Chi mi conosce di persona, considerando la mia misantropia sottesa ad un sostanziale cinismo e ad uno spirito improntato ad un ferreo riduzionismo non immune da sarcasmo, potrebbe ben immaginare che io appartenga a quella folta schiera di persone che odia il Natale.
Niente di più falso. Il Natale è il periodo più rilassante dell’anno. Una giusta alchimia di ferie, freddo intenso fuori, film a profusione in tv, pranzi luculliani dove sfilano carni pregiate d’aromi d’oriente e dove il vino fruscia in calici finemente screziati. E devo dire che quella sottile, finta e ipocrita aria carica di magia artificiale fatta di luci colorate, regali inutili ed auguri farlocchi, non riesce a disturbare il mio umore tendenzialmente garrulo e pacificato. Seduto sulla poltrona, col caffè caldo preparato dal babbo, dolci a portata di mano ed un sapido odore di cibo che si va cucinando, appollaiato davanti ad un film o ad un videogioco, nessun Grinch può riuscire a rubarmi il Natale.
Questo prevedibile e conformista atteggiamento borghese nei confronti del Natale deriva in realtà da un’infanzia in cui il Natale ha avuto per lunghi anni aspetti magificati, un sogno ad occhi aperti di 15 giorni di vacanze dove regnavano incontrastati Babbo Natale e la Befana.
Ho creduto all’esistenza di codeste figure mitologiche fino all’età di 9 anni, credo, forse anche 10. La mia furia iconoclasta si è sviluppata solo in seguito, ma a quell’età figure di autorità come quelle erano oggetto di una assoluta e acritica devozione. Insomma ero un dannato babbeo.
D’altronde, avevo anche le prove della loro esistenza. Su Babbo Natale avevo una lettera scritta di suo pugno, quando un anno io e i miei fratelli scoprimmo nello scantinato, due giorni prima di Natale, tutti i regali che avevamo chiesto a Sua Babbità, non ancora incartati. Stupefatti come beccaccioni, ignari come polli, corremmo dai nostri genitori a comunicare l’incredibile scoperta. Loro confiscarono i regali, dicendo che Babbo Natale si sarebbe molto arrabbiato, e che quindi avrebbero restituito tutto al barbuto postino prima che fosse troppo tardi. Il giorno dopo ricevemmo una lettera scritta con una strana calligrafia femminile quasi materna, in cui il ciccione vestito di rosso spiegava che, dovendo consegnare in una sola notte tutti i regali del mondo, si era portato avanti col lavoro. Da bravi gonzi abboccammo all’amo, e il Natale fu salvo. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato da Paperoga