Allor dunque corsi a casa, feci una doccia, mi asciugai e cominciai a spalmare l’unguento miracoloso che avrebbe fatto razzia del maledetto parassita che, secondo il mio cervello in salmì, si nutriva in sottopelle di me. Arrivato a spalmare la lozione anche nelle parti intime, mi accorsi che il bagno schiuma non era del tutto andato via nel risciacquo, come accade a noi uomini talvolta nella zona – come chiamarla – sottotesticolare o scrotale. Sulle prime non ci feci caso, ma nel giro di dieci secondi sentii che i miei sacri pendenti stavano andando in fiamme. Una reazione tra farmaco e bagno schiuma mi stava evidentemente letteralmente arrostendo i coglioni, e le urla di dolore e le lacrime di sangue testimoniarono, in quel grigio giorno di ottobre, che la mia idiota paura di avere una malattia che non potevo assolutamente aver contratto, era giustamente punita dal dio della ragione con un brasato di testicoli, i miei, di cui ancora ricordo l’acceso colore rosso-peperone con venature verdastre. Leggi il seguito di questo post »


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 124 other followers