Consigli sparsi per limonare a 15 anni

16 marzo 2011

Ora chi legge sto blog si sarà fatto magari l’idea che io odio i “teenagers”, se ancora così si chiamano. Ma non è vero niente, anzi. E’ la categoria generazionale che detesto di meno. E’ vero, sono soliti essere rumorosi, idioti, cacofonici e si vestono in modo demenziale. Ma in fondo sono spontanei, ruspanti, incolpevoli della loro stessa superficiale dabbenaggine. Molto peggio i ventenni, gli universitari, cazzo, non sanno nulla della vita ma credono di averla capita alla perfezione e ne parlano, ne scrivono, ne discutono, mamma mia che palle i ventenni, una sequela interminabile di “vorrei ma non posso” o “potrei ma non voglio”, il tutto accompagnato da dotte spiegazioni su un universo mondo di cui non conoscono una verga. Noi trentenni siamo più assennati, forse, ma anche notevolmente più meschini. Quindi come vedete i liceali sono ben lontani dall’essere i nemici pubblici numero uno della mia quiete mentale e della mia tendenziale misantropia.

Ad esempio stavolta voglio dare alcuni disinteressati consigli al tipico maschio quattordici-quindicenne che, in piena eruzione di testosterone, punta ogni femmina respirante sua coetanea pronto alla sua prima cotta seria. Oggi ho visto in treno un ragazzo che squadrava perdutamente innamorato una sua compagna di scuola, e celava a fatica la voglia di stringersela al petto. Era il più timido della combriccola, ma gli occhi gli fiammeggiavano e nervosamente le mani andavano a spostare i capelli nella posizione forse ritenuta più piacente, mentre lo sguardo a volte si poggiava per terra e le mani diventavano pugni, perchè sto ragazzetto non riusciva a dire una parola.

Ora, amico mio, nessuno più di me può capirti. A 13-14 anni ero molto più timido di adesso, e le ragazze erano pianeti impossibili da raggiungere malgrado mi gravitassero accanto sempre più affascinanti, perchè più grandi, smaliziate, e con i seni in apparente inarrestabile crescita. Riuscivo raramente a ricambiare lo sguardo di una ragazza (la cosa mi capita tutt’ora) e benchè qualcuna ogni tanto mi lanciasse strani segnali, non ero mica tanto bravo a capirli al volo, almeno prima che l’ape si posasse su un altro fiore (non ho parlato di farfalla perchè non sono volgare). Ecco dunque qualche breve consiglio da chi ci è passato. Leggi il seguito di questo post »


Il Grinta Paperoga vs. la Banda dei 4 Pischelli

1 marzo 2011

Ammetto che me la sono un po’ cercata. Non si va al cinema di sabato alle 7 di sera in un Multisala. Ho fatto una cazzata, d’accordo. Però diamine, chi se lo aspettava che a vedere un film dei Coen e per di più a vedere un western vecchio stampo, genere demodè per vecchi bacucchi, ci fossero una nidiata di ragazzini con ancora tracce di latte materno sulle labbra?

Quando sono entrato in sala e mi sono immesso nella fila assegnata, ho visto un quadro di puro orrore stamparmisi sul viso: dietro di me ci sarebbero stati 6 ragazzini la cui età sommata avrebbe a fatica raggiunto la mia. Pieni di bidoni di pop-corn, hanno già provveduto a sporcare la sala come un veglione di carnevale. Ho già capito che sarà una lunga e dura serata…Davanti a me si parano invece una flottiglia di ragazzine di pari età, meno rumorose ma ugualmente fastidiose e con un tono di voce insopportabilmente alto.

Ma io in fin dei conti sono un tipo burbero ma tollerante. La mia regola al cinema è: finchè il film non comincia, in sala la gente può ancora darsi all’indecenza. Durante la pubblicità o i trailers ai miei compagni di sala è concesso parlare, stiracchiarsi, persino petare. Ma quando il film inizia, il Grinta Paperoga non concede pietà. E siccome so già che sarà difficile tenere a bada una banda di ragazzetti di cui è appena riconoscibile il sesso, è bene imporsi già da subito, anche perchè sin dalla prima scena stanno già autodemolendo la loro già zoppicante dignità. Ecco dunque che al terzo-quarto commento a voce urlante dopo manco 30 secondi di film, mi giro verso di loro in modo fermo e gli avverto come farebbe uno zio amorevole con un perentorio “STIAMO GIA’ COMINCIANDO A ROMPERE I COGLIONI?” Vedo i loro volti farsi seriosi, e un signore vicino a me, che si stava lamentando col solito modo timoroso, come se tutti i gruppetti di ragazzini fossero potenziali baby gang, mi guarda inorridito, come se non ci si possa rivolgere a dei 15enni in questo modo. Potrei fargli notare che, se non ci fosse il codice penale di mezzo, ci sarebbero ben altri modi per rapportarsi a questi giovani candidati all’idiozia, ma preferisco concentrarmi sul film.  Leggi il seguito di questo post »


Il salvadanaio, la vespa e la matricola

26 gennaio 2011

L’anno nuovo per me comincia a settembre. I bioritmi scolastici mi sono rimasti dentro a circolare nel sangue, che volete farci, così tanto che il vero capodanno per me coincide sfasato con il grande rientro di settembre. Lo scoccare dell’anno solare arriva solo in seguito, in sordina, sopravvalutato, in ritardo di 4 mesi. Della simbologia del capodanno, ivi compresi botti oroscopi e mutande rosse, me n’è sempre importato cazzi. Tant’è che il mio San Silvestro perfetto è una cena casalinga a sfondarmi di film fino alle 4 di mattina, mentre fuori la gente dà di matto senza motivo rimettendoci arti e dignità.

Ecco dunque che i buoni propositi per l’anno nuovo io li formulo a fine agosto / inizio settembre. Non solo, ho anche delle tradizioni consumate che celebrano la nuova annata. Altro che botti o zampone e lenticchie: da circa 6 anni, ad inizio settembre, inauguro un nuovo salvadanaio. Di quelli vecchi, di coccio, che si rompono solo a martellate. Durante il resto dell’anno, ogni volta che mi ritrovo monete da 1 o 2 euro in tasca (vietato il conio dai 50 centesimi in giù)  ce le metto dentro. Ad agosto il salvadanaio viene rotto, nel fragore di una martellata secca e ben assestata i cocci si fanno da parte e mostrano il piccolo tesoro, e date le monete che ci inserisco non ci sono mai meno di 300 euro. In sei anni co quei dindini ho comprato ora una macchina fotografica, ora una Xbox, ora ho foraggiato un viaggio in Provenza. La mia personale tredicesima arriva dunque ad agosto, sì da concedermi qualche piccolo sfizio in moneta sonante, con la felicità sul volto del macellaio o del droghiere che mi cambia volentieri centinaia di cucuzze in cambio di tutto il mio oro.

Quest’anno, per tagliarla corta, i buoni propositi si condensavano in 3 obiettivi precisi da realizzare entro agosto 2011:

1) Tornare a giocare a tennis.

Non mi prolungo troppo nel mio amore sofferto per il tennis, ci potrei fare 6 post diversi. Diciamo che non gioco da 10 anni, a) perchè nessuno stronzo tra i miei conoscenti sembra essere interessato a fare due palleggi con me, b) perchè i corsi di tennis costano cari e per pagarmeli dovrei rinunciare a comprarmi il cibo; c) ma soprattutto perchè sono un pigro del cazzo.

2) Portare la Vespa in Emilia. Leggi il seguito di questo post »


La profezia di Paperoga (2)

26 giugno 2010

Riassunto della lettera precedente: caro maturando, arrivi alla fine della scuola ignorante e deresponsabilizzato. In cinque anni hanno fatto di tutto per non farti crescere, maturare, diventare consapevole. Qualcuno tra i tuoi pari ce l’ha fatta, ma l’ha fatto controvento, e non tutti ne hanno la forza o la disperazione. L’università che ti aspetta ti scucirà via solo dei soldi, ti darà l’impressione che passare esami su esami sia una dimostrazione del fatto che ho torto, ma in realtà è tutta una giostra truccata, arriverai a discutere la tesi che ti sentirai ancora più disperso. Se la mia ti era sembrata una lettera sadica, sappi che invece era profondamente addolorata. Così come sarà quella che ti scrivo oggi, perchè oggi ti racconto chi troverai al limitare del tuo percorso di studi. Quando andrai a bussare alla porta del lavoro, troverai la mia generazione ad aprirti. E sarebbe meglio per te se ci trovassi Satana in persona. Ma è meglio cominciare dall’inizio, così ti spiego chi siamo noi.

La generazione dei trentenni di oggi, ed io per la mia dantesca età ci rientro a puntino, si è ritrovata tra i banchi delle superiori quando ancora la scuola era una cosa seria. Già in sofferenza, per carità, ma ci siamo evitati di un niente l’iniziale sfascio di fine anni ’90. Non ci piaceva la scuola, così come non è piaciuta a te. Ma riuscivamo a capirne il senso, di quella tortura mattutina, di quelle ore passate nei banchi, di quei pomeriggi sprecati a studiare. C’era un senso, odioso, ma rispettabile, in quello che facevamo. I nostri prof. erano figli di un’altra epoca, e sebbene in là con gli anni ci trasmettevano un senso di decenza e una dignità per cui non potevamo fare a meno di apprezzarli, anche in fondo ai 4 in greco che ci beccavamo. Vivevamo con l’angoscia delle interrogazioni, dei compiti, delle versioni da tradurre. Si rimandava di brutto a quei tempi, ti bastava un niente che perdevi l’estate a ripetere filosofia, perchè poi a settembre non era uno scherzo passarli. Non era facile arrivare alla fine dell’anno con una media decente, e però questo sforzo, per quanto detestabile, riuscivamo ad intuire a cosa servisse. Serviva fare fatica, affrontare prove, essere messi in difficoltà. Serviva perchè in quelle scuole malandate noi comunque stavamo crescendo.

Poi siamo andati all’università. E anche qui, non certo per nostro merito, ci siamo trovati a studiare prima di riforme bislacche che hanno trasformato la durissima prova universitaria in uno scivolo per bambini. Sapete, prima non c’era l’idea che chiunque dovesse iscriversi all’università. C’era chi era portato per studiare, e c’era chi no. Oggi l’università è offerta come esperienza giocosa a qualunque mulo. Campi sterminati, piantagioni intensive di idioti che popolano l’università, arrivando ad insipide lauree triennali ed inutili appendici magistrali, rimanendo identicamente dei sesquipedali idioti. Noi invece l’università ce la siamo dovuti sudare, e molti di noi manco ci sono riusciti a laurearsi. Io stavo per mollare, ad un certo punto, e sì che studiare è l’unica cosa che ho saputo fare nella mia vita. Siamo dunque usciti laureati convinti finalmente che il nostro percorso di studi, magari non eccellente ma degno, potesse pagare. Leggi il seguito di questo post »


Lettera annichilente ai maturandi (1)

24 giugno 2010

Ordunque è il caso di un cappello iniziale alla mia lettera agli studenti che in questi giorni affrontano la Maturità. Qualche ex-blogger mi ha affibbiato il nomignolo di “Grinch della maturità”, dunque è il caso di precisare qualcosa.

Malgrado faccia fatica a nascondere per i giovani un disprezzo per lo più di carattere estetico ed acustico, sono sempre stato un curioso osservatore nonchè sostenitore sincero. Per quanto possano essere insopportabilmente stupidi e sgraziati, sono pur sempre un gioiello in confronto alle pallide, nevrotiche ed incattivite creature carveriane che diventeranno da adulti.  Dovendo osservare nel quotidiano qualche mio simile, preferisco comunque la zotica ed ingenua dabbenaggine di un adolescente, piuttosto che le grigie stanze di vita quotidiana dei trenta-quarantenni. E poi si sa, è tutta invidia della gioventù che se n’è andata. Se un dio cattivo e capriccioso mi proponesse questo patto: “strappa il cuore di un adolescente e porgimelo come sacrificio, ed avrai un anno di vita indietro”, io avrei già rotto diverse casse toraciche e divelto sterni alla ricerca di muscoli cardiaci pulsanti di vita. Niente di personale, è che cerco qualunque strada, lecita o illecita che sia, per mantenere la mia personale immortalità. Ma sto divagando, passiamo alla lettera.

Caro maturando, sono sicuro che in questi giorni per la prima volta in cinque anni un po’ ti stai cacando addosso. Dopo molli anni in cui sei stato abituato a fare il cazzo che ti pareva, fuori e dentro dall’aula, ti sei ritrovato a dover affrontare una vera prova, e forse ti sarai sentito un po’ disorientato. Ma non è colpa tua, assolutamente. E ti spiego perchè. Per cinque anni ti sei trovato ad affrontare un’esperienza spesso inconsistente. E questo per due motivi: perchè è scomparsa nella scuola di oggi una vera e propria trasmissione del sapere; perchè non ti è stata offerta una struttura nè l’occasione di apprendere e personalizzare un metodo.

Partiamo dal primo punto: la trasmissione del sapere. Ci vogliono dei docenti, per trasmettere il sapere. E parlo di una vera e propria “tradizione” in senso etimologico. Sui docenti non generalizzo, ma quello che ho l’occasione di vedere, e nemmeno tanto da lontano, è la demotivazione di massa di chi non si sente più nemmeno tanto sicuro di essere utile a qualcosa. Altro che tradizione, altro che passaggio. Al massimo una dettatura di dati, una estrapolazione di cifre, un elenco di nozioni, quando c’è. Voi forse credete che la trasmissione del sapere sia inutile, o forse non esista, sia un’astrazione prodotta dalla mia mente romantica. E invece senza quel sapere ne uscirete nudi e inetti, del tutto inadeguati, perchè le cifre e le nozioni vanno via il giorno dopo l’interrogazione. Quel che non avrete sarà l’auto-apprendimento di un metodo. E’ come dire che cinque anni non vi saranno serviti ad un cazzo.

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I primi anni ’90 spiegati agli zombies

30 aprile 2010

A volte ascoltare quei ricoglioniti dei giovani d’oggi regala sorprendenti illuminazioni. I loro insulsi dialoghi biascicati in un gergo comprensibile ai soli primati della giungla più intricata, accompagnati da decine di “figa” e centinaia di bestemmie insensate, solitamente mi regalano una plastica sensazione di superiorità intellettuale, che non viene loro sbattuta in faccia solo perchè a detta superiorità intellettuale corrisponde una netta inferiorità fisica.

Però poi capita che sei seduto a leggere un giornale davanti ad una scuola superiore, e si avvicinano dei ragazzi.

“Allora raga ci conto per il concerto mercoledì, eh? Stiamo provando anche delle cover particolari, cazzo abbiamo fatto una ricerca assurda…”

“Chi cazzo avete resuscitato stavolta? Quale gruppo del secolo scorso?”

Il ragazzo apre lo zaino e mostra un cd agli altri.

“Facciamo tre canzoni degli Spin Doctors.”

All’improvviso mi si impizzano le ricchie, e la madeleine proustiana è servita in tutta la sua tridimensionalità, nel naso nella gola e sopratutto nelle orecchie. Riesco ad ascoltarli solo per altre due battute prima di precipitare nell’amarcord.

“E chi cazzo sono sti Spin doctors?”

“E’ un gruppo alternative rock dei primi anni ’90, un po’ funkeggiante, sono divertenti, abbiamo provato i loro tre pezzi più famosi”

(Two Princes, Little Miss can’t be wrong e Pocket full of Kriptonite, scommetto in un attimo tra me e me)

“Porcatroia, ma è roba di trentanni fa (vent’anni, testa di cazzo che non sai far di conto), ma perchè mai continuate a cercare questi cadaveri?”

“Guarda che non sono male, è stato divertente suonarli.”

“Suonate roba recente, basta co sti gruppi dell’età di tuo padre” (si, facciamo tuo nonno, faccia di cazzo).

Il ragazzo è evidentemente deluso, si aspettava maggiore curiosità dai suoi compari, anche se basta squadrare i loro volti per capire che ogni aspettativa nei loro confronti è mal riposta, e che gli zombie dei film di Romero erano intellettualmente più vivaci. Avrei voluto avvicinarmi a lui e stringergli la mano, quasi commosso. E non per i suoi gusti musicali, ma perchè per qualche momento mi sono ritrovato immerso in quegli anni, che poi sono durati poco, ma forse diciamo che sono durati abbastanza. Leggi il seguito di questo post »


Momò ha 9 anni e un futuro nella mafia cinese

22 settembre 2009

gta-chinatown-wars-box-designQuando sono in treno, durante i miei spostamenti casa-lavoro-casa, sono solito avere postura e modi del tutto abitudinari. Anzitutto non do confidenza ad anima viva, e non perchè sia misantropo (figuriamoci, chi, io?), ma perchè non ho tutta sta gran passione per il chiacchiericcio da treno che si instaura tra sconosciuti. Diciamo forse che non ho una gran passione per gli sconosciuti in generale (sulle sconosciute il discorso è più complesso e possibilista).

Quindi sono solito passare quei venti minuti in due modi totalmente diversi: la versione del Paperoga impegnato che si aggiorna sul mondo e che legge Internazionale, e la versione del Paperoga cazzone e perennemente ragazzino che gioca al Nintendo DS. Le due modalità si innestano con fare assolutamente random, così, in base a come mi gira quando salgo sul treno.

Tempo fa ero in modalità “ragazzetto di 14 anni”. Tutto ricurvo sul mio Nintendo, ignoravo chiunque mi si presentasse davanti (faccio eccezione solo per la gnocca). Ad una fermata salgono padre e figlio, palesemente africani. Si siedono davanti a me, ma non sono belle gnocche, quindi ricevono lo stesso destino di indifferenza. Però passano due minuti e mi sento osservato. Ma proprio osservato in modo costante, invadente, siamo quasi a livelli di stalking. E’ il bambino. Mi guarda adorante.

E’ destino, penso, attraggo solo bambini e vecchie carampane.

No, pezzo di idiota, quello lì sta adorando il tuo Nintendo.

Ah, già.

Lo guardo. Lui mi sorride a 56 denti di latte. “Come ti chiami”. “Momò”. “Da dove vieni”. “Sono del Mali”.

Insomma sto bambino è nato a Torino, la mamma ha la carta di soggiorno, il papà si è ricongiunto solo l’anno scorso alla famiglia. Il genitore mi guarda e mi sorride, ma di italiano palesemente non capisce una mazza. Il bambino no, invece, parla gesticola, bello arzillo, pure troppo per un vecchio orso come me. Ma poi arriva al punto che gli prude.

“A che stai giocando? Posso giocare anche io?”

“E’ un gioco violento, è roba per grandi.” (Giù le mani dal mio Nintendo).

In effetti è vero. Mai sentito parlare di Grand Theft Auto – Chinatown Wars? E’ un gioco in cui giri per una città americana investendo pedoni, sparando alla polizia, andando a puttane, gestendo traffici di droga e facendo esplodere negozi ingrassandoti con le estorsioni. Quindi non credo che un bambino di 9 anni dovrebbe giocarci. Lo dico per lui, mica perchè sono un ragazzino che non vuole spartire il suo gioco con un altro ragazzino (sono adulto, io..)

Ma per lui non è un problema. In un attimo mi salta letteralmente in groppa sul sedile, poi si sistema a fianco a me e mi mette una mano attorno al collo. Io sono imbarazzatissimo, guardo il padre, cerco di spiegare che non ho fatto nulla. Il padre continua a sorridermi. Leggi il seguito di questo post »


I Langolieri mi inseguono anche in treno

21 maggio 2009

leggi-razziali

Stazione Termini, Roma, mezzogiorno di fuoco. Salgo sull’intercity che mi riporterà in Emilia. Scompartimento unico, l’aria condizionata funziona. Mi accomodo al posto prenotato, ed aspetto che il treno parta di lì ad una decina di minuti.

D’improvviso si fa strada, chiedendo ad alta voce attenzione, un enorme caterpillar in forma di donna, vestito nero e vaporoso a contenere le sue enormi fattezze. Deve parlare a metà scompartimento, dunque imposta un tono baritonale in un italiano invero correttissimo. Chiederà l’elemosina, lo si capisce già da prima che apra bocca.

“Signori cari, signore care, un attimo di attenzione vi prego. Mio figlio deve mangiare, non ho soldi, se potet….”

La richiesta di pecunia viene interrotta ancor più improvvisamente da un urlo da mercato del pesce da parte di una ragazzetta sgraziata, tarchiata e con una di quelle facce che le vedi subito che sono segnate dall’ignoranza più nera.

“Aeeee….ma cosa gridi, non vedi che sto parlando al cellulare? Ma vattene a chiedere i soldi da un’altra parte, sta scassapalle”. Traduco così in italiano sulla scorta della mia lacunosa conoscenza del napoletano.

Il caterpillar straniero rimane interdetta per qualche secondo, si trattiene dal puntare alla gola della giovane napoletana perchè ha una clientela da blandire e deve dimostrarsi superiore.

“Eh, signora, mi scusi, non avevo visto, ma che modi sono..”

“Ancora stai parlando? Vedi di sparire va, che sennò passi i guai”.

Il caterpillar continua la sua questua più avanti, il treno ripartirà presto e lei deve concludere la sua richiesta in tempi brevi.

Dopo due minuti però torna. Sarà che non ha fatto una gran raccolta di grana, sarà il caldo che rende tutti meno pazienti, sarà che gli stanno girando i coglioni vorticosamente, fatto sta che si ripresenta dalla ragazzetta per restituirle un po’ della sua maleducazione.

“Signora, tu sei un’isterica e maleducata. Spero che muori”.

Minchia.

La ragazza, sarà che è di Napoli e magari superstiziosa, sarà che di sentirsi augurare la morte non gli va a nessuno, decide che è il caso di ricorrere al razzismo esplicito.

“Ma vattene, va, zingara, scendi che non hai il biglietto. Controlloreeee (e si guarda attorno)…Vattene va, e vatti a lavare che puzzi, questa chiede i soldi e puzza, ma vattene va che ti faccio passare un guaio.”

Il controllore, attirato da tutta quella piazza vociante, interviene e chiede alla signora di uscire, se non ha il biglietto. La donna se ne va, lenta e pesante masticando inaudite maledizioni in idiomi lovecraftiani, irrisa dalla ragazzetta che invece saltella e si agita muovendo le braccia come un burattinaio.

Il treno parte. Gli occhi della gente sono ovviamente tutti sulla ragazza. Compiacenti, indignati, o semplicemente incuriositi, tutti guardano lei. La quale decide di giustificare la sua condotta dilettandoci con un improvvisato saggio orale sul multiculturalismo e l’integrazione degli stranieri, d’appresso riassunto con in corsivo alcune mie sparute glosse.

“Ma l’avete sentito quello che mi ha detto? Speriamo che muori, ma che sono cose queste? (Beh, tu certo non le hai augurato buona giornata). Si mette a gridare per chiedere l’elemosina in un treno e manco c’ha il biglietto (mi sfugge la consecutio logica). E poi questi qui sono cattivi, aggressivi, ma non li vedete? Madò, ti chiedono l’elemosina tutti con quest’aria di chi pretende qualcosa. Signori miei, i veri poveri non fanno mica l’elemosina (no, in effetti, solitamente pasteggiano a champagne ed ostriche in Rue de Saint Honorè). Questi sono sfondati di soldi, un’amica di un amico mio mi ha detto che negli accampamenti degli zingari i cani a volte morivano perchè si strozzavano con le perle e i gioielli che ingerivano mischiate al cibo per cani (gesucristodiddio, questa le batte tutte come cazzata dell’anno).”

Un signore, anch’egli napoletano, si permette di osservare che il suo discorso è generico e offensivo. E qui scatta la fase due. Dopo lo scempio di parole il chiarimento politicamente corretto.

“Eh no signore, non mi faccia dire cose che non ho detto, qua abbiamo visto tutti che è successo (si, abbiamo visto che sei una subumana che non merita nemmeno l’ossigeno che si ritrova nei polmoni). Io, signore mio, (no, adesso dice che non è razzista, ti prego, fa che non…) non sono assolutamente razzista, non lo pensi manco per scherzo (speriamo che almeno non dica che ha molti amici stranieri…) Io ho un sacco di amici stranieri, che non si comportano come loro, come gli zingari.” Leggi il seguito di questo post »


Le dimensioni contano (e da subito, pare)

16 marzo 2009

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Avvertenza: questo è un post pecoreccio, greve, che attirerà un nugolo di onanisti sul mio blog, se non di peggio. Se siete abituati alle bucoliche e ingenue lande paperopoliane, tappatevi le orecchie e aspettate il prossimo.

Le dimensioni del proprio pene sono per il maschio in piena crescita un cruccio che assume a volte proporzioni preoccupanti. Incarnando il primitivo metro di adeguatezza sociale, le dimensioni del proprio birillo sono oggetto di attenzione maniacale in età pubere, laddove il maschio, reduce da una infanzia solitaria e fino ad un certo punto asessuata, scopre quel branco di porci che sono i suoi coetanei,  e che cominciano subito a parlare di sesso spinto, di prestazioni sessuali, di scopate cagnesche, di godimenti femminili.

Incrocio dei venti di questo dialogo è la dimensione della cepparda, inutile girarci attorno. Chi ce l’ha più lungo e più grosso è l’indiscutibile re del branco, circondato da una sorta di ammirata presunzione iuris et de iure di grande amatore, di trombatore megagalattico, di stendifemmine spietato. Ecco dunque spiegato il rituale, compiuto da molti maschi verso i 13-15 anni, di misurarsi lo smargiale assieme al branco, in una sorta di torneo ad eliminazione compiuto nella segretezza delle tende da campeggio, o delle case assolate del pomeriggio invece di far compiti. Non tutti, è ovvio, si prestano a questa competizione, e per la legge di Murphy di solito sono quelli che avrebbero più vantaggio a mostrare il loro pizzardone, dato sì che già a 13 anni hanno tutto ciò che gli servirà per sopravvivere e anzi trionfare nei rituali di accoppiamento della vita. Alti, ossa grandi, silenziosi, dal sorriso timido, guardano i loro amichetti duellare a colpi di inguardabili matite spacciate per pennelli cinghiale, e nascondono dentro i pantaloni un segreto che farà felice solo le donne, o magari solo gli uomini, qualche anno dopo.

Durante l’adolescenza, i più fortunati passano alle vie di fatto. E capiscono che le dimensioni contano solo nella suddetta e scimmiesca gara tra banderlog, ma non sono risolutive quando ti trovi di fronte ad una femmina vera. Ed apprendono, alcuni con sollievo altri con angoscia, che anche il re del branco che trionfava anni prima nelle abborracciate misurazioni catastali, può essere totalmente incapace di soddisfare una ragazza a causa di una certa insipienza nella tecnica. Ai miei tempi, poi, le informazioni esterne erano talmente poche e confuse che di fronte ad una donna si sapeva a stento cosa fare. I coraggiosi che compravano Le Ore erano pochi, e comunque quelle fotografie ripiegate ed umidicce di patonze immani al contatto con prodigiosi megatron maschili, non davano molte istruzioni per l’uso dell’intero comparto periscrotale. I detentori di film porno si contavano sulle dita della mano in tutta la scuola, e l’unica speranza era beccare qualche lasciva produzione americana di serie C anni 70 nelle tarde serate delle tv provinciali. Tutta questa mancanza di esempi, paradossalmente, lasciava più tranquilli dato che si era tutti nella stessa barca, tutti dilettanti allo sbaraglio curiosi e incapaci, vogliosi ma del tutto acerbi. Oggi i ragazzini a 13 anni hanno davanti a sè milioni di pagine internet a portata di click, in cui hanno la possibilità di vedere cose che noi umani un tempo non potevamo neanche immaginare. E questo, sono sicuro, crea desideri impossibili di emulazione, e ansie da prestazione aggiuntive che hanno probabilmente moltiplicato le cilecche adolescenziali rispetto alla mia generazione. Oltre che a tentativi di molestie sessuali ben più precoci e decise e filmate di tutto punto.

Passata l’adolescenza, le dimensioni del proprio pene contano ormai sempre meno. Il corpo si è stabilizzato, compresa la ceppa, e ci si accetta per quello che si è (anche se il fortunato spam del penis enlargement parrebbe smentirlo) ovvero, se va bene, per dei normodotati che cercano al massimo di migliorare tecniche e modalità che pareggino il conto dei centimetri quadrati di carne e muscoli che mancano là sotto. Tra maschi si gioca a calcetto, si va in piscina, poi si fa la doccia insieme. Ogni tanto lo sguardo scappa, ma è uno sguardo disattento, i tornei nelle tende sono finiti, e ormai si è talmente preoccupati da altro, come il mutuo da pagare o l’eliminazione dalla Champions, per potersi ricordare che le dimensioni magari contano ancora. Gli ormoni impazziti di quindicianni prima sono un ricordo fuggevole che si preferisce obliare, raccontandosi la storia che si è cresciuti e che sono altre le cose importanti nella vita. Il pubere che è ancora incastonato in noi ovviamente ridacchia, ed è ancora lì che se lo misura, cercando ogni volta di aggiungersi qualche millimetro.

Io posso giurare sul dio Priapo che in vita mia non ho mai ceduto all’umiliazione di scalarmi le mutande di fronte ai miei coetanei per misurarmi la mazza con un metro di legno da falegname. Ero troppo timido ed odiavo a prescindere qualsiasi stronzata proposta dai miei coetanei, questa compresa, per potermi iscrivere a queste  boccaccesche alternative ai tornei di subbuteo. Devo ammettere però che una volta ho ceduto, ma nella solitudine della mia stanza. Mi piaceva troppo una, insomma ci smaniavo proprio, poi girava voce che ci tenesse ad un minimo di attrezzatura là sotto, e in un dubbio atavico di mascolinità mi concedetti una precisa ricognizione da geometra per capire se il piano regolatore fosse adeguato. Non vi svelerò ovviamente base altezza cateti e sopratutto l’ipotenusa, ma certo il fatto che anche il tranquillo Paperoga abbia un tempo ceduto a questi singulti ormonali, rende l’idea che noi maschi siamo condannati ad essere inesorabilmente fallocentrici. Leggi il seguito di questo post »


Meglio i vecchi (I)

20 febbraio 2009

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Sotto i portici della via Emilia, nella città in cui lavoro. Sono assieme ad un amico/collega dello studio CavaTuraccioli.

Parla solo lui, io dopo qualche minuto sono già totalmente alienato e distante dai suoi pizzosi discorsi, che comincio a guardare quello che accade nel mondo con maggiore interesse.

Bah, niente di che nemmeno all’esterno, una pletora di immigrati squadrati dai borbottii delle vecchie del luogo quali potenziali stupratori (aggiungerei anche ambiti, desiderati, implorati, vista l’età pleistocenica di qualcuna di loro), gli strilloni del giornale di paese che a nove colonne annuncia una incredibile rapina della bellezza di 500 euro in un fantasmagorico tabacchino da parte di due geniali rapinatori col passamontagna degni di Lupin, che dopo sono fuggiti incredibilmente a piedi, facendo perdere le loro tracce. Io sto a pensare per un minuto a cosa ci sia di così spettacolare nel più anonimo e schifoso furto del secolo, e mi rendo conto di due cose: 1) che se i cronisti della provincia emiliana venissero a fare uno stage di due mesi in un giornale pugliese, morirebbero di crepacuore per l’emozione prima della fine dello stesso; 2) che in Emilia, di norma, in definitiva e in buona sostanza, non succede un bel cazzo di niente.

Il mio amico intanto continua a parlare in un vortice ubriacante di argomenti, passando senza apparente contraddizione dalle bocce della Canalis che sfidano le leggi della gravità (vero) , il problema dello smaltimento degli olii usati (mastigrancazzi), l’effetto antiossidante del lambrusco che compensa l’uso smodato di maiale (leggenda metropolitana falsa e tendenziosa millantata da emiliani che dopo 5 anni avranno il primo infarto).

Mi distraggo ancora e presto stavolta l’orecchio a voci sgraziate che arrivano dai gradini dell’ingresso di una scuola superiore. Lì svaccano, ed è persino elegante usare questo termine, una decina tra ragazzi e ragazze, avranno sedici anni.

Ci sono tre distinti gruppi a comporre una visione laocoontica che vede lottare dignità e miseria umana con netta prevalenza di quest’ultima.

Primo gruppo: tre ragazzi. Premetto che non vi descriverò come sono vestiti, perchè non spreco il mio tempo. La descrizione più precisa è che vestono come un mucchio di idioti senza cervello. E se lo dico io, che vengo direttamente dagli anni ’80, buona camicia a tutti.

Il ragazzo A è in disparte, col corpo reclinato in basso, la testa che guarda il marciapiede, e sembra avere conati di vomito. In realtà no, contorce la mascella, le guance si gonfiano e si sgonfiano, gli occhi chiusi e l’espressione divertita. Dopo dieci secondi di quello strano rituale, apre la bocca e rilascia il più gigantesco bolo di saliva che io abbia mai visto, una patacca di dieci centimetri di diametro e cento grammi di peso che si spiaccica sul marciapiede con un tonfo globulare. Il ragazzo A si alza, si pulisce i bordi della bocca col braccio, e si guarda attorno alla ricerca di testimoni. Trova lo sguardo di un altro, il ragazzo B, e di un altro ancora, il ragazzo C, e tutti e tre cominciano ad emettere dei suoni gutturali di reciproca soddisfazione, gli occhi semi chiusi, la schiena in perenne cifosi, una giovinezza buttata nel cesso da tempo. Leggi il seguito di questo post »


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