Era tutto pronto. Ero preparatissimo. Conscio dell’importanza del mio ruolo, avevo fatto tutto per tempo.
Dal giorno in cui Gastone e la Milanese, comunicandomi la loro decisione di convolare a nozze in uno sperduto paesino del Salento, mi avevano proposto di celebrare il matrimonio civile quale delegato del sindaco, non avevo fatto altro che prepararmi al giorno in cui sarei stato il Grande Sacerdote laico, il Sommo Celebratore, il Dispensatore di fiori d’arancio.
Anzitutto ero partito dall’abito. Per me che ai matrimoni ci andrei anche in tuta (e sono stato ad un passo dall’andarci diverse volte) è stato strano accorgermi della necessità di conformare il mio aspetto alla munificenza della mia funzione. “Stavolta basta con il solito atteggiamento da pezzente”, mi dicevo, dovevo essere imponente e trionfante, indossando un abito che mi desse un aspetto sgargiante, saggio e severo. La mia prima idea è stata quella di farmi fare su misura un pesante abito da Sommo Sacerdote babilonese, con un alto copricapo tutto tempestato di simboli esoterici, una roba che in confronto anche la mitra papale rasenterebbe in squallore un cappellino di plastica del Gruppo Vacanze Piemonte. Quali accessori, un bel bastone e guanti di raso bianco con sopra alcuni pesanti brillocchi. Avrei poi portato con me sotto braccio un librone rilegato con copertina intarsiata in legno da dove avrei letto il mio lungo discorso di 25 minuti pronunciato in aramaico antico con cui avrei appassionato, commosso e rapito il pubblico presente. Sarei entrato nella sala comunale accompagnato da due fidi paggetti al fianco, il Sindaco mi avrebbe accolto baciandomi l’anello e mi sarei seduto sul trono predisposto per l’occasione. Immagino anche che gli invitati mi avrebbero omaggiato di doni in natura e denaro, che due enormi portatori di lingua swahili si sarebbero caricati in spalle ed avrebbero depositati nel garage dei miei genitori.
Avevo già in mente anche alcune modifiche alla breve e asfittica cerimonia civile che, come tutti sappiamo, si riduce ad una corsa degli sposi con dietro i loro invitati davanti al sindaco, che dice due cazzate e poi ammolla alla coppia un duplice calcio in culo sbraitando che c’ha altri 16 matrimoni da celebrare nella prossima mezz’ora.
Io invece avevo in mente una coreografia più dignitosa, che desse il giusto risalto ai due sposi e soprattutto al loro celebrante: gli sposi sarebbero entrati assieme, ed arrivati davanti a me e al mio giaguaro (ah, non ve l’ho detto che avrei avuto a fianco durante la cerimonia un giaguaro alla catena), si sarebbero inchinati ed io avrei posto le mani sulle loro teste benedicendoli con poche ed oscure parole. Poi gli sposi si sarebbero scambiati le promesse nuziali inginocchiati come fedeli islamici in direzione della Mecca (nel quale caso io sarei stato la Mecca) e a sancire il legame, dopo il bacio di rito, il mio giaguaro avrebbe provveduto a leccare l’atto di matrimonio a mò di ceralacca.
Era dunque tutto pronto quando, qualche giorno prima del matrimonio, mi chiamano prima Gastone e poi La Milanese. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato da Paperoga 






