De cellularium damnis vitae nostrae (2)

18 febbraio 2011

I danni inferti dal telefono cellulare alla nostra vita non si limitano al fatto di esserci giocati il diritto alla libera reperibilità. Non poteva essere sufficiente lo scoprirci tutti incatenati, volenti o nolenti, alla puntuale rintracciabilità dei nostri passi da giustificare constantemente? Manco per niente, c’è un altro danno, per certi aspetti più sgradevole, al quale non riesco a rassegnarmi: la scomparsa della fottuta riservatezza e di uno straccio di discrezione nel gesto del telefonare.

Anche qui la comparsa del cellulare ha combinato disastri e creato autentici mostri.

Facciamo il punto: fino al 1995 non c’erano mica tanti cazzi: si telefonava da casa o dalle cabine telefoniche. Punto. Se volevi provare l’ebbrezza di comunicare in movimento, ti compravi con un amico un paio di walkie talkie da tre kili e ti improvvisavi MacGyver.

In entrambi i casi, a casa o nella cabina, la telefonata era necessariamente un gesto privato che aveva pochi testimoni. Anzi, non contenti, spesso allungavamo i fili fino a portarci il telefono in stanza, perché persino le cucine o i salotti erano luoghi troppo pubblici. Lo ricordiamo tutti, davanti ai telefoni pubblici se qualcuno che attendeva dopo di noi ci stava troppo vicino, lo guardavamo male o lo apostrofavamo con un seccato “Le spiace?”, invitandolo a starci a due palmi dal culo. Quel che dicevamo al telefono erano cazzacci nostri, e che qualcuno ci ascoltasse era considerato inopportuno, maleducato, inaccettabile.

Bene, una manciata d’anni dopo il mondo è impazzito e da allora va tutto a puttane. Quelle stesse persone che si chiudevano in camera, che si sigillavano nelle cabine telefoniche, quelle stesse identiche persone tanto piene di pudore e riservatezza, hanno letteralmente dato di matto. Oggi tutti parlano al telefonino davanti a tutti. Anzi no, mica si limitano a parlare. La gente al telefonino ci urla, cazzo, proprio ci strepita dentro, letteralmente vomitandoci in faccia i cazzi suoi senza darsi alcun pensiero.

Dieci anni fa i curiosoni dovevano tendere l’orecchio, accostarsi alle porte, per sbirciare scampoli di telefonate. Oggi quegli stessi curiosi non ne possono più, ne hanno piene le balle dei fatti altrui.

In treno, nel bus, in qualunque sala d’attesa o coda alle poste, la gente riferisce i propri intimi casini, i problemi di salute, le paturnie, i pettegolezzi, gli sputtanamenti e le cattiverie a decine e centinaia di perfetti sconosciuti.

La tanto decantata privacy moderna, per cui firmiamo ogni giorno inutili moduli, e che spesso rivendichiamo istericamente e fuori luogo, magicamente scompare quando mettiamo all’orecchio il cellulare e ci immergiamo nei nostri chiacchiericci. Invochiamo rispetto per il nostro privato, ma poi lo sbattiamo in faccia al primo che passa. Leggi il seguito di questo post »


Un’adorabile coppia di stronzi

16 febbraio 2011

Premetto che, se vi andate a leggere le varie recensioni che osannano, e a ragione, questo film, troverete una chiave di lettura del tutto opposta a quella con la quale l’ho interpretato io. Chiunque vi debba descrivere Another Year di Mike Leigh tenderà a farvi lo stesso identico riassunto visivo e concettuale: in un mondo di infelicità, di disagio esistenziale e di continuo disadattamento alla vita, esiste un porto sicuro dove rifugiarsi: la casa di una coppia di sessantenni, avvolti dalla loro solida felicità, dal calore della loro cucina, dalla loro rassicurante intesa, dalla loro gratuita e calda amicizia.

Beh, sono tutte delle dannatissime balle! Perchè io dei due protagonisti ho un’idea del tutto diversa….

C’è una coppia di sessantenni, è vero. Ed è vero che conducono la vita che qualunque sessantenne (ma anche qualche trentenne, me compreso..) vorrebbe vivere. Una bella casa, un menage matrimoniale intatto, sani hobbies a cullare una vecchiaia non ancora compromessa da lutti e malattie. Tutto verissimo. Sono rassicuranti, amichevoli, alla mano. Ospitali, di larghe vedute, sono gli amici, i genitori, i parenti che tutti vorremmo avere. Può darsi. Oppure no.

Perchè la cosa più vera è che quei due amabili vecchi, i vecchi che tutti noi vorremmo essere quando saremo vecchi, beh, dietro quella coppia di santi laici  in realtà si nascondono due perfetti stronzi.

E’ vero, accolgono in casa amici e familiari ammaccati da dolori a caso, apparentemente offrono riparo alla solitudine, alla frustrazione, al desiderio di scomparire di tutta la varia collezione di infelici che viene a bussare alla loro porta. Offrono cibo, compagnia, consigli, sorrisi. Sembra tutto così bello, umano, compartecipe.

Compartecipe un cazzo. Si tratta in realtà di due persone rese ottuse dalla loro stessa felicità, alienate dal loro stesso menage perfetto. Non hanno la minima possibilità di comprendere il dolore altrui, perché non lo conoscono. L’assenza prolungata dal dolore quotidiano della gente che sopravvive, ne ha fatto due automi che al massimo riescono ad elaborare una confusa ma distante pietà, quando non una compassione pelosa da dame di carità. Fanno beneficenza, non danno affetto. Accolgono l’infelice in casa propria con lo stesso atteggiamento con cui andrebbero a trovare un malato all’ospedale. Sebbene si circondino di gente, il dolore sul volto e nella voce di quella stessa gente non sembra sfiorarli in modo autentico. Non piangono mai, il loro tono di voce è sempre identicamente cordiale, allegro, positivo. Anche quando gli capitano per casa relitti umani, possibili aspiranti suicidi, persone il cui stesso viso è devastato dall’infelicità cronica, non si scompongono. Regalano decine di pacche sulle spalle, qualche abbraccio, ma la verità è che davanti al dolore non sanno sciogliersi, non si scompongono, in altre parole la loro felicità cristallizzata li ha resi inumani. Leggi il seguito di questo post »


E intanto anche Clint Eastwood mi sbaglia un film

22 marzo 2010

Non sono uno di quei tipi che vanno al cinema a scatola chiusa, così per il piacere di andarci. Vado al cinema per vedere dei bei film, visto che pago profumatamente per la loro visione. Detesto uscire dal cinema con le balle che mi fumano perchè ho sprecato oltre sette euro per vedere una colossale cagata. Dunque seleziono molto attentamente l’offerta e, scartando a priori quasi in blocco l’orrendo cinema italiano, mi affido ad autori fidati, o a generi che amo particolarmente.

Clint Eastwood, per dire, è per me il miglior regista vivente. Fa cinema classico, solido, universale, girato con maestria. Con lui vado sul sicuro, da un decennio circa. E’ stato capace di far commuovere questo vecchio orso privo di cuore per ben due film consecutivi, Mystic River e Million Dollar Baby. Per non parlare di quando ho visto in tv I ponti di Madison County e, per la prima (e ultima) volta in vita mia, mi sono commosso come una Bridget Jones qualunque di fronte ad un melò che, ad una lettura veloce della trama, sembrava essere il solito polpettone melenso per casalinghe avvinazzate.

Ecco dunque che, uscito questo Invictus, ho trovato finalmente tempo e soldi per recarmi baldanzoso nel multisala vicino casa.

La trama del film in soldoni è questa, e non credo di spoilerare dato che si tratta di una storia sostanzialmente accaduta: narra della vittoria della nazionale sudafricana di rugby nel mondiale giocato in casa nel 1995. Nei primi anni ’90, abolito l’apartheid, Nelson Mandela è eletto presidente del Sud Africa dopo oltre 20 anni passati in gattabuia a spaccar pietre. Il rugby è da sempre lo sport dei bianchi, e la squadra degli springboks, da sempre l’orgoglio sportivo degli afrikaner, è invece detestata dalla maggioranza nera. Invece di far fuori uno storico simbolo della segregazione razziale abolendo la maglia verde oro e sbattendo fuori a calci un bel po’ di visi pallidi mettendoci al posto qualche bel colored, Mandela ritiene che proprio da quella squadra si possa partire per una bella pacificazione nazionale. Il suo sogno è che si vinca i Mondiali e la nazione nera si stringa attorno a quella squadra di bianchi. Ovviamente, ci riuscirà.

Ora, questo vuole essere un film che celebra l’intuizione quasi eretica di un uomo straordinario, nonchè la sua capacità sovraumana di perdono: un uomo rinchiuso per decenni in una cella due metri per due che, quando esce, invece di far fuori col gas nervino quella minoranza di tangheri razzisti che gli ha rovinato la vita, si dedica alla riconciliazione tra bianchi e neri.

Come puoi tirare merda su un film così, mi chiederete? Perchè l’avete già intuito che sto per farlo….

Perchè sì, cazzo. Il film non è brutto, chiariamoci. E’ solido e di ampio respiro. Ma stavolta non è un film asciutto. E’ un film piatto, che scorre verso la fine senza un sussulto di emozione, troppo impegnato a celebrare un uomo che è dipinto come un Santo, anzi, una sorta di concentrato di tutti li santi. Un uomo così perfetto che quasi ti annoia, ti irrita per la capacità di fare sempre la scelta giusta, e sopratutto ti fa venire il dubbio, anzi ti fa proprio sperare, dopo due ore di patinata agiografia allo stato puro, che magari nella realtà Mandela sia un tantino più stronzo di come viene dipinto.

Per tutto il film non fa che essere gentile come il più affettuoso dei nonni, il più galante dei gentlemen, il più interessato degli amici, il più buono dei filantropi, il più comprensivo dei datori di lavoro. Sorride sempre, saluta tutti, anche quando nella sua prima comparsa nello stadio la gente lo fischia e gli tira secchiate di birra quasi addosso, lui continua a salutare come il papa a San Pietro.

Poi sta cosa della fissa per il rugby che per lui diventa un’ossessione. Comincia a vedersi tutte le partite, interrompe vertici intergovernativi per vedere la sintesi della partita, manca poco che si porta la radiolina nascosta nella giacca come Fantozzi. Impara a memoria tutti i nomi dei giocatori, magari si scambia le figurine panini con i ministri, ce l’ho, mi manca, ce l’ho, mi manca. La sua consigliera ad un certo punto gli chiede senti Mandela, cristo, ma occuparsi di disoccupazione, inflazione, scuola, sanità, ti pare brutto? E lui davanti alla tv col secchiello di popcorn che risponde zitta porcatroia che c’è un piazzato da posizione favorevole. Quando la Nuova Zelanda passa avanti nel secondo tempo della finale, al rallenty è possibile tradurre il labiale di Mandela che alza le mani al cielo e butta un gigantesco porcod…

E poi i dialoghi, santoddio, i dialoghi. Pare un libro stampato, quando parla. Speri per tutto il film che mentre sta piazzando la sua ennesima perla di saggezza gli scappi un rutto o una scoreggia, o mandi affanculo qualcuno. E invece è un aforisma umano, illumina e ispira persino quando sorseggia il thè senza il tipico risucchio che fanno gli anziani. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo II, Antropologia)

23 febbraio 2010

Continua da qui…

Al di là delle provenienze geografiche, il concorsista rimane una creatura affascinante a prescindere. I motivi per cui partecipa ad un concorso sono spesso vaghi, inconcludenti, o viceversa figli di un progetto ben preciso. A volte, nipoti della disperazione. All’atto di spedire la raccomandata, egli sa che sta per imbarcarsi su un carrozzone che avrà tempi biblici, rinvii a cascata, correzioni interminabili, graduatorie rimandate, cancellate, annullate e poi riscritte, e infine assunzioni scaglionate nel tempo. Chi si iscrive ad un concorso oggi, sa che se lo vince sarà assunto tra 5 anni minimo. Chi cazzo gliela fa fare?

La risposta la conosciamo tutti, e si chiama posto fisso. E’ il sogno di poggiare il culo su una sedia, la stessa sedia (preferibilmente non una diabolica sedia stokke) per tutta la vita, percepire uno stipendio sicuro, tendenzialmente basso ma sicuro, tendenzialmente sempre quello ma sicuro. E’ un sogno di merda per tutti quelli che hanno progetti più alti nella vita, o per chi ha velleità artistiche, o sogni da realizzare, o vuole anche solo provare l’ebbrezza e il rischio della libera professione.  Le persone che si ritengono dotate di talento, le persone coraggiose, le persone che aspirano ad elevare la loro esistenza dalla piattezza del consueto, fanno bene a rischiare del proprio e a mettersi in gioco.

Per tutti gli altri c’è il posto fisso, meglio se pubblico.

Non potrai certo realizzarti professionalmente, ma almeno avrai le porte spalancate per un mutuo. Non potrai certo realizzare chissà quale progetto lavorativo, ma avrai tempo libero sufficiente per realizzarti in altro. Non potrai creare nulla di tuo, nè sentire dentro il sacro fuoco dell’intuizione divenuta successo, ma le tue ferie saranno tutte pagate, a Natale avrai la tredicesima.

La vita si distingue tra chi osa e chi si fa due calcoli, tra chi non riesce a concepire di poter ambire alla sola sopravvivenza e chi ha il terrore di trovarsi alfine con il culo per terra.

Ecco il premio di queste lotteria, la sopravvivenza garantita, nulla di più, nulla di meno.

Se il premio è questo, come ce la si fa? Quale l’atteggiamento, lo stato d’animo, le reazioni emotive del concorsista medio durante questa lunga traversata nel deserto, tra bandi e preselezioni, scritti orali graduatorie e lettere di assunzione?

Durante la mia lunga esperienza concorsuale ho imparato a distinguere alcune categorie, che vi propino tosto senza presunzioni di completezza:

1) Il concorsista in preda al panico

Il concorsista in preda al panico si sta giocando l’intera sua esistenza. Che siano le preselezioni, gli scritti o gli orali, la sua faccia tradirà muta disperazione. Il maschio suda copioso, ho visto ascelle pezzate e schiene adese alla pelle davanti al mio banco, e puzze rancide che ti viene da lacrimare. Scorte di medicinali, perchè hanno sempre la febbre o credono di averla. La femmina invece piange, e se non escono lacrime il suo sguardo non è meno impegnato nello sforzo di farlo. Si guarda intorno attonita, alla ricerca di un gancio in mezzo al cielo. Sia il maschio che la femmina sfogliano il manuale fino all’ultimo secondo, furiosamente, sentono bisbigliare in giro di possibili argomenti e quello sfogliare diviene ancor più compulsivo, nevrotico, violento. Al momento della dettatura del tema, il momento cruciale di qualsiasi concorso, guardano il presidente della commissione come si guarda iddio quando ci giudicherà alla fine dei giorni con san pietro chiavi in mano al suo fianco. Dopo la dettatura, qualsiasi sia il tema, si accascia sul banco, o piange, o fissa davanti a sè invocando il teletrasporto verso casa. Leggi il seguito di questo post »


Fenomenologia del concorsista (capitolo I, Geografia)

22 febbraio 2010

Nella mia vita precedente di cazzeggiatore professionista, laddove ogni mio sforzo era proteso fino allo spasmo nel cercare di rimandare il più possibile il giorno in cui avrei dovuto lavorare sul serio, ho provato mille strade per provare a temporeggiare, a menare il can per l’aia, insomma, a resistere disperatamente alla spada di damocle che stava per calare sul mio collo pennuto di aspirante fancazzista a vita.

La prima mossa è stata quella di laurearmi fuori corso, ma talmente fuori corso da farmi quasi dedicare un’ala della facoltà con tanto di busto in marmo e un epitaffio latino sotto accanto alle teste d’uovo che hanno reso famosa l’università di Parmaperopoli. Però succede che prima o poi ti laurei, anche se a 27 anni, ma ti laurei. Sei fuori dal mondo protetto dell’università, in cui il tuo lavoro era studiare, male e lentamente. Che fai? Ma ovviamente un’esperienza post-universitaria di 4 anni, che ti porta in tasca due lire due di elemosina, più altro tempo guadagnato facendo finta di fare il ricercatore impegnato in innovativi percorsi accademici. Poi però finisce anche quello, e a 32 anni ti ritrovi con l’ansia da lavoro. E’ forse arrivato il momento, ti chiedi? Certo che no, c’è un’ultima possibilità: i concorsi pubblici. Mettersi a studiare a tempo pieno per decine di concorsi, e rimandare ancora la ricerca dell’occupazione vera. E’ quello che ho fatto per due anni fino a pochi mesi fa (anche se nel frattempo il lavoro l’ho trovato) ed è stata un’esperienza interessante sulla quale è bene svolgere uno sforzo teorico di sistematizzazione. Cominciamo dalla mia materia preferita, la geografia.

Colui che si dedica anima corpo e culo ai concorsi proviene  9 volte su 10 dal sud. No, troppo generico, non va bene, chi prendo per il culo, tagliamola corta:  il concorsista medio proviene dalla Campania. Noi pugliesi, siciliani o calabresi siamo comparse non certo esigue, ma poche balle, l’idioma che regna sovrano nel marasma delle preselezioni nei palasport, i cognomi che vengono scolpiti nelle graduatorie pubblicate dai ministeri, i treni della speranza che partono in direzione Roma o Milano per affrontare megaselezioni nazionali, tutto ci dice che, se il lato oscuro della Forza  ha preso possesso di Darth Vader,  il lato concorsuale della Forza scorre invece vigoroso nel cittadino campano.

Ma volendo rimanere nel più vago orizzonte del meridione d’italia, è indubbio che noi zappaterra siamo i più abili compilatori di domande, i più solerti spedizionisti di raccomandate, le più voraci locuste che prendono possesso del garage dell’Ergife di Roma come della Fiera di Rho, riducendo la popolazione concorsuale di visi pallidi settentrionali a coraggiosi rappresentanti di una specie che non è in via di estinzione solo perchè lo è sempre stata.

Mentre noi figli della Magna Grecia prendiamo possesso fisico delle postazioni, facciamo amicizia con i vigilanti, ci snoccioliamo le decine di concorsi già fatti come se fossero figurine Panini da scambiare, e lamentarci con la sfiga o le raccomandazioni che ci hanno impedito di vincere, insomma organizziamo una piccola piazza coperta colorata come al nostro solito, i pochi settentrionali che hanno il coraggio di insinuarsi in quel girone dantesco si guardano straniti, pavidi, lievemente inquieti, come qualunque minoranza accerchiata da una ingorda e chiassosa maggioranza. Leggi il seguito di questo post »


Caravaggio e Francis Bacon for dummies

20 gennaio 2010

Post pseudo culturale lungo e palloso. Bollino nero.

Prima che qualche blogstar mi bruciasse sul tempo, avrei basato il post che avete tra le mani su una delle tante verità dylaniane lisergicamente incastonate in quello che io ritengo il suo capolavoro letterario-musicale, ovvero Visions Of Johanna. “Inside the museum infinity goes up on trial”, afferma il menestrello, e che dentro i musei l’infinito che traspira da quadri e sculture impilate in successione venga come bruscamente messo a giudizio, è stato sempre un mio  legittimo sospetto.

E poi c’è l’atavica questione della fruizione dell’arte, se essa cioè non possa che essere oggettiva, in quanto necessario frutto di una pregressa preparazione, studio, erudizione. E che senso abbia invece un approccio ignorante, impreparato, del tutto soggettivo, che ignori qualsiasi forma di mediazione e decodificazione e affronti la tela disarmato. Pippe mentali, ovviamente, ma che all’interno di un museo, a contatto ravvicinato con decine di opere che si succedono a mitraglia, ti portano sempre a dubitare del tuo sguardo o della tua percezione.

Infine, last but not least, ti si insinua dentro il tarlo più insistente, visto che una mostra temporanea costa sempre un sacco di soldi: quanta impostura c’è in quello che stai per andare a vedere? Quanto ti stanno prendendo per il culo, con la scusa che sei un ignorante e di arte moderna/contemporanea ne capisci una mazza? Insomma, per l’inferno, andare al museo è una bella fatica cerebrale che ti tempra ancor prima di entrarci.

Però io dentro i musei ci sto bene. Avrei fatto carte false per fare il guardiano di un museo, il sorvegliante, la maschera. Ho anche provato un concorso, ma è andata buca. Quelli che sono lì, seduti in ogni sala, a controllare che a nessuno venga in mente di staccare un alluce a martellate a qualche scultura o di aggiungere colore a qualche capolavoro inestimabile. Lavorare in mezzo a quanto di meglio l’uomo abbia saputo produrre, respirare la storia, intuire il genio. Dopo due mesi mi sarei suicidato dando testate sui seni di un Canova, però nel frattempo sarebbe stata una gran vita.

Nel week end scorso sono stato rapito, incappucciato e trascinato fino a Roma da due figuri diversamente emiliani che per brevità chiamerò i Due Bonzi, e sabato sera mi sono ritrovato, come per magia, all’entrata dell’elegante Galleria Borghese di Roma. Oggetto della mostra, opere di Caravaggio e Bacon. Ora, se Caravaggio lo conosciamo tutti, lo abbiamo studiato a scuola, e appena mettiamo piede al Prado o agli Uffizi ce lo ritroviamo in tutta la sua magnificenza, devo ammettere che di Francis Bacon avevo una conoscenza limitata, se per conoscenza limitata intendiamo che non sapevo assolutamente chi cazzo fosse, e tendevo mostruosamente a confonderlo con l’omonimo filosofo empirista di diversi secoli addietro. E questo svela che il vero motivo per cui ero a Roma era mangiare una amatriciana decente in qualche bettola.

Ad ogni modo, ignorare assolutamente cosa avesse prodotto il pittore in questione, era per me una nuova occasione per approcciarmi all’arte in modo totalmente libero, avulso da nozioni spesso fuorvianti, da giudizi forgiati da qualcun altro, da percorsi esegetici noiosi e posticci. Io di fronte ad un genio, dunque: forza, fammi vedere cosa sei riuscito a fare nella tua vita prima che qualcun altro mi risparmi la fatica e mi dica cosa devo pensare di te, come devo giudicarti, quale particolare delle tue tele deve essere tenuto a conto, chi o cosa ti ha influenzato, di cosa sei morto e se eri omosessuale.

Ecco dunque che il mio percorso museale è stato scandito, per tutte le due ore, da una serie di approcci ignoranti alle tele dei due artisti, di cui vi porgo solo un estratto per impedire che sfasciate il vostro portatile dalla noia. Leggi il seguito di questo post »


Io e Dio (storia di un cattolico eretico infiltrato) parte seconda

8 dicembre 2009

Riassunto della puntata precedente: narrasi della mia concezione del rapporto con Dio e con la religione cattolica che avevo a 8 anni. Una concezione ingenua ma nondimeno eretica, che se avessi rivelato ad un prete mi sarebbe costato un badile di penitenze e minacce e avvertimenti. Ma non era mica finita.

Il mio rapporto con la Madonna è stato strano e asettico. Tutti mi dicevano di pregarla perchè era la madre di tutti, anche la mia. Ma io ce l’avevo già una mamma. Non mi veniva di considerarla tale, avere due mamme era una concezione un po’ troppo avanti per un meridionale come me, insomma, non ero nato mica  in un compound mormone nello Utah. Lei era una gentile signora dal candido aspetto, anche se quel serpente schiacciato sotto i piedi mi lasciava timoroso e sempre ad almeno due metri da ogni sua statua. Le portavo rispetto e venerazione, ma se vogliamo rimanere nella metafora familiare, la consideravo più una zia premurosa, ecco (quindi Gesù era davvero mio cugino, ora che ci penso. Salvatore, perdonami se non ti ho creduto).

I santi li ho ignorati bellamente tutti, da quello di cui porto il nome (San Paperoga) sino a quelli più importanti. Mai pregato un santo perchè mi tirasse fuori da un guaio. Sapevo che avevano anche loro dei superpoteri, vedi Sant’Antonio e l’ubiquità o San Francesco e le sue doti da Dr. Dolittle. Ma non mi dicevano granchè, poi molti di loro avevano avuto una fine atroce, un sacco di loro erano morti di martirio, crocefissi capovolti, trafitti da frecce, segati in due, la loro vita era stata difficile e povera e stentata, la loro gloria riconosciuta sempre postuma. Insomma, non erano proprio come Rambo e Rocky, le colonne morali di ogni ragazzino del 1983.

Restava Dio. Ecco, con lui ci parlavo. Esponevo le mie teorie, le mie richieste, proponevo ragionevoli proposte di permuta. Ponevo a lui i miei interrogativi teologici, e il Padre nostro è una delle preghiere che non ho ancora scordato. Se per me fosse un secondo padre o un terzo nonno o lo zio d’America, non lo avevo chiaro in testa.  Ma poco importava l’albero genealogico. Sapevo che lui mi aveva creato e che quindi era lui a cui dovevo rivolgermi evitando prestanomi o faccendieri o call center.

Da piccolo la sera leggevo anche la Bibbia. L’Antico Testamento, per la precisione. Un’avventura incredibile, storie piene di suspence, sangue, colpi di scena, dinastie di re, persone intrappolate nella balena, ragazzini con le fionde che affrontano giganti, profeti nelle fosse dei leoni, minchia che gran ficata che era la Bibbia. Però poi mi fu detto che la Bibbia non bisognava mica leggerla così, con questo spirito libero. Che andava bene leggerla, però poi bisognava parlarne con qualcuno, preferibilmente in divisa da prete, che ti spiegasse cosa c’era scritto. Che era un libro difficile e pieno di insidie, poteva portare a pericolosi percorsi di eterodossia. Forse però me lo dissero che era troppo tardi.

Anche questa storia della confessione, non mi andava mica tanto bene. Dopo un po’ che lo facevo, la sensazione di liberazione che ne conseguiva aveva lasciato il passo all”imbarazzo di chi autoviolava la sua privacy per raccontare ad uno sconosciuto, benchè fidatissimo, tutte le porcherie che combinava. Col tempo, me ne uscivo più sporco che liberato, più appesantito che con in testa un alone temporaneo di santità. Leggi il seguito di questo post »


Io e Dio (storia di un cattolico eretico infiltrato) parte prima

7 dicembre 2009

Avvertenze: questo è un post blasfemo e irriverente, che mescola satira religiosa a considerazioni empie. Astenersi suore, preti, frati, cattolici praticanti, fans di Padre Pio, flagellanti, ciellini, portatori sani di cilicio, Legrottaglie e soprattutto mia madre.

Devo ammettere che, guardando indietro fino al cuore della mia infanzia, non ho mai avuto un rapporto pacificato con la religione cattolica. Benintenso, ho un pedigree che qualunque chierico mi aprirebbe le porte di qualsiasi sacrestia in piena notte al solo schioccare dell’acquasantiera. Ho fatto incetta di sacramenti, posso vantare ben 4 bollini su 7, mi mancano solo il matrimonio, l’ordine sacro e l’estrema unzione (tiè) per portare a casa il set di pentole. Ho fatto asilo e scuole elementari dalle suore, catechismo ogni giovedì pomeriggio fino ai 14 anni, una frequentazione domenicale della messa protrattasi sino ai 20, una fede più o meno decente nella nebulosa del trascendente rimasta salda fino ai 22. Insomma mi metto dietro una buona fetta di umanità e non escludo che, per quando ci sarà il Grande ballo finale, io possa ritrovarmi in una buona posizione per salvare le chiappe, mostrando sto popò di curriculum vitae.

Però poi, se analizzo bene alcuni dati, capisco che sono sempre stato un miscredente sin da quando ero piccino. Anzi, ben più che un miscredente. Un infiltrato dell’eresia. Un agente provocatore dell’eterodossia.

Per cominciare dall’ABC del cristianesimo, tanto per dire io a 8 anni credevo fermamente in Dio, ma a me il Disegno Divino già a quei tempi sapeva di grande sola. Cioè, mi veniva insegnato che Dio aveva creato la Terra/Paradiso Terrestre, e ci aveva messo dentro l’uomo perchè lo amava e voleva che ci vivesse in eterno. Tralascio l’affaire “mela-Eva-serpente” perchè capivo già allora che era una innocua favoletta allegorica (il Creazionismo mi provocava risa ilari già dai 5 anni, mentre per l’Intelligent Design ho aspettato i 20). Ma fatto sta che Dio mise alla prova l’uomo che ovviamente cannò clamorosamente, e Lui trasformò la Terra in un luogo di sofferenze, sangue e dolore. L’incazzatura non gli passò per tutto l’Antico Testamento, infatti è un susseguirsi di tremila anni di diluvi, pestilenze, intere città distrutte, esodi nel deserto, guerre sanguinose, piaghe carestie e sacrifici di unigeniti. Poi però accade che Dio dà una seconda possibilità all’uomo. Manda suo figlio e cerca di stemperare i rapporti, ok dice, ho fatto un po’ il bullo di quartiere, ma l’ho fatto per il vostro bene, voi mi fate davvero incazzare. Adesso provo a prendervi con le buone, vi mando mio figlio che ha un look più giovanile e rassicurante, vi parlerà di amore privo di vendette e sacrifici umani, persino di giustizia sociale, vi semplificherà i 10 comandamenti (chè avete fatto un casino) con due regolette omnicomprensive, “ama il Dio tuo” e “ama il prossimo tuo”. Ovviamente perchè il messaggio sia chiaro e rimanga impresso nei secoli dei secoli mio figlio ve lo offro in sacrificio, lo faccio anche ammazzare da voi nel peggiore dei modi, (crocefisso da vivo, tsè, manco nei film di Tarantino) per poi resuscitarlo con un coup de teatre che faccia notizia in tutto il mondo, in modo che nulla possa sfuggire nemmeno al più distratto degli idioti. La prossima volta che vengo, però, faccio il giudizio universale, sia chiaro,  quindi adesso rigate dritto…

Ecco, a me non convinceva proprio sta cosa che Dio ci aveva voluto mettere alla prova. Ci spedisce in terra e dice, hai una vita per dimostrare di essere degno del regno dei cieli, non importa che duri 2 mesi o 107 anni, vedi di farla fruttare mescolando sapientemente libero arbitrio e la rigida dottrina cattolica sviluppata da questi bravi uomini di chiesa che mio figlio non l’hanno conosciuto manco di sguincio, e poi ti riprendo con me. Già allora, per me non aveva senso. Perchè metterci alla prova? Cos’era, un gioco a premi? Una gara di abilità? La madre di tutti i reality? Una forma di divertimento voyeuristico? Un gioco di ruolo dal vivo in cui Lui era il master? Ci ha creato perchè ci ama o per metterci alla prova? Nel secondo caso, siamo sicuri che si tratti di un Dio buono e misericordioso, o abbiamo preso il più grande granchio di tutti i tempi e siamo pedine in mano ad un sadico? Leggi il seguito di questo post »


Summer on a solitary beach

10 agosto 2009

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E’ ancora possibile passare le vacanze nella salentina terra natia senza perdersi dentro ad un verminaio di persone in costume da bagno che si contendono un metro quadrato di mare? Anzi, di più, è ancora possibile trovare un pezzo di spiaggia sostanzialmente deserta onde poter coccolare la propria natura misantropa lontano da grida sguaiate, sentori di coppertone e musica disco che ormai ottundono i sensi che più non  colgono l’odore e il rumore del mare medesimo?

E’ possibile, ma occorre fare una scelta di campo, anzi, diverse scelte di campo.

Anzitutto, scordatevi le spiagge alla moda, quelle che, a ragione o a torto, sono diventate i must dell’estate salentina. Dovete cercarvi spiaggette appartate, semi nascoste, che presentano qualche imperfezione (tipo un fondo misto scoglio/sabbia, che scoraggia le famiglie e le comitive di giovani). Oppure andate sulla litoranea che da Brindisi scende verso sud. E’ il Salento non ancora scalfito dall’invasione turistica, quello di marine in cui a stento c’è l’illuminazione. Niente locali, pochissimi lidi, solo kilometri di spiaggia e dune ed un mare che, se la tramontana non lo fa incazzare come di solito fa, non ha nulla da invidiare alle perle dello Ionio. Ma anche quando lo fa incazzare, a me piace lo stesso.

Dunque, se volete andare sul sicuro, fate come me, ed andate nelle spiaggie estromesse da quella ininterrotta “vasca” che da Torre dell’Orso scorre verso Otranto e poi scende verso Leuca e poi risale verso Gallipoli e infine Porto Cesareo. Ed andateci quando soffia come un matto il vento da nord-est e non trova ostacoli di sorta per vomitarti sulla riva onde su onde che rendono la spiaggia un enorme bagnasciuga. Io ci sono andato l’altro giorno, ed è stato un pomeriggio di rara bellezza.

Ci arrivo che sono le tre di pomeriggio. Ho tutto quel che mi occorre: slip neri per il bagno, crema solare per la mia pelle delicata quasi come quella del culo di un bambino, una sediolina pieghevole, occhiali da sole, un libro. In spiaggia il vento insiste a non so quanti nodi, e superata la duna mi accorgo ci saranno una decina di persone in cento metri di costa sabbiosa. Il resto è il paradiso dei kite-surfers. Decine di questi aquiloni giganti gonfi di tramontana che trasportano a velocità folli dei giovani che piroettano sulle loro tavole, a volte alzandosi in volo che pare siano destinati a rimanerci, in aria, a volte planando sulle onde come se stesse pattinando sul ghiaccio.

Posiziono la mia sedia, mi spoglio, metto la crema, prendo il libro ed affondo nella mia solita posizione da anziano, che in realtà è la posizione di chi osserva. Io non sono capace di fare molte cose, mi pare di dire un’ovvietà, e quelle poche che faccio le faccio con abbastanza goffagine. Ma osservare mi riesce benissimo, e quando sono in spiaggia seduto davanti al mare, mi metto a guardare come un’idiota quello che accade intorno, e siccome non c’era molta figa da mirare, mi sono innamorato dei kite-surfers. A me piace osservare sopratutto quello che non so fare e che nemmeno tenterò mai di fare nella mia vita. Fare surf trainato da un enorme specie di paracadute dimezzato non farà mai parte delle mie esperienze. Uno perchè data la deprecabile forza dei miei muscoli le braccia si separerebbero dalle spalle nel giro di 10 secondi, volando in cielo assieme al paracadute, mentre io rimarrei a terra come una venere di milo in versione maschile e di parecchio dimagrita, oltrechè urlante. Due perchè a me le cose belle piace più osservarle che viverle. E su questa frase terribile è bene stendere un velo pietoso e chiamare lo psichiatra di turno per farmi spiegare come ho potuto sprecare la mia vita fino a questo punto. Leggi il seguito di questo post »


Melting Coop

13 aprile 2009

ipercoop

Con una casa ormai svuotata di qualunque genere di prima necessità, sono tornato a fare la spesa al supermercato dopo secoli. Credevo che andarci il mercoledì di Pasqua fosse una mossa prudente, ad evitare l’affollamento da stadio della gente che, quando vede una festività, impazzisce e corre a svaligiare la grande distribuzione portandosi a casa di tutto.

Mi sbagliavo. Parcheggio praticamente a 400 metri dall’ingresso dell’Ipercoop, se lo avessi saputo mi sarei portato una borraccia d’acqua e della carne essiccata per superare indenne il lungo trekking nel deserto cementificato costellato da centinaia di vetture. Durante l’avvicinamento assisto a plurime litigate tra parcheggianti troppo lenti in uscita e troppo smaniosi in entrata, roboanti mandate affanculo perchè uno ha fottuto il posto all’altro, e intanto più m’avvicino più vedo macchine che si aggirano come cani randagi alla ricerca del miracoloso posto a tre metri dall’ingresso. In vita mia ho visto molti più accenni di rissa in un parcheggio che allo stadio o fuori da un’osteria, e se fossi un sociologo potrei scriverci un agile e ficcante pamphlet. Ma non lo sono, dunque tiro avanti.

Col mio carrello sferragliante a sbandare -  per la legge di murphy estraggo sempre è quello in cui le rotelline funzionano alla cazzo di cane – mi introduco nel magico mondo dell’ iperconsumo cooperativo. L’ingresso del supermercato vero e proprio è intasato di gente. Hanno piazzato in offerta centinaia di tipi di uova di Pasqua, e la gente sembra proprio non poterne fare a meno, caricano come facchini uova su uova nei carrelli, soppesano le sorprese, scegliendo inevitabilmente le uova dalla confezione più pacchiana. Io, che ritengo le uova di Pasqua una delle inutilità più lampanti create dal consumismo delle festività, spingendo e tuzzando i carrelli alla fine riesco a passare indenne. Il cioccolato lo prendo a barrette, è cinque volte più buono e lo pago diciotto volte meno, sembro voler dire con il mio sguardo pietoso alle coppie adulte che fanno incetta di simil cioccolato. E ancora non ci avete rinunciato al fatto che la sorpresa fa sempre cacare? Odio chi non si rassegna alle costanti della vita.

Ma non è della mia spesa che voglio parlarvi, figuratevi cheppalle. Ma di due famigliole di stranieri in cui mi sono imbattuto a qualche minuto di distanza l’una dall’altra. Di due esempi di integrazione nella nostra ancora nascente società multietnica e in particolare qui, nelle alcaline terre emiliane, da sempre terra di accoglienza – dicono – ma recente nuovo territorio di caccia – dico io – di visi pallidi sempre incazzati con abbacinanti camicie verdi.

Esempio di integrazione numero 1

Sono davanti agli scaffali dello scatolame, di fronte a cinque metri di distese di polpa di pomodoro. Leggo i prezzi al chilo, valuto le marche, confronto le confezioni. Cogito socraticamente, considero, prevedo, programmo, comparo. Alla fine scelgo la marca più sfattona, dove probabilmente ai pezzi di pomodoro saranno stati aggiunti anche torsoli di mela, giornali cinesi e scaglie di sapone, il tutto per insaporire. Dietro di me sento confabulare amenamente in una lingua misteriosa, i cui accenti arcaici ho sentito solo al cinema durante i dialoghi tra Frodo e la dama Galadriel. Mi volto e vedo una famigliola di rom, o almeno così paiono, che discute animatamente sul vasetto di maionese da accattare. Decidono, prendono, si muovono, il tutto con gesti improvvisi e nervosi, il carrello tenuto quasi alla briglia, il loro passo è sì ciondolante ma veloce, non perdono tempo inutile. Li seguo da dietro, mentre avanzano ciarlanti e sorridenti, sono tre donne praticamente identiche tra loro, secche secche coi loro scialli sgargianti da vecchie prozie, scure e grinzose come la strega Bacheca, un uomo sulla cinquantina altero con la barba grigia, una sorta di Raz Degan 20 anni dopo, e dopo almeno due enfisemi. Li seguo ancora un poco, prendono qua, mollano là, e si avvicinano alle casse. Io proseguo per la mia strada, e lì sì che partono infine le mie considerazioni sociologiche. Leggi il seguito di questo post »


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