Nella primavera del 1993 mio fratello Pfaff si fece prendere dalla febbre di Stephen King.
Comprò praticamente ogni suo romanzo in versione paperback e la sua vita sociale finì lì per qualche mese. Se ne stava rintanato in camera a leggere avidamente per pomeriggi interi, e non avendo mai visto mio fratello leggere null’altro che le indicazioni nutrizionali sulla confezione dei Kellogg’s Cornflakes, ed essendo io per l’inciso il topo di biblioteca della famiglia, cominciai ad essere incuriosito da questa subitanea illuminazione letteraria.
Ai tempi la nostra fraterna comunicazione si limitava a inespressivi monosillabi, intercalati da qualche vaffanculo e intervallati da pugni dati, morsi resi e lividi ricevuti. Capirete, con questo popò di dialettica e di dialogo, quanto difficile fosse per me capirne di più e sopratutto farmi prestare qualche libro. Ma mio fratello Pfaff, per quanto potesse apparire uno psicopatico che minacciava di accoltellarmi due volte al giorno (e non senza ragioni che reggerebbero facilmente in tribunale, devo ammettere), era anche e sopratutto un buono, ed aprì a richiesta il suo scrigno di libri perchè potessi leggerne anch’io.
Fu così che l’anno scolastico 1993-94 fu dedicato, ben più che all’esame di maturità o ad altre stupidaggini del genere, alla avida lettura dello scrittore americano. Ricordo che cominciai con “Finestra segreta, giardino segreto”, racconto del formidabile “Quattro dopo mezzanotte” e continuai poi con Salem’s Lot, A volte ritornano, Shining, Stagioni Diverse e chi più ne ha più ne metta. Lessi Misery in pulmann durante la gita di terza liceo da Lecce a Parigi, quasi cagandomi nelle mutande esattamente tra Aosta e Lione.
Su tutti, prevedibilmente, la spuntò It, quel bestione da 1200 pagine che divorai in due settimane perdendo la cognizione del tempo e dello spazio. Rimase il mio preferito nonostante Pet Sematary, i Langolieri e Dolores Claiborne. Forse solo il Signore degli Anelli, letto solo anni dopo, seppe coinvolgermi di più.
In tutto questo, tornando al 1993/94, visto il mio accanimento non minore del suo, mio fratello Pfaff continuava a domandarmi perchè tra tutti i libri letti continuassi a snobbarne uno, ovvero perchè non leggessi l’”Ombra dello Scorpione”. Gli rispondevo che di prendere in mano un altro tomo di dimensioni medievali non c’avevo nè voglia nè coraggio. Fu così che, passata la sbornia da Stephen King, quel libro rimase non letto non solo per tutti gli anni ’90, ma anche per il primo decennio del nuovo secolo.
Fino ad un mese fa. Quando per puro caso me lo sono trovato nelle mani. E in tre settimane di viaggi in bus per e dal lavoro, solitari eremitaggi in bagno e letture prenotturne è stato letto, che dico letto, divorato, che dico divorato, ingoiato sano quasi fisicamente.
Eccomi dunque, con ventanni di ritardo, a parlare di “The stand”. E lo chiamo col suo vero nome, perchè francamente io dopo mille e passa pagine non ho capito perchè abbiano tradotto il titolo originale in “L’Ombra dello scorpione”. E non solo perchè di scorpioni non ne ho vista neppure l’ombra (amabile gioco di parole) ma perchè per quanto accattivante, il titolo non rende in alcun modo il significato, o pezzi di significato di questo romanzo.
Recensioni noiose a parte, The stand è un romanzo formidabile, poco da dire. Se ogni tanto si ha bisogno di essere catturati da una dimensione fantastica, avventurosa e “altra” rispetto alla realtà quotidiana, questo libro è sicuramente una delle armi di distrazione dal reale più potenti di cui una libreria casalinga possa dotarsi.
Appassionante nell’incalzare degli eventi, sufficientemente lento da non affrettarli troppo, in equilibrio su una coralità di protagonisti quasi tutti azzeccati, in bilico tra un realismo postapocalittico angosciante e il sapiente brivido del fantahorror.
Non è un romanzo perfetto, per carità, ma francamente di romanzi perfetti ne ho letti davvero pochi nella vita, mostri sacri della letturatura russa e francese compresi. Ma il suo difetto per me sta proprio nell’opposto per cui viene criticato. I detrattori lo ritengono un polpettone eccessivamente lento, che avrebbe meritato un paio di centinaia di pagine di meno. Ecco, per me il difetto di The Stand è che è troppo corto. Avrebbe meritato una collana di libri in cui si dipanassero lentamente gli eventi di quell’anno solare in cui si concentrano le vicende. I singoli protagonisti, sia buoni che cattivi, avrebbero meritato più spazio e più pagine.
The Stand, in definitiva, aveva tutto per divenire una saga come Star Wars o Dune. Invece è tutto concentrato in un libro, per quanto panciuto e scritto fitto fitto. La carne che King aveva messo al fuoco era tanta. La sola folgorante intuizione narrativa dell’epidemia di massa sarebbe bastata a farci due romanzi, ed invece è solo il prologo di tutt’altra vicenda. Leggi il seguito di questo post »
L’Ombra dello Scorpione, con vent’anni di ritardo
14 marzo 2012Outside the museums (§ 7)
2 gennaio 2011“Come avrebbe potuto non vederlo anche in una strada dove c’era la vita e non la morte, dove si accalcavano chi lotta e chi ha l’anima in pena e chi è come un ossesso e chi sa quello che vuole, e dove non c’era questo vuoto maligno? Ecco suo padre, quell’elegante spilungone di suo padre, perfettamente riconoscibile, il padre più bello che una ragazza avrebbe mai potuto desiderare. Attraversò la strada di corsa, questa spaventevole creatura e, come la creatura spensierata che si era divertito ad immaginare quando lui stesso era un bambino spensierato, la bambina che si dondolava sull’altalena davanti alla casa di pietra, si gettò contro il suo petto, buttandogli le braccia al collo. Da sotto il velo che portava sopra la metà inferiore del viso – che le oscurava la bocca e il mento, un velo trasparente che era il piede stracciato di una vecchia calza di nailon – disse all’uomo che aveva finito per odiare: “Papà ! Papà!”, impeccabilmente, proprio come una bambina normale, e con l’aria di una persona la cui tragedia era di non essere mai stata la figlia di nessuno.”
C’è un filo rosso che lega Pastorale americana a Non è un paese per vecchi di Mccarthy. Il filo rosso dell’impazzimento di un sogno che si incarta su se stesso, e lascia cadere nel suo ormai sbiellato dispiegarsi rivoli di follia non più arginabili. E’ il collassare del sogno collettivo di un Paese che ha proceduto senza sosta nella costruzione di infinite possibilità come se si trattasse di un meccanismo perfetto e inarrestabile e senza peso.
E quando tutto questo accade, la generazione dei padri reagisce tradendo una assoluta impreparazione, e lo sconcerto di chi non riesce a capire. Ma se nel romanzo di Mccarthy lo sguardo addolorato e incredulo dello sceriffo su quanto accade ai confini con il Messico condensa il senso della storia che si dipana nel sangue, in Pastorale Americana, però, ad una macroriflessione sull’esplosione della violenza nella società americana, dalla rivolta di Newark alla ribellione generazionale durante il pantano del Vietnam, si accompagna un dramma familiare vivo, disarmante nella sua crudeltà e insensatezza. Un padre, Seymour Levov lo Svedese, un predestinato, un uomo nella cui bellezza, successo e capacità si riassume plasticamente il sogno di un popolo, che all’improvviso si ritrova nell’orrore del peggiore fallimento possibile, il crescere con amore sovraumano una figlia che da quell’amore e da quel sogno si distacca appena adolescente, senza un’apparente ragione, per scegliere la via della violenza inaudita, dell’assassinio e del terrorismo. E’ l’inizio della fine per un uomo buono, semplice e che da quel momento in poi non potrà che vivere chiedendosi ogni giorno in quale momento sia iniziato quell’orrore.
Quale il confine tra il rutilante successo di un uomo onesto e la violenza che gli esplode in casa? Quale il nesso tra una vita senza intoppi che fa meritatamente incetta di vittorie, e il rifiuto violento della figlia di divenire di tutto questo erede? C’è un rapporto tra il progressismo saggio e umanitario di un padre e la follia eversiva della figlia? Cosa è successo in quella famiglia perfetta, per sprigionare l’anima nera di una ragazzina vivace e intelligente, che dai genitori sembrava aver ereditato il meglio? Leggi il seguito di questo post »
Lezioni di piano
3 novembre 2010L’amore non corrisposto è una tematica ricorrente nell’arte di ogni tempo, ed è facile capire il perchè. A pelle, è uno dei risultati più crudeli del complicato dedalo delle relazioni umane, secondo forse solo alla guerra e a L’Isola dei famosi. Al pari delle catastrofi naturali in terre già segnate dalla povertà, delle pestilenze in regioni già devastate dalla fame, o dell’accanirsi del fato sulle persone sofferenti, l’amore non corrisposto è una delle più evidenti prove dell’inesistenza di qualsiasi giustizia terrena, (ed è a parer mio anche un plastico indizio della già dubbia esistenza di dio).
L’ingiustizia, la crudeltà, l’ineluttabile efferatezza di un simile incrocio sentimentale, che nei romanzi come nella vita reale condanna le persone a giorni, mesi o anni di sofferenza inaudita, è un tema a suo modo appassionante, che trova nell’arte innumerevoli esempi o prototipi, non proprio tutti riusciti.
Ma se voglio cercare l’archetipo di questo incrocio crudele di umane pulsioni, non posso che ammettere a me stesso che la ricerca non si conclude tra le pagine dell’Eneide o dell’Idiota, ma nelle nuvole parlanti di un fumetto. Perchè non c’è amore più crudelmente non corrisposto di quello di Lucy per Schroeder nelle strisce dei Peanuts.
Come per numerose altre tematiche universali (la solitudine, l’incapacità di vivere, lo sforzo di essere felici, l’amaro calice della sconfitta, la casualità e potenza del genio, la salvezza nella fantasia, la cattiveria) Schultz ha raccontato per decenni un sussidiario illustrato, semplice, profondo, completo, mai didascalico (in una parola, classico) di cosa sia l’amore non corrisposto. Un abbecedario di sentimenti, maschere, equilibri, percorsi, strategie e reazioni che si instaurano quando l’uno ama l’altro alla follia, a senso unico. Leggi il seguito di questo post »
Outside the museums (§ 6)
8 gennaio 2010
“Da qualche parte nell’oscurità giunse il suono di un banjo, qualche accordo esitante…un messaggio…quali nuove? Vecchi amori riconsumati, malattia, il pianto di un bambino. Ora c’è silenzio nelle case. Riposo. Anche per coloro ai quali la fine della notte non ne portava mai abbastanza. E silenzio, la musica scomparve nel tepore ambrato trasudante da innumerevoli sogni messi a morire sopra il focolare, immobili e spettrali…Il mattino è ancora nell’altro emisfero, e lui è stanco. Piegando l’erba in un inchino pieno di tristezza, la rugiada lo seguì fino a casa e sigillò la porta”
Il soggetto che percorre la notte immerso in misteriose peregrinazioni è il guardiano del frutteto. Un vecchio eclissatosi dalla società, che vive in una baracca isolata assieme al suo vecchio cane, tra i monti del Tennessee. Muto testimone di quanto avviene in quelle terre inospitali, osservatore non osservato di contrabbando di alcool, violenze ed occultamenti di cadaveri, il vecchio Ather conserva dentro di sè la fiera autarchia e la piena simbiosi con la natura della generazione di chi colonizzò quei luoghi. Il suo destino si incrocerà con quello di Marion Sylder, spericolato contrabbandiere di whisky, e di John Wesley Rattner, giovane orfano di padre, che cresce piazzando trappole per animali selvatici nel ricordo di un padre perso troppo presto. Un omicidio, un cadavere nascosto in un cassone d’acqua nel frutteto, è quanto unirà inconsapevolmente i tre protagonisti, fino allo scontro definitivo con la società ormai organizzata, nata dalle ceneri della precedente, che non tollera gli stessi cani sciolti che fecero l’America appena trentanni prima.
Il primo romanzo di Mccarthy non è per questo un romanzo acerbo. L’immersione nella natura è mirabilmente descritta al punto che si ha la sensazione di osservare una carta topografica, un tratto plasticamente geografico della scrittura di Mccarthy che non lo abbandonerà più. La trama è sfuggente, a volte, pare divincolarsi dal racconto piano, vive di impressioni, di presagi. Solo alla fine il lettore capirà cosa avvince i tre protagonisti. Protagonista del romanzo è la notte inquieta dei monti, gli ululati dei cani, la comparsa paralizzante di gatti tra un fulmine ed un tuono, il sinistro peregrinare di macchine cariche di alcool illegale, il sottobosco di umanità degradata che di notte farfuglia frasi incomprensibili, che di giorno si dà una parvenza di civiltà, dentro a cittadine che assomigliano a future ghost town del tempo addietro. L’ennesimo racconto roccioso e squadrato di storie disseminate nell’America profonda del dopo Depressione, di espedienti e di orrori, e di squarci di perfezione e commozione racchiusi in pochi tratti di penna.
Outside the museums (§5)
1 marzo 2009
“Alejandra si fermò a mezz’acqua e si voltò indietro. Tremava, ma non per il freddo perchè freddo non faceva. Non dirle niente. Non chiamarla. Quando lo raggiunse lui le porse la mano e lei la strinse. Era così bianca nell’oscurità che sembrava ardere. Come un fuoco fatuo in una foresta buia. Che ardeva freddo. Ardeva freddo come la luna. I fluenti capelli neri le galleggiavano intorno nell’acqua. Lei gli mise l’altra mano sulla spalla, guardò la luna a ponente, non dirle niente, non chiamarla, e infine si voltò a fissarlo. Ancor più dolce per quel piccolo furto di tempo e di carne, ancor più dolce a causa dell’inganno. Le gru appollaiate su una zampa sola fra le canne della riva alzarono la testa sfilando il lungo becco nascosto sotto l’ala e li guardarono. Me quieres? disse lei. Si, disse lui. Poi la chiamò per nome. Dio, sì, disse lui.”
John Grady Cole è un ragazzo silenzioso. Pratico, ottimo lavoratore, a momenti affabile, più spesso chiuso in un mondo che non è difficile penetrare, a patto di essere uomini semplici come lui. E come tutti gli uomini semplici, vive di questioni di principio, di atti diretti e inequivocabili. Di quelli che lasciano tracce, e provocano valanghe di conseguenze.
John Grady Cole è quello degli amori impossibili, delle responsabilità immani che si assume in silenzio dopo aver ceduto all’amore che non doveva essere. L’irretrattabilità dei suoi sentimenti, la forza d’animo granitica dei suoi progetti, va a scontrarsi con l’esterno giorno messicano, e il ragazzo ne esce sconfitto. Totalmente. Eppure non si ha mai l’impressione che quel giovane silenzioso dal sorriso leggero – capace di amare come nessun altro personaggio scolpito da Mccarthy riesce a fare – pensi o accetti la resa del suo amore assurdo per una ereditiera intoccabile. L’amore esploderà a pezzi, il viaggio avventuroso si concluderà con un ritorno che si lascerà dietro strisce di sangue fresco, ma l’immagine finale di questo ragazzo tranquillo, incapace di piegarsi alle forze dell’uomo pur subendone le angherie, prepara un’altra pagina della sua breve storia, in quel terzo capitolo della Trilogia della frontiera, Città della Pianura, in cui John Grady Cole ripercorrerà gli stessi passi suicidi, andando anche molto oltre, nel suo tentativo di amare e salvare allo stesso tempo una giovane prostituta epilettica.
Cavalli selvaggi è il primo e forse il più riuscito capitolo della formidabile trilogia della frontiera. Per il racconto palpitante dell’avventura di due ragazzi che viaggiano verso il Messico alla ricerca della fortuna, per la sconvolgente breve e scandalosa storia d’amore tra John Grady Cole e Alejandra, per gli orrori della prigione messicana e la tragica figura di Blevin. Un viaggio perfettamente circolare, di tentativo e fallimento, di crescita e consapevolezza, con intorno la solita natura violenta che lascia senza fiato e che tutto domina, la cattiveria e l’ingiustizia che trovano sempre il modo di trionfare, anche se John Grady Cole è forse l’unico personaggio mccarthiano ad uscirne, in qualche modo misterioso, sostanzialmente indenne.
Outside the museums (§4)
21 febbraio 2009
Egli si alzò, la sollevò dalla poltrona e se la strinse forte al cuore.
“Adesso, eccola qui, sul mio cuore” – esclamò. – “Dio, Ti ringrazio! Ti ringrazio per tutto, per tutto: per la tua collera e per la tua misericordia! … E per il tuo sole che adesso, dopo la tempesta, torna a risplendere su di noi! Ti ringrazio per questo momento! Ah, che importa se siamo umiliati, se siamo offesi, purchè stiamo di nuovo insieme e trionfino pure i superbi e i prepotenti che ci hanno umiliati e offesi! Scaglino pure la pietra contro di noi! Non temere Nataša…Andremo loro incontro, tenendoci per mano, e io dirò: ” Questa è la mia cara, la mia diletta figliuola, la mia figliuola innocente che voi avete offeso e umiliato, ma che io amo e benedico nei secoli dei secoli!…”
L’ingorgo di intrighi, stretto e chiaroscurale, che ha provato a soffocare la vita della famiglia di Nikolai Sergeic Ichmenev, scompare all’improvviso. Ma non perchè non si sia consumato vittoriosamente la trama perfida del principe Valkovskij, teso ad umiliare padre e figlia. Ma perchè la profonda umanità dei personaggi che si aggirano nei vicoli di San Pietroburgo, i loro legami messi alla prova dalla cattiveria del potente di turno, la loro profonda tensione verso il bene, alla fine prevalgono in un lieto fine non stucchevole, perchè il prezzo lo si paga comunque. Il prezzo del rimpianto per gli errori commessi, per il tempo perso, per un amore che non riesce a sorgere ancora, per una straziante morte in epilogo che chiude il cerchio della commovente morte iniziale. Nelle trafelate notti di San Pietroburgo, mentre l’intrigo si consuma e i fili vengono tesi a braccare i vinti, i personaggi apparentemente minori del romanzo breve si stagliano su queste pagine piene di ombre ed angoscia. La piccola Nelly su tutti, la sua storia, la sua malattia, il suo passato di abusi e miseria nera, la sua furia autodistruttiva e quel bisogno di amore impresso a fuoco nelle lacrime e nelle grida che rivendicano mute, fino alla fine, una qualunque giustizia.
Tutta intorno a Vanja, testimone morale e sguardo dello scrittore sul turbine di ingiustizie e clamori soffusi, di maledizioni familiari e riconciliazioni evangeliche, si affolla e si lamenta poi, con straordinaria dignità, quella povertà sciamante che pare quasi un respiro solo, nei vicoli male illuminati, davanti ai vetri dei negozi di dolciumi, negli appartamenti affollati destinati a bordello di minorenni, nel barcollare ormai finale di un vecchio che “con passo lento e malfermo, movendo le gambe come fossero pertiche, quasi senza piegarle, ingobbito, picchiando il bastone sulle lastre del marciapiede” si avvicina ad una pasticceria poche ore prima di morire.
Tra i suoi romanzi minori, uno dei più riusciti. Dostoevskij riesce a dipingere i meravigliosi squarci delle notti cittadine, e forse solo in Delitto e Castigo riesce a superarsi e a rendere ancora più affascinante quell’immenso palcoscenico di un continuo romanzo di appendice. La perfidia di alcuni, persino l’ingiustizia mulinante dei trabocchetti e dei colpi di scena, scompaiono di fronte a quel fiducioso cristianesimo antico con cui l’autore carica di umanità i suoi personaggi, permettendogli alla fine, nonostante le ferite visibili e le morti, di poter sperare, non senza tremore, in una nuova alba sopravvissuta alle tragiche notti di San Pietroburgo.
Outside the museums (§3)
14 febbraio 2009
Vuoi star zitta, per favore?
“Riattraversò l’appartamento in penombra e tornò in camera da letto. Lui se ne stava tutto aggrovigliato al centro del letto, con le coperte ammucchiate sulle spalle, la testa mezza sepolta sotto un cuscino. Aveva un’aria disperata, immerso com’era in quel sonno profondo, le braccia gettate sopra la parte del letto dove avrebbe dovuto essere lei, le mascelle serrate. Mentre lo guardava, la stanza si fece sempre più chiara e le lenzuola pallide sbiancarono in modo quasi osceno sotto i suoi occhi.
Si inumidì le labbra con uno schiocco e cadde in ginocchio. Appoggiò le mani sopra il letto.
“O Dio”, disse. “Dio mio, per favore, aiutaci tu!”.”
I pensieri inquieti di una cameriera che serve al tavolo un obeso; l’attrazione inspiegabile di un irreprensibile dottore per una spostata che comincia a telefonargli; la solitudine di un ragazzino che avverte sottopelle il disfacimento del legame tra i propri genitori; una serata disperante di alcool e patatine di alcune coppie di amici, tra fotogrammi di tradimenti e tacite immani recriminazioni; la notte insonne di una donna in preda a foschi timori mentre il marito dorme; l’abbandono di un cane come un auspicio di nuova vita o un alibi per i propri fallimenti; la visita di una casa diroccata scelta per una nuova vita assieme e la paura di non farcela; i compromessi umilianti rinfacciati con violenza di una coppia sommersa dai debiti.
E’ un campionario di bassezze, infelicità e disperazioni messe a tacere in un angolo, coi sorrisi sfoggiati per ingannare se stessi. Ammissioni a metà dei propri fallimenti si accompagnano al rimuginare sordo della non vita presente e futura, blande speranze per il domani messe a tacere dalla vigliaccheria. Losers su losers sfilano negli anni ’80 dei racconti brevi di Carver, senza soluzione di continuità, e nessuno di essi pare esser stato semplicemente sfortunato. Mediocri, nevrotici, impotenti, dimessi, implosi, i personaggi di Carver danno vita a brevi quadri di quotidiana alienazione, sottomissione, un suicidio reiterato senza sussulti di dignità. Nessun coraggio, nessuna svolta li attende dietro l’angolo.
Lo stile preciso e immediato di Carver restituisce una inaudita potenza ai suoi personaggi, capace di fotografarne l’anima senza spendersi in inutili contorsioni letterarie. Lo scrittore agisce per continua sottrazione, dando un senso, un colore, una plasticità alle singole parole, che finiscono per pesare dannatamente nella mente di chi legge, stampando a fuoco nella memoria una galleria di esistenze tristi e condannate.
Se tutto questo lo si vuole chiamare minimalismo, si faccia pure. Io credo si tratti semplicemente di una delle pagine più riuscite dell’intera letteratura del ’900.
Outside the museums (§2)
7 febbraio 2009
Sunset Limited
“Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. [...] La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere.”
Lo scontro è ormai alla fine. Con queste parole il colpo definitivo è assestato, il nero crolla, non sapendo più opporre resistenza. Qualche pagina dopo, l’incontro si concluderà, e non sarà un pareggio. Il nero ci ha provato, saltellando attorno al bianco per tutto il tempo, cercando di prenderlo per sfinimento, ma la caccia si è invertita, e l’assediato ha preso possesso del tappeto pian piano. Ciò che era nato come un tentativo di far redimere un povero aspirante suicida alla stazione dei treni, diventa per il nero una insopportabile decostruzione delle certezze che il Libro gli porge come salvezza per sè e per l’altro. E l’ateismo del bianco, la cui lucidità, la cui purezza in alcuni momenti ricorda il Kirillov insonne dei Demoni dostoevskjiani, ha modo di spaziare distruggendo ogni speranza, chiudendo ogni varco dal quale Dio, attraverso il nero, possa ancora provare a passare.
Si sa dall’inizio che, arbitro Mccarthy, non potrà andare in altro modo. La fede, nei suoi romanzi, è un amuleto potente, ma non regge mai l’incontro con il male insensato. Mai. E’ una lotta impari questo scontro teatrale, questa storia didascalica che solitamente lo scrittore inserisce nei suoi romanzi in quelle storielle paradigmatiche e misteriose raccontate dai suoi protagonisti. E’ come se fosse un estremo tentativo dello scrittore stesso di superare la sua rassegnazione ed arrivare ad una catarsi. Il suo ateismo annichilente trova espressione compiuta, nonostante lui stesso provi, attraverso il nero, a sollevare obiezioni a se stesso tramite argomenti forti, fatti però solo di pastosa speranza, che si sfalda di fronte al granito delle certezze nichiliste del bianco.
Non ci riesce, infatti. Il racconto scivola veloce verso la sconfitta, del nero, del bianco, di noi tutti, credenti e atei, di fronte all’unica conclusione che può aspettarci, soli e senza alcun Dio d’attorno.
E’ come se questa piccola pièce teatrale ci fornisse una lettura diversa e illuminata delle abnormi bassezze del pensiero morale del giudice Holden, della fine straziante ma necessitata di John Grady Cole, del lungo e pensoso sunset boulevard del suo compagno Billy Parham, e di tanti altri personaggi dei suoi romanzi abbandonati da un Dio che, semplicemente, è mancato in partenza.
Outside the museums (§1)
31 gennaio 2009“Inside the museums infinity goes up on trial”, canta il menestrello. Molto meglio guardare l’arte da fuori.
Come ogni blog medio che si rispetti, partorito da una mente media come la mia, dopo la posta del cuore, anzi della frustrazione, ecco la scontata rubrichetta sui libri e forse anche altro. Il mio obiettivo è di tediare i manzoniani 25 lettori con roba astrusa che piace solo a me. Così, tanto per millantare picchi di alta cultura su di una base che rimane strepitosamente pop.
Figlio di Dio

“Sulla porta del granaio, un uomo guarda tutto ciò scaturire da un mattino bucolico e per il resto completamente muto. E’ piccolo, sporco, con la barba lunga. Si muove con impacciata ferocia tra la paglia secca, in mezzo alla polvere e alle strisce di luce. Sangue di sassoni e celti nelle sue vene. Nient’altro che un figlio di Dio come voi, forse.”
A volte gli incipit dei libri sono importanti. Altrettanto dimenticati, impegnati come si è ad approcciarsi a luoghi, personaggi e situazioni ancora sconosciuti. Ci si concentra sulla trama, dimenticandosi il resto. Mccarthy scolpisce immediatamente, dopo qualche riga, il protagonista assoluto di questo romanzo breve. Questo sbandato outcast del Tennessee, finito ai margini della società, sta per sprofondare nel buio della sua mente già messa a dura prova da una infanzia traumatica e da un ambiente sociale in cui incesto, violenze, aberrazioni, si cementano rapprendendosi ad una natura selvaggia, scostante, invincibile come in tutti i romanzi dello scrittore. Il racconto, lento e scandito da brevissimi capitoli, di come Lester Ballard compia, da un giorno all’altro, senza alcuna apparente ragione, il salto definitivo verso la follia omicida, non lascia alcuna spiegazione sensata dietro la scia di morti, stupri, occultamento di cadaveri, necrofilia. Nondimeno, nessuna condanna. Come capita di solito, lo sguardo di Mccarthy verso il male è troppo rassegnato, per non essere anche involontariamente (?) pacificato. Il male è qualcosa di talmente penetrato nell’animo umano, di talmente connaturato, che non deve essere necessariamente condannato moralmente, in una sorta di postilla aggiuntiva. Lester Ballard è uno stupratore, necrofilo, assassino di bambini. Non importa perchè. Non importa se ci sarà punizione. Sicuramente non c’è rimedio, e non c’è mai espiazione. Come altri mali personificati dei romanzi di Mccarthy, il male non viene nemmeno sfiorato da tentativi di redenzione, o da meccanismi di contrappasso.
Apparentemente un romanzo minore dello scrittore americano, per la sua brevità, forse anche per la mancanza di quegli intermezzi verbosi, a metà tra il sogno e la filosofia che irrobustiscono la trilogia della frontiera, Figlio di Dio è in realtà un tassello coerente e necessario della sua narrativa. La natura, ancora una volta, spadroneggia su tutto. Foreste intricate sopra strani sprofondi di caverne, fiumi in piena che si portano via scrofe morte, boschi fitti in cui si nascondono subumani che figliano tra di loro. Più che naturale che un giorno, da quegli anfratti di boschi e caverne, fuoriesca un essere vestito da donna, truccato in volto con un rossetto, e con in capo uno scalpo femminile, armato di fucile carico a pallettoni.

Pubblicato da Paperoga 

